
Ho visto il paziente popolo del moderno Frecciarossa. Era prevalentemente germanofono e sembrava amministrare bene le energie prima di sbarcare a Roma.


Dall’ampio finestrino azzurrato ho visto certi palazzi del Tiburtino venirmi incontro. E mi sono ricordato di quando da studente abitavo proprio lì e dalla finestra guardavo transitare convogli ferroviari ben più antiquati.

Casa mia aveva una cucina con un balconcino, dove oggi qualcuno ha appeso un lenzuolo. Ci abitavamo in tre e dividevamo tutto, anche la bolletta del telefono segnando gli scatti su un quaderno.

Poi ho visto Termini, dove pur camminando svelti si ha sempre modo di assistere ad affettuosi ricongiungimenti.

Sottoterra, nel paesaggio tenebroso della Metro B, un ragazzo dai tratti orientali ascoltava Vasco in cuffia e con le labbra compitava che la vita continua anche senza di noi.






I tassisti contro Uber
L’ultima volta che abbiamo rischiato la guerra nucleare
Ministri che non se lo aspettavano
Chi sono i più arroganti in Europa?
È morto Jorge Videla
La Siria e la linea rossa
Berlusconi per Alemanno, contro “un non romano”
La classifica finale della Serie A