Il Post
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Protezione Civica

4 giugno 2012

I terremoti non si possono prevedere. L’incapacità di questo paese di garantire una ricostruzione in tempi certi, possibilmente brevi, senza sprecare denaro pubblico e donazioni private ma anzi, approfittando della tragedia per individuare soluzioni migliorative che rispettino l’ambiente e la storia, ecco quella incapacità purtroppo si può prevedere benissimo. Eppure non c’è più motivo per cui debba essere così. Basterebbe così poco. Basterebbe mettere tutto in rete per garantire, anche in momenti come questi, soprattutto in momenti così drammatici, cose essenziali come la trasparenza, la partecipazione, la condivisione dei dati e delle idee. Basterebbe così poco farlo e avere una ricostruzione partecipata. Una ricostruzione intelligente.

Sono anche queste le cose che fanno sentire meno solo e abbandonato chi ha perso tutto, non le passerelle dei politici.

E’ da un po’ che ragioniamo attorno a questa cosa che non aveva ancora un nome e oggi c’è l’ha: l’abbiamo chiamata Protezione Civica. C’era la neve a Roma, qualche mese fa e sembrava la fine del mondo. Su Twitter si potevano seguire i fiocchi in tempo reale e man mano che passavano i giorni e la tragedia della capitale diventava farsa per far posto alla vera emergenza sull’Appennino, ci ripetevamo questa domanda: possibile che non si possa utilizzare sistematicamente la disponibilità di migliaia di persone di condividere informazioni utili durante una emergenza? Possibile che non ci sia un modo per visualizzare questi messaggi su una mappa e metterli a disposizione di volontari e addetti della Protezione Civile oltre che di chi è in difficoltà o anche solo di chi potrebbe aiutare e non lo sa?

Sapevo che c’era una risposta. Qualche anno fa ho conosciuto Ory Okolloh, una giovane coraggiosa kenyota che ha messo su un progetto che rispondeva proprio a questa domanda: si chiama Ushaidi e lo usano in tutto il mondo. Ushaidi non è l’unica risposta, ce ne sono altre. Ce ne sarà una anche per noi?

La neve si è sciolta, ma la voglia di fare qualcosa di utile è rimasta.

Qualche settimana più tardi per lavoro sono stato all’Aquila, tre o quattro volte solo a marzo, poco prima del terzo anniversario del terremoto del 6 aprile. E non mi sono scontrato solo con la città ancora distrutta ma anche con l’assoluta mancanza di informazioni che gli aquilani vivono da tre anni. Chi costruisce cosa, quando finirà? E soprattutto come si stanno spendendo i soldi della ricostruzione? Ne ho parlato varie volte con il ministro Barca e il suo staff, che sono impegnati in una difficile opera di trasparenza ma, per esempio, quando ho chiesto di capire, voce per voce come fossero stati spesi i soldi, chessò, degli sms inviati col cuore da milioni di italiani, mica l’ho capito. Non c’è una fattura che corrisponda all’altra. Magari le differenze sono piccole, ma sono queste piccole differenze che alimentano sfiducia e sospetto. Quei soldi, donati a chi soffre, sono sacri. Devono esserlo.

Inoltre, qui vorrei ricordarlo, gran parte delle case ricostruite in Abruzzo sono davvero brutte e sbagliate: ma perché con tanti architetti e ingegneri di qualità, dobbiamo far progettare delle fantomatiche new town al geometra di turno? Non ha senso.

Poi c’è stato il terremoto, questo terribile terremoto dell’Emilia con una sequenza sismica che sembra non finire mai. Prima del secondo ciclo di scosse, mi aveva telefonato un assessore di una cittadina colpita: che possiamo fare? mi aveva chiesto. E io le avevo detto quello che ormai avrete capito: metta tutto in rete, assessore, i messaggi, le idee, i soldi promessi e quelli spesi, i progetti. Fate partecipare alla ricostruzione i migliori architetti, ingegneri e geologi del paese. Potete diventare un modello di ripartenza, siete una regione ricca non solo di soldi, ma di talenti, di cultura, di disponibilità a lavorare assieme e a darsi da fare senza aspettare nessuno. Fatelo.

Lo faremo, mi aveva detto. Qualche ora prima della seconda scossa.

E allora abbiamo deciso di iniziare a farlo noi. Oggi, come wikitalia, proponiamo a tutti, volontari, organizzazioni, amministratori pubblici, tecnici, cittadini, di partecipare alla realizzazione di una piattaforma di strumenti per ricostruire “come si deve”. Vorremmo in pochissimi giorni mettere in campo una serie di strumenti che facciano almeno quattro cose:

1 – la gestione e la visualizzazione dei tweet e degli sms;
2 – una mappa di segnalazioni, edificio per edificio, dei danni subiti;
3 – la condivisione di idee e progetti di ricostruzione su un sito;
4 – il monitoraggio in tempo reale dello stato dei lavori e la documentazione dei soldi spesi.

Come si fa? Si fa. Con la partecipazione e il contributo di tutti: dai singoli cittadini alle istituzioni, dai media ai volontari. Ce la faremo perché nessuno, quando lo chiami per una cosa così, si tira indietro. E perché siamo sicuri che strada facendo saremo di più, arriveranno altre idee, altri strumenti e così crescerà questa piccola cosa che stiamo costruendo per l’Emilia ma che alla prossima inesorabile emergenza potrà servire a tutti con la speranza di essere utili e rendere più agevole il compito di chi per lavoro o per missione fa “protezione civile”.

