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Rifare le frasi fatte

31 agosto 2010

Da sempre sostenitore del modello kirghiso, mi sottraggo alla brillante discussione avviata da D’Alema e subito sviluppata da Franceschini, e reinterpretata da altri ancora, a nome e per conto di tutti gli esponenti del pantheon democratico. Secondo me si deve ripartire, per sobrietà, dal mattarellum ed evitare uno spettacolo simile, che puntualmente i responsabilissimi dirigenti del Pd ripropongono agli incolpevoli (e attoniti) elettori. Poi se la prendono con Renzi che chiede la rottamazione: rottamazione con il doppio turno o alla tedesca? Già.

Quello che non hanno capito i nostri sempiterni leader è che di fronte a quello che sta accadendo – icasticamente rappresentato dalla tenda berbera con hostess e cavalli e carabinieri che rievocano Pastrengo (tutto vero) – ci vuole una rivoluzione. Sì, proprio una rivoluzione. Di fronte al crollo di questa Italia, non si può traccheggiare. Non ci si può abbandonare al politicismo. Non si può discutere come se il mondo si riducesse a tre palazzi romani e a due segreterie di partito. No, non si può. Non solo è sbagliato, è quasi immorale. Perché l’Italia può e deve essere meglio di così. E di fronte a quello che abbiamo visto negli ultimi vent’anni, bisogna esagerare. Dall’altra parte. Sognare qualcosa di nuovo, la notte, e, durante il giorno, saperlo spiegare con parole chiare.

La rivoluzione, ci vuole. Una rivoluzione che riguardi prima di tutto noi stessi. E vuol dire che noi dobbiamo fare proprio il contrario di così. I giornali si aspettano che noi ci mettiamo a discutere – anzi, a litigare – sul sistema elettorale? E noi non lo facciamo. E presentiamo le nostre proposte per i precari. Gli addetti ai lavori ci interrogano circa la migliore leadership di un eventuale governo tecnico che ci sappia traghettare verso le prossime elezioni? E noi rispondiamo che abbiamo un’idea per il fisco e per la lotta all’evasione. Tutti si chiedono chi si candiderà alle primarie? E noi, dal momento che tra l’altro si sono già candidati proprio tutti alle primarie, rispondiamo che abbiamo da fare, perché riaprono le scuole. Qualcuno ci cita l’ennesima dichiarazione di Bocchino (che ormai dichiara anche nel sonno)? E noi rispondiamo, sereni, che ci vuole una nuova politica estera, perché questa cosa di Gheddafi è avvilente.

E poi ci vuole una rivoluzione della politica. Sul serio. Che tolga argomenti alla famosa anti-politica (che si sono inventati i cattivi-politici), che si rivolga agli astensionisti sempre più numerosi, che sappia trovare la misura al «tempo» e alla «dote», diceva Dante, rievocando una Firenze che non c’è più. Due mandati possono bastare, si può rinunciare alla pensione, si può ridurre del 20-30% lo stipendio senza che accada nulla. Si può immaginare che chi spreca e sperpera, in un momento del genere soprattutto, torni a fare il proprio lavoro, se ce l’ha, o ne cerchi uno, se ha sempre vissuto di politica. Ho detto lavoro, non un consorzio o un ente pubblico. Che chi fa un’opera (di bene) ci metta il tempo previsto e che se non ce la fa, lo spieghi e ci spieghi chi deve pagare la penale. Ci vuole un partito che passi tutto il proprio tempo a parlare con i cittadini e non con se stesso, in uno stream of consciousness che ci sta facendo uscire pazzi. Molly Bloom? Certo. Forse senza ‘Y’. Perché siamo proprio molli.

La rivoluzione deve partire dalle cose che vanno peggio, proprio perché ci sono ampi margini di miglioramento. Ti entra in casa un idraulico. Chiedigli la ricevuta, perché potrai scaricarla dalle tasse. E se facciamo pagare le tasse, poi, anziché creare un tesoretto e discuterne con Diliberto (che è tornato, anche lui), automaticamente le restituiamo a chi le tasse le ha sempre pagate e a chi si impegna a investire per davvero.

