Il Post
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“Di ritorno” al Post

17 giugno 2011

Che ci faccio qui? Intanto mi sento a casa. In senso fisico anche. Nel febbraio 2008 Luca Sofri fu il primo a offrirmi un tetto quando arrivai a Milano per il progetto-Wired. Per un paio di notti dormii in quella che oggi è la sede del Post. E da allora Luca è stata forse la persona con cui ho più parlato delle cose che avevo in mente e delle scelte editoriali che avrei fatto (non sempre eravamo d’accordo, lo dico anche per assumermi la responsabilità degli errori fatti). E poi il Post mi piace, mi piace l’idea che c’è dentro di un altro modo di fare i giornalisti in questo paese.
Per questi motivi mi è sembrato naturale ripartire da qui. Due giorni fa infatti ho lasciato la direzione di Wired, ho una valigia piena di sogni, una grande passione per l’innovazione e di scelte da fare ne ho tantissime. Questo blog sarà quindi un diario personale? Anche ma non solo: lo vedo come un cantiere dove costruire progetti non solo editoriali. Ma non vi voglio annoiare subito. Se ho davvero qualcosa da dire, lo vedremo presto. Intanto, per quelli che non mi conoscono vi dico alcune delle cose in cui credo.

Credo nella condivisione della conoscenza.
credo nel valore della partecipazione
credo nel crowdsourcing
credo che Creative Commons soppianterà il copyright
credo che Internet sia un dono di dio (Liu Xiaobo)
credo che l’idea di Wikipedia sia un patrimonio dell’umanità
credo che solo l’innovazione possa far ripartire l’Italia
credo che in Italia ci siano tanti innovatori geniali ma non lo sappiamo
credo che la Rete ci stia cambiando la vita e stia finalmente cambiando anche la politica
credo che anche per questo nel 2020 saremo un paese migliore e lo stiamo già diventando

post scriptum. Mi trovate su facebook e twitter, naturalmente, ma se avete qualcosa di più articolato da dirmi potete anche scrivermi.

33 commenti

  1. emanuelesferruzzamoszkowicz says:

