Mauro Bevacqua http://www.ilpost.it/maurobevacqua Nato a Milano, nel 1973, fa il giornalista, dirige il mensile Rivista Ufficiale NBA e guarda con interesse al mondo (sportivo, americano, ma non solo). Fri, 03 Feb 2012 17:52:41 +0000 en hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.1.1 Superbowl, tutto quel che c’è da sapere http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2012/02/03/superbowl-tutto-quel-che-ce-da-sapere/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2012/02/03/superbowl-tutto-quel-che-ce-da-sapere/#comments Fri, 03 Feb 2012 17:52:41 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=263 Continua...]]]> Domenica va in scena il più grande spettacolo sportivo americano e intanto si parla anche molto di Madonna, la 53enne italo-americana di Detroit (“È il sogno di ogni ragazza del Midwest esibirsi al Superbowl”) che salirà sul palco nell’intervallo della finalissima NFL tra New England Patriots e New York Giants. Più che “Like a Prayer”, qualcuno ha titolato “Like a Player”, perché anche Madonna – come parecchi giocatori, il più importante il tight end dei Patriots Rob Gronkowski – è alle prese con un piccolo infortunio, al tendine del ginocchio. Di “preghiere” si è comunque parlato, e a farlo è stata l’altra donna da copertina di questo Superbowl, la super top model Gisele Bundchen, nonché signora Brady (cioè, è la moglie del quarterback di New England): che è finita sulle pagine del New York Post con il testo di una mail spedita ad amici e parenti in cui chiedeva “le preghiere di tutti in una giornata davvero importante della vita e della carriera di mio marito”. Saranno sufficienti? I bookmaker di Vegas ci credono e danno i Pats favoriti sui Giants in quella che sarà, prima di tutto, l’ennesimo capitolo dell’eterna sfida tra Boston e New York ma anche la rivincita del Superbowl di 4 anni fa, quando New England si presentò imbattuta (19 vinte, 0 perse) alla ricerca di una storica “perfect season” (riuscita solo ai Miami Dolphins nel 1972) per vedere il proprio sogno infranto da Eli Manning e i suoi Giants, vincitori per 17-14. Già, Manning.

A Indianapolis, dove si gioca, è un cognome che conoscono bene: il “vero” Manning, Peyton, è quarterback dei locali Colts. E uno dei due, ironia della sorte, potrebbe benissimo competere per il premio di MVP (miglior giocatore) di una stagione che non ha visto neppure mai mettere piede in campo l’altro. Prima del via, infatti, i Colts erano accreditati da molti (da tutti?) come vincitori della propria division e sicuri protagonisti dei playoff finché un brutto guaio fisico non ha messo fuori gioco il Manning maggiore. Risultato? Perse le prime 13 in fila della stagione e record finale di 2-14. Non che le cose al fratello sembrassero andare tanto meglio, in quel di New York. A due giornate dalla fine del campionato, i suoi Giants avevano vinto 7 partite e ne avevano perse altrettante, con chances di playoff a grave rischio. Ma in America si parla spesso di “peaking at the right time”, ovvero della capacità di squadre e campioni di entrare in forma al momento giusto.

I Giants arrivano a questo Superbowl sulla scia di 5 vittorie consecutive, i Patriots su una striscia aperta addirittura di 10 successi. L’ultima sconfitta? Il 6 novembre 2011, in casa, proprio contro New York (24-20).  E se Peyton Manning ha dalla sua 4 titoli di miglior giocatore NFL (record assoluto), come lui Eli ha vinto già un Superbowl e pure un premio come miglior giocatore della finalissima. Potrebbero diventare due già domenica notte, eguagliando così proprio il suo rivale nella finale, Tom Brady, già votato come MVP del Superbowl nel 2002 e nel 2004. Brady e Manning, come detto, si ritrovano uno davanti all’altro con in palio il titolo per la seconda volta in carriera e una rivincita del genere era successa in passato solo ad altri 4 quarterback: Terry Bradshaw aveva avuto la meglio entrambe le volte su Roger Staubach (Pittsburgh vs. Dallas) e Troy Aikman aveva infranto e re-infranto i sogni di vittoria di Jim Kelly (Dallas vs. Buffalo).

Una statistica che, visto il precedente del 2008, i tifosi di New England vogliono leggere e subito dimenticare, nel caso aiutati da quel miliardo-duecentotrentaduemilioni-e-centocinquantunomila litri e spiccioli di birra che verranno consumati davanti alla partita dell’anno (ci si riempiono 493 piscine olimpiche, fanno sapere…). Perché la sera del Superbowl è un grande evento non solo sportivo ma anche televisivo (rating alle stelle per la gioia di NBC, mentre in Italia la finale si potrà vedere su Sportitalia e – con la novità dell’HD – su ESPN America, su Sky), di marketing (la solita corsa delle più grandi multinazionali mondiali a presentare in anteprima nuove pubblicità durante le pause della partita) e di costume sociale. Solo il 5% degli americani, infatti, vedrà la partita nella solitudine della propria casa, mentre saranno più di 61 milioni (quasi il 20%) quelli che parteciperanno a un “Superbowl Party”, come quelli che ESPN America ha organizzato anche in tutta Europa (Amsterdam, Parigi, Praga, Monaco, Berlino, Vienna, Varsavia e Lisbona) e pure da noi in Italia, all’Hard Rock Cafe di Roma e al Kookaburra di Monza. Per tirare mattina e vedere – oltre a Madonna – chi vince il Superbowl.

