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Questioni di Gender

2 agosto 2012

Si chiamano coppie di fatto, unioni civili, matrimoni gay. A volte si traducono in sigle, più eleganti da pronunciare: Pacs o Dico per poi essere seppellite, anche loro, nelle pagine della cronaca politica.

Ora però la faccenda si fa seria. Non è mica più questione di scelta personale, affettiva, erotica o d’identità. Si mobilitano Amazon, Facebook e Google. I giganti della rete aprono spazi alla comunità LGBT (lesbian, gay, bisex e transgender), offrendo matrimoni in rete per persone dello stesso sesso. Sulla questione Obama ci si gioca una fetta di elettorato, pro o contro. Deve solo fare i conti.

Qui da noi, come sempre, scoppia la polemica: mentre Rosy Bindi, presidente del Partito Democratico, a occhio e croce quello di maggioranza, dichiara incostituzionale il matrimonio gay e per poco non ci si gioca la poltrona, il segretario dello stesso partito promette impegno per gay e immigrati. In che senso non è chiaro ma già l’accorpamento delle “categorie” inquieta, come pure le possibili soluzioni per l’una e l’altra. La stampa non lesina e così L’Espresso mette in copertina il bacio lesbico ma nel servizio interno affronta l’avvincente tema del business del matrimonio omosex.

Qualcuno con più buonsenso fa un passo concreto: a Milano, il sindaco Pisapia non delude e ufficializza il registro cittadino delle unioni civili per persone dello stesso sesso. Non sarà rivoluzione ma sempre meglio di quei filosofi, ex sindaci, che creano vortici di parole spazzolate da concetti etici in un auspicato dialogo con la Chiesa che ha dell’impossibile. Quest’ultima, si sa, deve conservare e del dialogo al momento non gliene importa nulla, nonostante qualche vescovo di provincia che, con insolenti aperture al riconoscimento delle coppie di fatto, guadagna la rimozione certa dalla diocesi.

Insomma la questione è difficile. Lo è stata anche in molti altri paesi europei. Lo è negli altri continenti. Trasversalmente ciò che riguarda la vita affettiva e gli incerti confini dell’identità, turba individui e collettività. Il tempo della metabolizzazione delle differenze è lentissimo. Prova ne è che anche l’Organizzazione Mondiale della sanità si è dimenticata per lungo tempo di cancellare l’omosessualità dalle devianze psichiche.

Ma cosa intendiamo con identità di genere? E quali problematiche pone? Prescinde dalle rivendicazioni di diritti e dalle concessioni relative. Lungi da me il dare risposte e, in questo caso anche opinioni, voglio invitarvi a guardare le immagini che provengono da una piccola competizione fotografica, nata nella civile Olanda: il Pride Photo Award giunto alla terza edizione. Quest’anno sono stata nella giuria e ho pensato molto all’identità di genere e alla sua rappresentazione. Con insospettabile leggerezza ho constatato che di fronte alle immagini siamo soli e forse anche un po’ più liberi, possiamo dunque lasciar compiere alla fotografia la sua preziosa missione, quella di porre domande

Perciò mi auguro che queste immagini suscitino milioni di dubbi, scatenino pensieri e frantumino le convenzioni e il conformismo. Questo lavoro Gender as a performance della giovanissima artista Chris Rijksen ha vinto il primo premio. Segue a breve un’altra storia. Un piccolo romanzo fotografico. Per continuare a dubitare.

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  • emmeallaseconda

    Cosa vorrebbe dimostrare, quali convenzioni o conformismi vorrebbe rompere con questo articolo e con questa serie di immagini?
    Forse che possiamo decidere noi se siamo uomini o donne?

    • rferri

      credo che il tentativo dell’artista fosse proprio quello di “confondere” e non di dimostrare, di giocare sugli stereotipi, mantenendo la stessa espressione e dunque una soggettività a prescindere.
      no, noi non possiamo decidere se essere biologicamente uomini o donne. però dobbiamo tenere conto che, anche se non ci riguarda, il disagio di non appartenere al proprio sesso esiste e va lasciata la libertà di decidere e di scegliere chi e come essere.

      il concetto semplice è che ognuno deve essere libero di trovare il sé che ha dentro e poterlo esprimere.
      non sta a noi indagare l’autenticità o meno degli io altrui.

  • tonjolly

    L’idea è molto bella, ed efficace: riesce a trasmettere visualmente un concetto che, negli studi di genere, è ormai un dato acquisito (almeno da Judith Butler, “Gender Trouble” in poi): la performatività del genere (che è cosa diversa dal sesso, dall’orientamento sessuale, dall’identità sessuale, e può essere creativamente interpretato/reinterpretato/assunto/negato).
    Vista la chiara impronta “butleriana” di queste foto, mi viene in mente uno spunto forse interessante: tradurre in fotografia il “punto di arrivo” di Judith Butler, come espresso dal titolo di un suo libro del 2004: “Undoing Gender”. Probabilmente, la definitiva decostruzione e rimozione dell’idea di genere (e delle sue versioni applicate), il suo “diluirsi” in altri aspetti collegati alla costruzione dell’identità, è la sola strada onestamente praticabile.

  • anna83

    foto molto delicate per un argomento altrettanto delicato. bel lavoro.