Le grandi opere? Non ci sono solo le autostrade, ci sono anche i treni che fanno schifo, la banda larga da posare, i tubi dell’acqua da sistemare senza venderla alle finanziarie. Sei precario ma lavori da dipendente, dalle 9 alle 18. Ti diamo una notizia sconvolgente: ti stanno prendendo per il culo. E così non va bene.

E tutti tagliano la scuola e la ricerca? E noi invece la finanziamo a prescindere, e chiediamo uno sforzo a chi se lo può permettere. E tutti pensano che la finanza sia incontrollabile, e che minimo minimo se vai in banca ti fregano di sicuro? Queste cose possono cambiare, anche subito. Grazie all’informazione, altro problema di cui occuparsi, dopo questi anni di conflitto di interessi.

Tutto quello che è successo in questi ultimi vent’anni, è sbagliato. Abbiamo buttato via tempo e denaro. Abbiamo perso un miliardo di occasioni. Cambiare il sistema elettorale è uno strumento, cambiare la politica e la società sono i nostri obiettivi. Non invertiamo i fattori, perché il risultato – in politica – cambia. Si stravolge. Diventa irriconoscibile.

Intendiamoci, non lo dico da politico in sedicesimi: lo dico da elettore di sinistra. E lo dico dopo averne parlato con millemila elettori di sinistra. Questo ci vuole. Tutto il resto, è noia e, forse, errore a sua volta.

Una rivoluzione italiana, che parta da dove siamo deboli e incerti. E rompa lo schema della dannata comunicazione di B. Una forma di disobbedienza verso i luoghi comuni e i proverbi che ci accompagnano come fossero mantra. «Non siamo mica qui a pettinare le bambole», «non mettere il carro davanti ai buoi», «non accettiamo lezioni da nessuno». I proverbi, come le cose, si possono cambiare. E la sinistra l’hanno inventata, secoli fa, proprio per cambiare le frasi fatte. Che sono, appunto, da farsi, di nuovo, per rimettere a posto le parole. E le cose.

44 commenti

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  2. abragad says:

    Pippo Civati non è però un parlamentare nazionale ma un membro del Consiglio della Lombardia (già al secondo mandato) per Monza e Brianza, uno degli 80 – che è meglio che essere uno dei 1.000 parlamentari peones. Molti di questi temi da “cambiare la politica e la società” sono fattibili anche in ambito regionale, anzi pare essere questa la direzione in cui si muove la divisione dei poteri tra gli organi dello Stato. Come residente a Milano potrei anche giocare la carta grillina-populista (che però detesto come principio) del fatto che ne pago lo stipendio ma è comunque un dato di fatto che vorrei un’opposizione più aggressiva e progettuale anche sui temi di competenza della Regione Lombardia (aka “Pirellone”).

    Invece di parlare di massimi sistemi, quali sono le sue iniziative in Consiglio Regionale, in una regione dove con Formigoni ci si allinea e si supera (a destra) lo stesso governo nazionale?

  3. jackg says:

    sono naturalmente d’accordo con questo post. Manca ancora un passo, però, che faccia andare oltre i principi: Civati (e chi ci sta) presentino un pacchetto di proposte attorno a cui coagulare un gruppo di dirigenti e sostenitori. Solo sulla base di una proposta si può superare l’impasse, ovvero fare la rivoluzione. Già con delle proposte articolate riguardanti 3 punti – per dire: meno cemento, buona laicità, più pari opportunità – si potrebbero spendere 5 anni di governo. E il Paese alla fine sarebbe migliore.
    Quindi al lavoro, i politici siete voi (Civati, Renzi, Serracchiani e chi per il momento è ancora sedicente astro nascente), noi aspettiamo un progetto civile.

