Il collezionista di perle

Sabato scorso, 8 ottobre, sono stata all’inaugurazione di Un mondo di gioie, una piccola mostra che fa appunto il giro del mondo e attraversa secoli di storia analizzando come i popoli si agghindano per feste, funerali, matrimoni e nella vita quotidiana. È un viaggio tra le culture di ogni luogo e ogni tempo che ha una costante in un gusto estetico che continua dal passato più remoto fino ai nostri giorni, anche quando non sono utilizzati materiali preziosi, ma pietre e metalli comuni accostati con senso per la bellezza, fatti con arte e perizia. Dai popoli primitivi in poi non esiste tribù o etnia, piccola o grande, che non abbia maturato un gusto specifico nell’agghindarsi con oggetti preziosi per comunicare il proprio status sociale, per proteggersi dalle malattie e dagli spiriti maligni. Poi l’ornamento è diventato patrimonio, ha assunto un valore economico; e ancora lo si indossa per gli stessi motivi di sempre e in alcuni casi, come tra le popolazioni nomadi, per essere venduti o barattati lì per lì, se ce n’è bisogno. È straordinario vederli tutti insieme e osservare quanta somiglianza ci sia tra bracciali, collane, orecchini fatti a migliaia di chilometri e persino anni di distanza.

Ho una guida speciale. Augusto Panini, collezionista di perle di vetro dal 1990, mi accompagna davanti alle vetrine con i suoi gioielli nei sotterranei del Castello Visconteo di Abbiategrasso, in provincia di Milano. Ci sono collane dal Duemila avanti Cristo all’Ottocento, in ambra, osso, granito, che i primi uomini perforavano con un ago di acacia intinto di polvere di quarzo e tanta, tanta pazienza. Sono fatte con perle che Panini ha raccolto o comprato una, due, tre alla volta, assemblandole poi quando il numero raggiungeva la lunghezza di un collier. La sua preferenza va alle murrine in vetro che si cominciarono a fare a Venezia nel XIV secolo. Una passione nata per caso, scegliendo i regali da portare a sua moglie dall’Africa, dove andava spesso per lavoro. «Ho iniziato così, poi mi sono appassionato a quei piccoli capolavori di vetro, fatti con minuzia e precisione artigianale». Appena può, Panini torna in Mali, Burkina Faso, Ghana per cercare altre perle, girando nei mercati, seguendo le indicazioni di chi sa o ha scoperto qualche nuovo sito, dove sono stati rinvenuti frammenti di vetro. «È un modo come un altro per conoscere e approfondire la storia dell’umanità», dice. «Bijoux e preziosi sono una costante in tutte le epoche e di tutti i popoli. Studiando la via delle perle, ho incrociato le rotte della seta, dell’ambra, dell’incenso. Dal XV secolo, con l’inizio dei commerci e delle esplorazioni, le perle europee e in particolare quelle veneziane erano usate come merce di scambio, perché non deperibili e gradite alle genti di ogni continente. Seguendo i loro percorsi si scoprono usi e costumi e si trova un filo conduttore che conduce fino all’oggi, quello di un condiviso modo di intendere la bellezza».  Ma è sulla storia dell’Africa subsahariana che si concentra: «Attraverso gli studi dedotti dalla mia collezione ho contribuito a ricostruire la storia africana che la follia umana ha gettato nell’oblio: islamizzazione, tratta degli schiavi, colonizzazione e globalizzazione».

Cosa si vede In ogni sezione sono esposti monili originali, specifici delle aree culturali e delle civiltà esaminate. Le culture che si sono sviluppate in area padana e in particolare nella Valle del Ticino sono esposte nella sezione storico-archeologica; c’è poi un’ampia parte etnografica che spazia dalle culture precolombiane ai popoli dell’Amazzonia, dell’Africa, del Medio ed Estremo Oriente, Asia centrale, India, regioni himalayane, Cina, Giappone e Papua. Completano la mostra tre aree speciali: una dedicata al bijou in collaborazione con il “Museo del bijou” di Casalmaggiore; una con pezzi provenienti dal Museo Gori&Zucchi di Arezzo; la terza dedicata alle perle e alle murrine veneziane della collezione Panini.

Da cercare nelle vetrine: l’anello in verga di bronzo con pendagli della Seconda Età del Ferro, un paio di orecchini etruschi in oro del I-III secolo a.C., un rarissimo ago crinale di vetro del I secolo d.C., una croce d’oro longobarda, ornamenti da naso precolombiani e ornamenti funebri della cultura Nazca, una cintura matrimoniale ottomana del XIX secolo, i reliquiari tibetani, la collana omanita grande come uno scudo da guerra, le fibule berbere in argento, i netzuke, che sono miniature in avorio usate come accessori da appendere sulla fascia del kimono.

Un mondo di gioie
9 ottobre-1° novembre 2011
sotterranei del Castello Visconteo
Abbiategrasso
ingresso libero

Un consiglio: Abbiategrasso è un paese di origini romane e solido presente agricolo industriale in provincia di Milano, che merita una gita fuori porta (anche in bicicletta, poco più di un’ora lungo il Naviglio Grande tra campi coltivati, jogger, pattinatori). Il centro ha case antiche e basse con porticati, il castello Visconteo e la basilica di Santa Maria Nuova, entrambi trecenteschi. Da lì si raggiungono il Ticino e, a 10 minuti d’auto (15 di bici), l’abbazia di Morimondo, gioiello dell’architettura cistercense del XII secolo.

Merenda con cioccolata e altre leccornie da Besuschio, antica pasticceria di Abbiategrasso (piazza Marconi 59, www.pasticceriabesuschio.it).

Sara Magro

Fa la giornalista di viaggi e scrive di turismo. Il suo sito è The Travel News