    Mi piace pensare che i commenti ad un post all’interno di questo magazine siano la manifestazione di menti libere che scrivono nell’interesse dello sviluppo del proprio Paese, per arricchirlo, insomma. Persone che non usano termini come “cacca” per enfatizzare un concetto -quelli li lasciamo al blog di Grillo- . E anche, che non si lascino rimandi a propri post per generare traffico sul proprio blog – credo sia scorretto e credo sia ovvio il perchè. Si partecipa solo entrando nel merito. Se internet è un continuum il tuo apporto è parte e come parte non lascia nome, è un contributo di gratitudine che va oltre se stessi non una gara a chi ce l’ha più lungo- . Luna ha scritto un post, l’ho letto, ho letto i suoi credo, ho pensato alla lista dei miei (che iniziano con 1- ognuno è sostituibile, 2- bastano mille euro per assoldare un killer a Macao, 3- fai sempre attenzione alle donne con un tatuaggio sopra al fondoschiena, 4- per liberarti di un uomo digli semplicemente che non ti deve provare nulla) ho scritto quello che mi sembrava più giusto scrivere per sottolineare un punto e manifestare un pensiero nel magazine che ritengo il contenitore di idee più interessante, oggi, sul web in Italia. Non so da dove cominciare su Wired. Penso che sia stata una piattaforma mal utilizzata che si è voluto rendere appetibile scimmiottando gli interessi superficiali del pubblico italiano. Ho partecipato a Colophon in Lussemburgo, il simposio biennale del magazine, durate le sue ultime due edizioni. Tra piccoli e grandi ho potuto notare la grande sfida che la carta stampata ha lanciato al web, la resistenza di prodotti infinitamente piacevoli da tenere in mano e le varie argomentazioni che sono state fatte negli ultimi quattro anni dagli uni e dagli altri. Quando penso ad un magazine, un magazine di ora, di adesso, di come dovrebbe essere, ecco, penso a qualcosa che possa essere letto sei mesi dopo con lo stesso interesse. Il lettore comprandolo decide di raccogliere una sfida lanciata dal giornale. Una sfida di innovazione culturale attiva che non puo’ estinguersi alla chiusura del numero quando va in stampa battezzato da questa o quella faccia in copertina. Anzi, mettiamola così, spero anche che questa era di immagine affoghi e che i contenuti emergano stimolando in modo esclusivo l’utente. Il wired italiano ha creato inconsapevolmente la figura dello storico del web. Raccontandolo lo ha fermato. E ha fermato l’innovazione facendo credere che per lo stesso fatto che un franchising esistesse sul territorio italiano l’Italia potesse bullarsi di sentirsi innovativa in qualche modo. Non lo è. Wired per come lo vedo io ha annientato il futuro descrivendo ciò che è passato cinque minuti dopo l’avvio della stampa. Se fosse stato innovazione una pagina pubblicitaria del MIT campggerebbe in terza. O Berkely. O che ne so. Ma non ci sono. Questo mi basta per pensare che se devo cercare che cosa è innovazione in Italia non devo assolutamente abboccare alle immagini stampate lì dentro, perchè sono belle ma il resto fa acqua. Come spiegava un bellissimo articolo de ILPOST qualche settimana fa parlando di un matematico canadese che aveva inventato il modo per tenere nella stessa classe bimbi con problemi di apprendimento con potenziali menti brillanti, le immagini servono ma se si vuole andare avanti il sistema dell’immagine va abbattuto. Lasciamo che chi vuole imbambolarsi e nutrire il proprio giudizio sentimentale lo faccia. Ma se si vuole dare una diversa narrativa a questo paese che si cominci ad allenare la propria mente e contribuire senza raccontarsela. Io ho comprato l’ultimo numero di Wired solo per metterlo a fianco al prossimo e vedere quali cambiamenti potessero essere stati fatti. Luna ha concluso un periodo, ne apre un altro. Wired pure e spero che si muova verso nuovi territori. Obbiettivamente un magazine è un laboratorio incredibile per l’ Innovazione in un periodo del genere. E lo dico perchè questo è un periodo così difficile che bisogna davvero che si abbiano delle idee chiare per rimanere in sella o che chi guida un contenitore cominci paradossalmente a fare delle domande invece che dare un servizio di brainstorming di risposte à la carte. Un maestro che fa delle domande dando degli strumenti piuttosto che un’insalata bellissima da vedere ma con un “in potenza” estremamente ridotto. In quanto a quello che ho scritto prima io so quanto venga pagato un articolo, un’immagine o quant’altro ad un collaboratore che si ritiene al livello di apportare qualcosa al proprio giornale. Spesso, pur ritenendo il blasone della propria rivista altissimo il compenso non è tanto. So quanto costa una pagina di pubblicità in un magazine, quante copie vengano prodotte e credo ci sia un gap notevole tra lo stipendio di un colalboratore, la pubblicitò, il numero di copie e lo stipendio del direttore. Quando ho letto quei credo, tutti quei “Credo, credo, credo, credo” ecco, penso di aver letto qualcosa di vagamente veltroniano, qualcosa che mi sa di ingarbugliato pur sembrando schietto. Qualcosa che è in poche parole tutto e il contrario di tutto e che ha fatto a cambio di una brillante occasione per cambiare questo paese anni fa per una strampalata carriera da romanziere lasciandoci tutti nella merda.

  2. cesarebalbo says:

    Riccardo Luna al Post può portare qualcosa “in più”, dare sostegno ad un progetto editoriale interessante, utile, che può ancora crescere moltissimo. Spero solo che in generale, l’apporto non sia puramente quello dell’editorialista, del commentatore della realtà, ma di ricercatore e propagatore di cognizioni. Chiedo questo perchè il panorama giornalistico italiano ed estero è sempre più popolato da opinionisti e sempre meno da “ricercatori”. Il futuro, non solo come descritto in tanti manifesti, spero sia quello di un giornalismo che aspiri a lasciare ai lettori la sensazione di essersi arricchiti di nuove conoscenze. Ecco l’innovazione: meno emotività ripiegata su se stessa e più valore nel servizio offerto.

  3. pbocchini says:

    Un’altra ottima addizione per il Post. Evviva!

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