Ognuno la vede a modo proprio: se è vero che, soprattutto in politica, la verità è qualcosa di assolutamente soggettivo, la Costa d’Avorio ne è un ottimo esempio. Un paese dove tutti hanno un punto di vista e un’opinione che esprimono senza esitazione con puntuale ricorso a proverbiali ivorianismi che ne fanno oratori ammalianti. Un paese dove esiste una carta stampata completamente assoggettata alla linea che rappresenta fino all’acriticità più marcata. Un paese diviso dove non bisogna dimenticare né sottovalutare che sebbene il risultato legittimo delle presidenziali sia quello annunciato dalla CEI (Commission Electorale Indépendante) e certificato dall’ONUCI (la missione ONU in Costa d’Avorio) che ha assegnato a Ouattara il 54% dei suffragi, esiste tuttavia un 46% di elettori che ha votato in maniera convinta per Gbagbo. La distanza che resta da colmare tra i sostenitori delle due parti è netta e presenta pochi margini di negoziazione. Le radici di tale distanza vanno ricercate in motivazioni etniche, antropologiche e sociologiche che sono oggetto del mandato della Commissione Verità e Riconciliazione, istituita nel mese di maggio e presieduta dall’illustre baulé Konan Banny.
in Olanda, Gbagbo è certamente il detenuto più illustre finito sotto la giurisdizione della CPI. Ma durante le ore d’aria, potrà tuttavia fregiarsi della compagnia dell’ex-presidente liberiano Charles Taylor, dei serbi Ratko Mladic e Radovan Karadzic, dell’ex vicepresidente congolese Jean-Pierre Bemba con il suo entourage. Insomma, tra un corso di computer, uno studio privato e una cucina personale, Laurent Gbagbo non avrà certo tempo di annoiarsi mentre prepara le sue accese arringhe difensive. In tal senso, nel suo esordio innanzi alla Corte, il 5 dicembre, non ha dato certo l’impressione di essere rassegnato ma ha attaccato apertamente l’ingerenza della Francia negli affari ivoriani, dando prima sostegno alla ribellione delle Forces Nouvelles e poi all’elezione di Ouattara, fino ad assumere un ruolo chiave per pervenire al suo arresto.
In Costa d’Avorio, ad Abidjan, c’è ancora chi attende il rientro di ‘papà Gbagbo’, ne difende le ragioni e invoca che se giustizia deve essere, che la si faccia a largo raggio e si incrimini anche chi nell’altro campo si è reso protagonista di altrettanti crimini quali quelli imputati a Laurent Gbagbo. Non si può parlare di riconciliazione senza la garanzia di un’equa giustizia. La certezza che si respira, infatti, è che Gbagbo non sarà l’unico ivoriano a comparire nelle aule dei giudici dell’Aja. Ma per questo bisognerà attendere e vedere fin dove la CPI avrà il coraggio di spingersi.
Dato il boicottaggio del campo pro-Gbagbo, il tasso di partecipazione è certamente uno dei più importanti indicatori cui si guarderà per valutare l’esito di questo scrutinio. Fa eccezione LIDER (Liberté et Démocratie pour la République), partito appena fondato da Mamadou Coulibaly, futuro ex-presidente dell’Assemblea Nazionale e brillante quadro del FPI fino alla definitiva presa di distanza da Gbagbo a causa delle divergenze in seguito alle contestate presidenziali. LIDER presenta in totale 8 liste e 12 candidati, con Coulibaly schierato in prima persona nel collegio di Koumassi ad Abidjan dove la sfida tra RDR e PDCI (Parti Démocratique de CÔte d’Ivoire) promette di essere all’ultimo voto. Ma mentre oggi Coulibaly spera di portare alle urne in suo favore almeno una parte degli elettori del FPI, il suo sguardo sul futuro va ben oltre queste elezioni legislative e il nome scelto per la sua formazione politica la dice lunga. Un’altra manciata di ex-dirigenti del FPI (38 fino a quando una parte di essi ha deciso di ritirarsi per protesta contro la consegna di Gbagbo alla CPI) correrà nelle vesti di candidati indipendenti e sono oggetto di attacchi mediatici sia da parte degli avversari del RDR e del PDCI che da parte dei loro ex-compagni di partito.
Una prova di forza tra i maggiori azionisti del RHDP (Rassemblement des Houphouétistes pour la Démocratie et la Paix): non è certamente casuale che il presidente Ouattara abbia deciso di mantenere una posizione defilata durante questa campagna elettorale, durata appena una settimana in cui si sono registrati alcuni episodi di violenza e diverse tensioni all’interno del campo presidenziale. Infatti, se dapprima l’idea di Ouattara fosse quella di consolidare il RHDP, ciò non si è potuto materializzare a causa della contesa interna per definire le candidature e, inoltre, per non incorrere nell’inopportunità di tornare al partito unico. Vale la pena ricordare, infatti, che Ouattara deve la sua elezione ai voti indirizzati in suo favore dal PDCI al secondo turno delle presidenziali. Queste elezioni legislative, quindi, costringono RDR e PDCI alla conta e, considerata anche l’età del Presidente in carica (Ouattara ha 69 anni), potrebbero rappresentare un’ipoteca per la candidatura alle prossime elezioni presidenziali previste nel 2015 ma, soprattutto, sulla immediata ricomposizione del governo in carica.
Il PDCI spera di attrarre il voto dei delusi gbagboisti che mai potranno accettare uno ‘straniero’ a capo della Costa d’Avorio. Ouattara è di origine burkinabè e la questione della nazionalità e dell’ivorianità è al centro del dibattito politico-sociale da metà degli anni ’90. Da quando, appunto, finito l’interregno di Houphouet-Boigny, durato dall’indipendenza del 1960 fino al suo decesso nel 1993, la Costa d’Avorio non è stata più in grado di offrire accoglienza e lavoro agli ‘stranieri’ della regione. Sul concetto di ‘straniero’, quindi, si sono sprecati fiumi di inchiostro fino a renderlo un concetto molto fluttuante che non riguarda solamente chi viene dall’estero ma presenta molti altri connotati. I partiti politici, ovviamente, ci hanno messo del loro, enfatizzando ed esaltando una politica regionalista basata sull’etnia che non ha di certo aiutato la coesione nazionale.




Cosa sappiamo del ragazzo italiano ucciso in Siria
Maturità 2013: tutte le tracce dei temi
Il ritorno del vinile
Perché si protesta in Brasile?
Come te la caveresti in terza media?
Sarah Palin sulla Siria: «Lasciamo che se la sbrighi Allah»
Nigeria-Tahiti 6-1
Com’è andata gara 6 delle finali NBA