La favola del terremoto e della brava gente (Protezione Civica parte terza)

Ci sono delle ore che valgono tutta la fatica di un progetto. E ci sono dei progetti che all’improvviso scopri che valgono una vita, nel senso che danno un senso più profondo alle altre cose che fai. Sto tornando da Ferrara, dove sono ancora in corso i barcamp e dove stamattina c’è stato il debutto pubblico di Protezione Civica, la rete di strumenti e di persone per una ricostruzione trasparente, partecipata e intelligente dell’Emilia (ma anche di quei comuni della Lombardia e del Veneto colpiti dal terremoto che nessuno considera mai).
L’evento è stato organizzato da due donne abbastanza eccezionali, due donne che vivono per cambiare il mondo e renderlo un posto migliore e ci provano in ogni istante della loro giornata. E te lo dicono, anche, e tu all’inizio pensi: queste esagerano. Ma poi le vedi in azione e capisci che hai sbagliato tu. Ci provano davvero. Una si chiama Alessandra Vaccari, e lavora ad Agenda 21, un coordinamento di circa 500 comuni che si occupa di sostenibilità; l’altra si chiama Rossella Zadro, è assessore all’ambiente del comune di Ferrara, eletta in quota Di Pietro ma molto, molto indipendente.
Ci siamo conosciuti poco prima dei giorni bolognesi della Repubblica delle idee. Un giorno Alessandra, afferrandomi al volo in stazione, mi aveva passato al telefono l’assessore che mi aveva chiesto un consiglio su cosa fare per la ricostruzione. Io le avevo detto: “Metta tutto in rete: storie, dati, progetti. Solo così avrà una Emilia migliore”. Mi sembrò subito entusiasta. Il giorno dopo però ci fu la seconda scossa sismica, ed è allora che ho lanciato il progetto Protezione Civica: l’ho fatto in quanto presidente di wikitalia, assieme ad Action Aid e ai volontari di Anpas (poi sono arrivati Informatici Senza Frontiere, Indigeni Digitali, i fotografi di Shoot4Change e da ieri anche i giornalisti di Vita, il magazine del noprofit). Da allora sono accadute molte cose, la rete cresce ogni giorno, arricchendosi di persone e ormai anche di app e siti web, e oggi Ferrara ci ha ospitato per farci raccontare il progetto, ma soprattutto per farci capire, per farci ascoltare. Emiliani brava gente, era il titolo. Con un obiettivo chiaro, preso pari pari dallo slogan di Protezione Civica: ripensare ricostruire ripartire (l’autore di questo “claim” è Fabrizio Verrocchi, della startup romana Maiora Labs che come vedrete è molto coinvolta nel progetto).
Appuntamento nel cortile della biblioteca comunale. Un posto suggestivo, con un tasso di umidità insopportabile: se noi stiamo così, come si vive nelle tende? Abbiamo iniziato con la lettura di una lettera di Carlo Lucarelli al Terremoto: è un testo che racconta, come forse nessuno ha fatto ancora, il senso vero di questa terra e della sua gente. “Gentile signor Terremoto, c’è una cosa che non hai capito della mia terra. Ora te la racconto…”. E finisce così: “Ora ti ho raccontato quello che siamo. Non credere di farmi o farci paura con due giri di mazurka facendo ballare la nostra terra. Io questa terra l’amo, questa è la mia casa e non la abbandonerò mai”. Qualcuno mi è parso davvero emozionato.
Poi c’erano i saluti istituzionali, sapete come sono i convegni. Eppure questa volta di istituzionale c’era davvero poco. Non farò la cronaca, vi dirò solo che le persone che hanno parlato mi hanno dato la netta sensazione di aver preso il terremoto per il verso giusto. Emanuele Burgin, che oltre a guidare Agenda 21 è assessore alla protezione civile di Bologna e lunedì presenterà un progetto web per adottare i beni culturali danneggiati; Simona Arletti, assessore alla protezione civile di Modena che era lì anche per conto di Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Associazione nazionale dei comuni; Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara; e Alfredo Peri, assessore regionale ai Trasporti, la persona più vicina al presidente della regione e commissario della ricostruzione Vasco Errani. Hanno parlato tutti di trasparenza necessaria, di partecipazione dei cittadini e dei sindaci, di coinvolgimento delle intelligenze del territorio per ricostruire presto e bene. E non si sono nascosti dietro le difficoltà, anzi. Ma lo hanno fatto come sono le persone qui, evidentemente: senza lamentarsi, operosamente, con ironia anche quando è possibile usarla.
Poi il programma prevedeva un confronto con i protagonisti dei precedenti terremoti. Perché il nostro è un paese che ha una lunga storia al riguardo, eppure ogni volta è diverso. Il Friuli, per esempio. Era il 1976. Per tutti quella è stata una ricostruzione modello. Allora nacque la Protezione Civile, con Giuseppe Zamberletti. A ricordare quell’esperienza è stato Diego Carpanedo, un anziano ma atleticissimo ingegnere che è stato anche senatore e in questa veste ha seguito molte altre ricostruzioni. Ci ha detto che l’idea dominante degli architetti all’epoca era lasciare i centri storici, abbatterli al limite e ricostruire nei paraggi. Il Friuli invece scelse la strada opposta, sintetizzata nell’espressione: “dov’era, com’era”. Ed è andata bene, sì bene. Gli ho chiesto: quattro anni dopo un sisma ancora più grande colpì l’Irpinia, perchè lì andò tutto storto? “Perché l’Irpinia si è trovata addosso tutti i problemi di Napoli”, ha detto. E parlava di politica, credo, di cattiva politica.
