La rivoluzione che serve all’Italia si chiama open gov [Buongiorno wikitalia!]

L’Italia ha bisogno di una rivoluzione. E Internet è lo strumento per farla. Non penso agli sfortunati moti di Tehran del giugno 2009 con le piazze invase di giovani armati solo del loro coraggio e dei loro smartphone. O al successo delle rivolte in Tunisia e in Egitto dell’inizio del 2011, condivise in rete minuto per minuto, fino alla caduta del tiranno. Qui non si tratta soltanto di usare Facebook e Twitter per protestare e far sapere al mondo cosa succede nel proprio paese superando così le censure o a volte le pigrizie dei media ufficiali.

Per cambiare davvero le cose in Italia, e cambiarle in meglio, non occorre spingere in strada centinaia di migliaia di persone, come è accaduto agli indignados della primavera spagnola, trasmessi in diretta web per giorni e giorni e poi inghiottiti dalla calura estiva. No. Non è questa la rivoluzione che serve. Si tratta piuttosto di utilizzare la potenza del web per ottenere finalmente delle buone decisioni politiche – informate, partecipate, creative, trasparenti -. E c’è un solo modo per farlo: arrivare a quelle decisioni attraverso la collaborazione continua ed organizzata dei cittadini.

Dicendolo, non sto inventando nulla. Dal punto di vista teorico, il passaggio dall’e-gov al we-gov è già avvenuto. Il governo-wiki, ovvero l’amministrazione che prende a modello ed utilizza gli strumenti collaborativi usati per esempio ogni giorno da migliaia di estensori anonimi e volontari di Wikipedia, è ormai oggetto di discussioni tutt’altro che accademiche; e la Wikicrazia (termine lanciato un paio di anni fa da un dirigente dell’Unione Europea ad un barcamp di hacker in Danimarca e poi adottato da Alberto Cottica per intitolare un libro fondamentale sul tema), è molto più dell’ultima nuova idea: per molti è l’unica via per ridare slancio all’azione di governo al tempo di Internet.

Da sponde politiche e culturali opposte, le amministrazioni del presidente Usa Obama e del premier britannico Cameron stanno già sperimentando con successo strumenti di governo wiki per affrontare alcuni dei problemi che hanno davanti con il sostegno di una “intelligenza collettiva” organizzata grazie a Internet. La stessa che consentì ad un gruppo di hacker di mettere su in poche ore e gratuitamente Katrinalist, un sito che aggiornava in tempo reale la lista dei sopravvisuti all’uragano di New Orleans, mentre il governo Bush annaspava. Gli esempi ormai sono tantissimi, e il punto è che l’Open Government della Washington obamiana e la Big Society dei conservatori britannici, pur nella loro diversità, poggiano entrambe sul concetto di comunità che attraverso la rete collaborano con il governo per prendere le decisioni migliori. Non si tratta di un modello astratto o fantascientico, è invece un ritorno all’antico: alla agorà greca, la piazza principale della polis; solo che la piazza dove incontrarsi questa volta è una piattaforma tecnologica di comunicazione e collaborazione.

Guardando questi segnali sempre più frequenti oggi secondo molti siamo all’inizio di una trasformazione epocale delle istituzioni su cui si fondano le moderne democrazie e ovviamente i percorsi di questa mutazione sono tutt’altro che scontati. Ci saranno fughe in avanti e passi indietro, facili entusiasmi ed fallimenti, ma l’approdo finale appare certo: grazie alla progressiva diffusione della banda larga e all’inevitabile arrivo al potere di una generazione di nativi digitali, è convinzione comune che entro il 2020 “le forme di cooperazione online accresceranno la disponibilità di governi, aziende, istituzioni ed organizzazioni no-profit a recepire e soddisfare più apertamente le necessità della popolazione” (conclusione del report 2010 della Elon University e del Pew Research Center).

L’Italia ha quindi bisogno di questa rivoluzione digitale. Una rivoluzione pacifica, operosa, collettiva. Ne abbiamo bisogno per uscire dalla crisi in cui siamo finiti, per restituire credibilità alle istituzioni e per attivare un circuito virtuoso di creatività e meritocrazia che faccia ripartire l’economia e garantisca una crescita duratura. Il punto da attaccare subito è la pubblica amministrazione. Al giorno d’oggi, per la pubblica amministrazione limitarsi ad avere dei siti dove i cittadini possono ottenere informazioni e richiedere certificati senza fare la fila vuol dire offrire sì un servizio utile (che pure in Italia stenta a decollare), ma in definitiva significa usare solo una parte infinitesima della potenza della rete non risolvendo il problema della modesta qualità media delle decisioni politiche. Quando parlo di “modesta qualità” penso ad atti che sprecano denaro pubblico perché incapaci di adottare le soluzioni migliori alimentando la sfiducia e il distacco verso l’azione politica.