  • gemma

    Nel titolo compare la parola “gender” poi si parla di coppie di fatto, unioni civili, matrimoni gay, Pacs e Dico, politica estera e italiana, iniziative di sindaci, vescovi “outsider”, per poi domandarsi:
    “Ma cosa intendiamo con identità di genere? E quali problematiche pone? Prescinde dalle rivendicazioni di diritti e dalle concessioni relative.”
    Infatti. Prescinde.
    Ma, “Lungi dal dare risposte” (anche perché non si capisce quale sia la domanda), si lasciano parlare le immagini.
    Immagini di una ragazza che si veste secondo canoni tradizionalmente concepiti come “femminili” o “maschili” e che costituiscono semplicemente l’ennesima rappresentazione ULTRA stereotipata della questione (genere = i vestiti che porti).
    Insomma, non si forniscono risposte su una certa questione, ma si premia chi (secondo che criteri?) ne ha dato un’interpretazione che si presume autentica.
    A quanto pare seguirà “…un’altra storia. (…) Per continuare a dubitare.”.
    Ma dubitare DI CHE?!
    Aiuto!

  • rferri

    dubitare che l’identità coincida sempre con quella biologica. dubitare degli stereotipi che rendono difficile l’autodeterminazione. dubitare delle categorie rigide. i post sono spazi confusi e scritti di getto. si mescolano concetti e pensieri e ci si assume la responsabilità di essi.
    la fotografia, come ho detto, pone sempre domande e quasi mai dà risposte.
    questo post era proprio un invito a introdurre la categoria del dubbio, credo fosse questo l’intento della giovane artista.

  • emmeallaseconda

    Tutto è relativo, anche ciò che siamo. Anzi, ciò che siamo è uno stereotipo, una categoria rigida. Non siamo più ciò che siamo, ma ciò che ci sentiamo di essere. Capito. L’essenza del relativismo, il relativismo dell’essere. La realtà, praticamente, non esiste. Desolante.

  • tonjolly

    Perché il collegamento “genere= i vestiti che porti” dovrebbe essere ULTRA stereotipato?
    I vestiti che indossiamo sono un elemento molto importante per il modo in cui veniamo categorizzati socialmente (dal punto di vista di classe, di appartenenza culturale, e anche di genere, certo – la sociologia francese recente insegna). L’effetto “spiazzante” è paragonabile a quello, fra gli anni ’60 e gli anni ’70, dei “capelloni”: un gioco “sovversivo” con dei codici di genere che operano in modo ancora molto efficace – certo, magari non in un seminario universitario in un dipartimento di gender studies, ma sicuramente su vari livelli della cultura di massa e socialmente diffusa.

    Emmeallaseconda: secondo quale ragionamento di piano inclinato sostenere la performatività di alcune categorie collegate alla costruzione dell’identità e all’autocomprensione porta alla “negazione dell’esistenza della realtà” – cosa che, tra l’altro, il relativismo non ha mai sostenuto, se non nella versione ideologizzata presentata da Ratzinger – ?

  • mago

    quoto emmeallaseconda! anch’io sono rimasto perplesso, non dalle foto, ma dalla speranza della giornalista autrice dell’articolo!

  • emmeallaseconda

    La realtà è che siamo uomini o donne. Così la natura ci ha voluto (indipendentemente da ciò che crediamo riguardo alle sue origini).
    *
    Se invece di questo dato di realtà, prendessimo per buono quanto dice la Australian human rights commission – in un documento intitolato «Protezione dalla discriminazione in base a orientamento sessuale e identità di sesso e/o di genere» – ci sarebbero: gli omosessuali, i bisessuali, i transgender, i trans, i transessuali, gli intersex, gli androgini, gli agender, i crossdresser, i drag king, i drag queen, i genderfluid, i genderqueer, gli intergender, i neutrois, i pansessuali, i pan gender, i third gender, i third sex, le sistergirl e i brotherboy.
    *
    Se ognuno può essere quello che vuole o che si sente, anche l’essere non è più una certezza. La realtà non è più realtà.

  • tonjolly

    Emmeallaseconda, la natura ha voluto che avessimo caratteri sessuali primari e secondari talvolta coerenti e talvolta no, talvolta anche confliggenti o indefinibili (è il caso dei cosiddetti intersex), talvolta in contrasto con l’identitá sessuale. “La realtà è che siamo uomini o donne” è un’affermazione profondamente controfattuale, perché allora, ad esempio, a una persona che nasce intersex glielo dici tu cosa è? E in base a cosa? “La realtà” è che bisogna distinguere il sesso (e non sono solo due), l’orientamento sessuale, l’identità sessuale, il genere. Non sono concetti sovrapponibili. E occhio a usare la “natura” come fonte di morale e normatività, eh.
    Poi: chi ha detto che ognuno può essere quello che vuole o che si sente? Io vorrei essere inglese, ad esempio, ma non lo sono. Questo è un dato, come dire, “non negoziabile”. Ma vorrei, pur essendo stato battezzato, non essere parte della chiesa cattolica, e infatti ne sono uscito “ufficialmente”. Questo è un dato modificabile e negoziabile. Ci sono categorie in cui il margine di negoziabilità non è né nullo né assoluto, soprattutto quelle che hanno conseguenze e ricadute sulla nostra autocomprensione sociale. Perché questo dovrebbe essere un “violare” il principio di realtà? Cosa c’è “irreale” nel percepire, ad esempio, di non ritrovarsi nella propria identitá sessuale?