Dopo l’Irpinia è toccato a Marche ed Umbria, il terremoto che molti ricordano per il crollo della chiesa di Assisi filmato in diretta. Il sindaco di Assisi si chiama Claudio Ricci, è anch’egli un ingegnere e allora era assessore all’Urbanistica. Quindi sa molto di ricostruzione. Infatti è stato molto pratico. Agli amministratori emiliani ha detto:
1) verticalizzate le competenza, responsabilizzando i sindaci (come avvenne in Friuli);
2) privilegiate una ricostruzione leggera ai grandi progetti, a volte basta alleggerire un carico o sostituire un materiale;
3) meglio tanti piccoli progetti che pochi e complessi, perché si va più spediti.
4) attenti alla comunicazione, che non è un dettaglio, è fondamentale far sapere cosa accade e anche far sapere che il territorio non è morto anzi è possibile fare affari e turismo, sennò si ferma tutto davvero.
Poi ha ricordato un dettaglio non da poco: per quel terremoto non ci furono problemi di soldi. Anzi, di soldi ce n’erano tanti. “Stavamo facendo il deficit di oggi”, gli ho detto.
Mentre il sindaco di Assisi parlava di soldi, sul palco Stefania Pezzopane soffriva. Oggi è assessore comunale della nuova giunta dell’Aquila e quando c’è stato il terremoto era presidente della Provincia. “Beati voi che non passerete quello che abbiamo passato noi” ha detto al pubblico ricordando che quando il sisma colpì l’Abruzzo, nell’aprile 2009, i giornali erano pieni della storia di una certa Noemi, che che il governo fece un’azione di forza incredibile per imporre in due giorni la costruzione di una fantomatica new town dalla quale oggi tutti prendono le distanze e che i risultati di una politica spettacolo sono oggi evidenti a tutti. Allora lei fu l’unica a votare contro la new town. Qual è la situazione oggi?, ho chiesto. “Oggi il ministro Barca ci ha detto che mancano 8 miliardi di euro per finire di ricostruire”. Praticamente bisogna raddoppiare i fondi pubblici. “Praticamente”. Come farete? Non ha risposto, ma ha detto che forse la ricostruzione in Emilia, se riuscirà ad imporre un nuovo modello, aiuterà anche gli aquilani.
Questa solidarietà fra terremotati di epoche diverse è una cosa che colpisce chi la osserva: è come quando si incotrano due persone hanno subito lo stesso trauma, e vedi subito che si sentono più vicine perché ciascuno di loro sa che l’altro può capire di cosa stiamo parlando.
Un ruolo importante lo avranno le banche. Per questo gli organizzatori avevano invitato il responsabile innovazione di Banca Etica, Nazareno Gabrielli. “Le banche non sono tutte uguali”, ha esordito, “noi con i soldi dei vostri depositi finanziamo solo progetti ad impatto sociale, come la ricostruzione sostenibile. Altri investono in operazioni che favoriscono il riciclaggio di capitali criminali”. Molto diretto. Mi ha ricordato l’analisi che ha fatto Roberto Saviano alla Repubblica delle Idee.
Allora è iniziata la discussione, abbiamo presentato le apps di Protezione Civica, ci siamo dati appuntamento con la regione per ragionare assieme su un sito che dia conto dei finanziamenti e tracci dove finiscono i soldi. Ma ne riparleremo. Mi interessa piuttosto ricordare che verso la fine mi ha chiesto la parola un assessore di Mantova. “Noi siamo figli di un terremoto minore” ha detto presentandosi. Nella ripartizione dei fondi infatti la Lombardia vale il 4 per cento ha stabilito il governo. Eppure il quadro è molto serio “e nessuno parla di noi e mentre voi siete uniti, il nostro presidente regionale è impegnato a fare altro”.
Ecco, oltre ai soldi mancano le parole, le storie, le storie delle persone. Anche su questo Protezione Civica può dare un contributo. Quello che accade in questi giorni nei comuni colpiti è di una durezza che leva il fiato a volte ma anche di una bellezza commovente: se andate a cercare su Facebook, o su Twitter o sui siti dedicati, ogni giorno trovate una microstoria da raccontare. Una storia che non deve essere perduta. E la memoria di una gigantesca impresa collettiva che si chiama ricostruzione. Per questo da lunedì inizieremo a raccontarle le storie dai campi dove stanno i volontari, dalle fabbriche e dalle scuole che devono riaprire, dai campanili e dalle chiese che non possono restare chiusi. Ogni giorno, dieci righe. Solo dieci righe dedicate a una cosa bella che sta accadendo lì. Saranno come dei corti cinematografici, ho detto a coloro che ho coinvolto. Belli e brevi come il bacio che diamo a un figlio. O come una favola della buonanotte. La favola del terremoto e della brava gente.

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