L’antitodo a tutto ciò è il contributo dell’intelligenza collettiva, ma per attivare la partecipazione dei cittadini, chiedendo loro tempo e attenzione, ci sono due condizioni da soddisfare, e un requisito. La prima condizione è adottare la trasparenza radicale. I palazzi della politica, che siano parlamenti, consigli regionali o municipali, devono diventare palazzi di vetro dove ciascun cittadino possa guardare dentro e concludere che non ci sono trucchi o inganni. Poter sapere in tempo reale o quasi cosa fanno i nostri rappresentanti nelle assemblee elettive e negli organi esecutivi, se sono presenti, per cosa hanno votato, quali interventi hanno fatto, non è uno strumento informativo per le lobbies o un’arma nelle mani di chi odia la casta. E’ il presupposto indispensabile per garantire una vera accountability degli eletti nei confronti degli elettori. Rendere trasparenti e consultabili i singoli atti di ciascun eletto è perciò un servizio profondamente democratico: vuol dire che i politici diventano immediatamente responsabili di quello che fanno. E quindi costringerli a comportamenti migliori, più coerenti, e a spiegare eventuali decisioni controverse che dovessero legittimamente assumere. Garantire la trasparenza radicale non è difficile. L’esperienza inglese di Theyworkforyou, in Italia replicata con successo da Open Parlamento, dimostra che farlo è utile, è possibile e non è costoso.

La seconda condizione è liberare i dati. L’Open Data, ovvero la disponibilità dei dati pubblici in formati adeguati alla consultazione e alla elaborazione, è un passaggio essenziale per favorire la partecipazione creativa. Un lavoro creativo sui dati serve non solo a svelare fenomeni complessi contribuendo a darne una lettura diversa, ma è lo strumento per creare applicazioni che offrano servizi utili al cittadino (gli orari dei mezzi pubblici, i negozi aperti di domenica, i posti liberi negli asili). Anche in questo caso, negli Stati Uniti e nel Regno Unito lo hanno già fatto e come ha spiegato l’ex responsabile del progetto americano Vivek Kundra, il punto non riguarda soltanto rendere i dati e quindi il governo trasparente, ma piuttosto “è un riconoscimento del fatto che la creatività e l’ingegnosità del nostro popolo sono molto superiori a quella di chiunque lavori a Washington”. Ed è ora di chiamarli a collaborare con chi decide: “I cittadini non devono più essere considerati governati ma cocreatori delle politiche pubbliche” (sempre Vivek Kundra). Come è stato detto recentemente ad un evento italiano sul tema aggiornando una celebre citazione di John Fitzgerald Kennedy, “non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare con i dati del tuo paese”.

Se queste due condizioni sono rispettate, dal cittadino è possibile attendersi partecipazione. Ovvero il commento in tempo reale ad una delibera in discussione, la segnalazione di un disservizio (è il caso di fixmystreet o seeclicfix), e persino la partecipazione ad un gruppo di discussione per elaborare una soluzione complessa o un progetto. Ma perché ciò avvenga c’è un requisito essenziale: la tecnologia deve essere facile. Proprio come quella che usiamo tutti giorni nella elettronica di consumo (pc, tablet e smartphone); con una interfaccia intuitiva come quella dei social network.

L’Italia è pronta per questa rivoluzione che non potrà non partire dal basso. Dai comuni. Perché è a questo livello che la politica perde gran parte del suo connotato ideologico per diventare risoluzione di problemi di vita quotidiana di ciascuno di noi. Si dirà: in Italia la percentuale sull’uso di Internet è bassissima rispetto ad altri paesi europei. E’ vero, ma abbiamo appena superato il 51 per cento della popolazione, è comunque una soglia anche psicologica importante; inoltre le recenti elezioni amministrative e i referendum hanno messo in luce una voglia di partecipazione online, anche creativa e ludica, che si è rivelata fondamentale nel determinare i vincitori. Dieci anni fa, quando ancora la tv e i tg nazionali erano la principale fonte di informazione della stragrande maggioranza degli italiani, i quesiti referendari non avrebbero mai raggiunto il quorum. Oggi, con Internet, non è più così. Questo patrimonio non va disperso. Si tratta di convogliare quella voglia di partecipare, dalla campagna elettorale alla amministrazione quotidiana della città. La tecnologia in gran parte già esiste e costa poco. Gli sviluppatori di software in Italia sono tanti e bravi.
Facciamolo. Sarà una vera rivoluzione.

(questo testo è stato scritto per il numero della rivista Aspenia in questi giorni in edicola. Mi sembra il modo migliore per spiegare le motivazioni con cui ho dato la mia adesione al progetto wikitalia che è partito oggi)

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