  4. clorenzo says:

    scrivo queste righe senza polemica..
    sono d’accordo su tutta la linea (linea che, guarda un po’, rieccheggia molto quel che diceva beppe grillo poco tempo fa), ma non riesco a togliermi
    di dosso l’impressione che questi messaggi vengano soltanto ripetuti a mo di mantra, di suggerimento a qualcun’altro, quasi il pd parlasse a se stesso per darsi carica, come un tuffatore in cima alla piattaforma che si sprona a saltare ma è ancora là sopra…un po’ come bersani quando dice “dobbiamo trovare l’alternativa” e non si rende conto che dovrebbe essere lui stesso l’alternativa..

    update mentale: è come se i nuovi dirigenti del pd si mettessero dalla parte degli elettori dando loro voce, trovandosi dalla parte della folla a urlare verso un palco rimasto vuoto di loro stessi

    non riesco a spiegarmi meglio

  5. pietrospirito says:

    Serve un nuovo inizio. Forse vale la pena di provare a smontare qualche luogo comune. E se il federalismo fosse una immane cazzata ? In fondo, le Regioni hanno dato pessima prova, e la qualità dell’amministrazione pubblica è peggioarata con la devoluzione dei poteri. In questa cosiddetta seconda repubblica, poi, non c’è nessun partito che nella sua identità abbia un riferimento all’Italia. Quasi tutti i partiti della prima repubblica, ad essezione della democrazia cristiana e del partito radicale, facevano riferimento a questa identità. Dobbiamo proprio consegnarci alle parole chiave degli altri, a partire da quelle della Lega ? E’ proprio inevitabile sempre andare a rimorchio e non pensare con la propria testa ? E se decidessimo di essere il Partito Democratico Italiano, per andare più coraggiosamente in Europa e per ricostruire un senso di identità nazionale che abbiamo intanto perso ?

  6. francesca says:

    Allora? Dove sei, Pippo? in biblioteca?

    Dunque?

    C’è uno che chiede “delle proposte articolate riguardanti 3 punti – per dire: meno cemento, buona laicità, più pari opportunità” che – dice – bastano per “5 anni di governo”, e che dopo aver enunciato questo vasto programma rivoluzionario dice anche: “i politici siete voi (Civati, Renzi, Serracchiani e chi per il momento è ancora sedicente astro nascente), noi ASPETTIAMO un progetto civile”.

    Cosa rispondi a questo signore, se non a me?

    E ce n’è un secondo che dice: “[decidiamo di essere] il Partito Democratico Italiano, per andare più coraggiosamente in Europa e per ricostruire un senso di identità nazionale che abbiamo intanto perso”. Che te ne pare di “andare in Europa” ma mica in bicicletta: “coraggiosamente”, e per ricostruire un SENSO “di identità nazionale” (perché non gli basta la rivoluzionaria “identità nazionale”, vuole il “senso”).

    Che rispondi a questo altro signore, se non a me?

    Dove è l’”apparato”, eh Pippo? che ti impedisce la presa del potere riservata, come dice ancora un terzo signore, agli “under 50″ (i “giovani”, insomma).

  7. francesca says:

    Tiens, mi è sfuggito un altro che “aspetta un fischio”.
    Tutti d’accordo con te, a quanto pare. Cosa rispondi loro? Ti hanno almeno CAPITO, hanno almeno capito che cosa hai scritto?

  8. pietrospirito says:

    Cara Francesca, il federalismo come soluzione dei problemi che abbianmo è tra le frasi fatte che penso sia necessario smontare. In questi decenni la bassa qualità delle amministrazioni territoriali (non di tutte, ma di buona parte del Paese) è uno dei vincoli che ci hanno affossato. E’ cresciuta a dismisura la macchina amministrativa, ma i cittadini hanno avuto in cambio servizi peggiori, proprio quelli che sono stati affidati alla gestione decentrata. Tornare a dare corpo alla unità nazionale vuol dire ricostruire una rete di servizi sociali basata su requisiti standard di eccellenza. La proliferazione delle tante piccole Università, tanto per parlare di altro esempio, è servita solo a moltiplicare le cattedre e non a migliorare la qualità della didattica e della ricerca. Insomma, il richiamo alla unità nazionale può essere una chiave interpretativa per ricostruire uno Stato sociale al servizio dei cittadini. Poi ciacuno è libero di pensare invece che un decentramento valligiano dell’Italia sia la chiave per il futuro.

  9. filippofilippini says:

    Ciao Alessio, ci conosciamo per altri lidi.
    Googla:
    Civati mandiamoli a casa
    Civati libro grigio Formigoni
    Civati Regione Straniera

    Pippo AFAIK è uno dei più attivi in Regione, compatibilmente con il fatto che come sai Formigoni governa dai tempi dei camuni…

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