Ripensare. Ricostruire. Ricominciare. Noi ci proviamo.

Post scriptum. In questo post uso spesso il plurale perché non sono solo. Dietro questa iniziativa c’è naturalmente wikitalia, in particolare David Casalini che sta mettendo su il primo sito, Paolo Iabichino che ha trovato il nome Protezione Civica e Fabrizio Verrocchi che ha realizzato il logo; e poi i soci di Maiora Labs che stanno lavorando sullo strumento per mappare i danni, quelli di openpolis che si occuperanno di tracciare soldi e opere. Ho chiesto ad uno dei sostenitori di wikitalia di aiutare Protezione Civica: si tratta di Cisco e ha detto subito sì. Ma in queste ore abbiamo parlato soprattutto con i tanti altri che si occupano di aiuti e di ricostruzione (io in particolare sono mesi che mi confronto con Elena Rapisardi che ringrazio per la pazienza). Con i responsabili di Action Aid e Anpas abbiamo trovato tantissimi punti in comune e un identico obiettivo. Lo realizzeremo assieme, non solo con loro naturalmente. Siamo solo all’inizio. Questo è un progetto di tutti, è un progetto per tutti. Sta nascendo perché c’è in Italia una straordinaria tradizione di volontariato e generosità sociale che grazie alla rete può moltiplicare la propria efficacia.

Se funzionerà farà bene all’Emilia, farà bene all’Italia.

  • simonaamodeo

    Mettere tutto in Rete per garantire la partecipazione, la condivisione di dati e quella delle idee: questo è ciò da cui siamo partiti anche noi. Noi di Uptu siamo partiti prima, più di un anno fa, e quindi siamo già avanti. Il nostro non è un voler fare i primi della classe, ma un modo per dire che gran parte del “lo faremo” noi lo abbiamo già fatto e lo stiamo mettendo a disposizione.
    Nell’articolo si parla di piattaforme già in essere come Ushaidi e di piattaforme nascenti come Protezione Civica.
    Ad oggi noi, con Uptu abbiamo già realizzato una piattaforma che risponde a molte di quelle esigenze di cui si parla nell’articolo, abbiamo un Social Media Emergency Manager che promuove in Italia la piattaforma ed “educa” al suo utilizzo, e poi abbiamo una rete di Comuni, Associazioni, Media che operano all’interno di Uptu.

    Nel corso di questi mesi abbiamo avuto modo di parlare, di raccontare di noi a molte delle persone di cui si parla.
    A febbraio eravamo a Bologna per il Crisis Camp con Elena Rapisardi, in quell’occasione abbiamo presentato Uptu ma ci siamo ritrovati in un contesto dove l’unico medium da utilizzare pareva essere Twitter. Proprio con Elena abbiamo espresso la nostra perplessità anche nelle discussioni avvenute nel gruppo del Crisis nato sul web, il valore di Twitter è fuori discussione ma già all’epoca ci sembrava inadeguato ad essere l’unico canale di condivisione e di prevenzione (o resilienza). Quella che sembrava essere una nostra idea “fuori dal coro” ora sembra essere anche la vostra.
    Con Action Aid abbiamo parlato la scorsa estate quando siamo andati a trovarli nella loro sede milanese. Con te abbiamo parlato a “casa nostra”.
    C’è quindi questo strumento Uptu, e c’è dall’altra parte l’esigenza di avere uno strumento come Uptu e la volontà di creare “rete”. Allora perché, mi chiedo e ci chiediamo, l’esigenza di creare un ulteriore strumento come Protezione Civica e non utilizzare un qualcosa già in essere?
    “Se funzionerà farà bene all’Emilia, farà bene all’Italia”, farà bene a tutti.

  • riccardoluna

    grazie, ti contatto via mail

  • Sergio Stava

    Gentile Luna, lei scrive:
    …gran parte delle case ricostruite in Abruzzo sono davvero brutte e sbagliate: ma perché con tanti architetti e ingegneri di qualità, dobbiamo far progettare delle fantomatiche new town al geometra di turno? Non ha senso…
    Questa sua considerazione denota una certa disinformazione al riguardo: circa il 90% delle case ricostruite in Abruzzo dopo il sisma porta la firma di ingegneri (al primo posto) e architetti (al secondo posto); staccatissimi i pessimi geometri.
    E allora?
    Cordialmente.

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  • matteobriglia

    Caro Sergio, non di rado i giornalisti offrono analisi critiche e superficiali ai propri lettori pur di riuscire ad avere consensi. Riccardo Luna è un esempio lampante di questo modo di fare informazione.
    Il problema più grave è quello che professionisti come Luna riescono ad ottenere questi consensi anche da persone “sane” che stanno perseguendo obiettivi nobili e trasparenti.
    Mi piacerebbe sapere se le fonti da cui Luna attinge per avere queste informazioni da girare poi al lettore ( Luna non è il solo perché questo è un modo diffuso di creare consensi “all’italiana”)…
    Saluti

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