 

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Michael Jordan vola ancora, 23 anni dopo http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2012/01/26/michael-jordan-23-anni-dopo/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2012/01/26/michael-jordan-23-anni-dopo/#comments Thu, 26 Jan 2012 06:42:29 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=260 Continua...]]]> Tutto buio, solo il rumore di un pallone che rimbalza sul parquet. Poi le prime parole. I can never stop working hard. Parole che sapevo a memoria. Each day I feel I have to improve. Anzi, parole che so ancora a memoria. Hard work, determination, I’ve got to keep pushing myself. L’inizio in inglese (con i sottotitoli sul parlato originale), poi le prime battute del doppiaggio (sulla voce narrante fuori campo) che “entravano” pochi secondi dopo. Così: “Un giovane, con sogni di grandezza sul diamante del baseball / Posseduto da quella voglia che ti può far arrivare / Queste sono immagini di quello che avrebbe potuto essere… / Ma la realtà non è mai stata così bella”. Appena prima che la voce di Flavio Tranquillo iniziasse a guidarci in un viaggio indimenticabile, un ragazzo in canotta e calzoncini, con un bel sorriso stampato sul volto, si avvicinava alla telecamera per pronunciare semplicemente poche parole: “Ciao, mi chiamo Michael Jordan e vorrei che mi seguiste in questo viaggio per scoprire il segreto che io conosco da molti anni: l’uomo è davvero destinato a volare”.

Ecco, inizia così Michael Jordan: Come Fly With Me, il video sportivo che ancora oggi – a oltre due decenni dal suo lancio – rimane il più venduto di sempre. Si celebra un anniversario speciale, perché da quel 26 gennaio 1989 a oggi sono passati esattamente 23 anni, e quando si parla di Michael Jordan il 23 non può essere un numero casuale.

Se Michael Jordan ha cambiato la storia della pallacanestro (e l’ha cambiata, fidatevi), quei 45 minuti scarsi hanno fatto lo stesso per la storia dell’home video sportivo. Perché oggi produzioni simili sono la norma – anzi, sono ormai ampiamente superate, anacronistiche – ma allora non si era mai visto niente di simile. Era la fine degli anni ’80 e Michael Jordan, lungi dall’essere la leggenda che sarebbe diventato, veniva “intercettato” nell’istante perfetto della sua carriera: in rampa di lancio. Aveva già vinto un titolo NCAA e un oro olimpico a Los Angeles, certo (nella 23esima Olimpiade, non a caso), ed era stato votato miglior giocatore NBA e – contemporaneamente! – miglior difensore della Lega nel campionato appena concluso (1988). Si era portato a casa anche il secondo titolo di capocannoniere consecutivo e la seconda corona in fila di miglior schiacciatore. Ma nella NBA non aveva vinto niente, neppure uno dei sei anelli che finirà per mettersi alle dita, per cui la reale consacrazione era ancora lontana.

Di più, la NBA per il grande pubblico rimaneva la lega di Magic Johnson e Larry Bird – ognuno con il suo VHS d’ordinanza, Always Showtime e Larry Legend. Giocatori meravigliosi, stupendi, come meravigliosi e stupendi anche i due video che li celebravano. Ma poi arrivò MJ, arrivò Come Fly With Me (poi, nel 1991, anche Spike Lee, la Nike e gli spot celebri) e non fu più la stessa cosa. Jordan – quel Jordan che poi sarebbe diventato il mostro sacro, il “Moloch” NBA, il più grande di tutti i tempi e il paragone, tanto naturale quanto irraggiungibile, per qualsiasi giocatore di pallacanestro (o forse di atleta tout court) – in quel particolare momento storico era ancora lo sfidante, la faccia nuova, il personaggio “up and coming”, con dalla sua il fascino del genio rivoluzionario che va all’assalto dello status quo (Los Angeles e Boston, le dinastie dominanti del basket americano anni ’80).

Anni in cui qui in Italia, in TV, si vedeva forse una partita a settimana, e si trattava di gare disputate giorni prima. Di colpo, invece, si inseriva il VHS nel videoregistratore ed ecco Michael Jordan che invitava ognuno di noi a seguirlo in un viaggio affascinante. C’erano le immagini del Jordan bambino, quelle della sua scuola nel North Carolina (che con un po’ di fantasia poteva somigliare alla nostra), del fratello più grande Larry che lo ha formato e della maestra di matematica Janice Hardy, che gli ricordava di studiare, “perché è così che si fanno i soldi!”. C’erano mamma Deloris e papà James, prima che venisse assassinato da dei balordi (uno dei momenti chiave nella vita di MJ). E c’erano i suoi voli, le sue schiacciate, in testa al piccolo John Stockton e, subito dopo, sfidato da un tifoso (“Prenditela con qualcuno della tua taglia!”), anche al gigante Mel Turpin (Is he big enough?). In un video che abbonda di estetica anni ’80 – nelle pettinature delle signore, negli orrendi completi del Jordan testimonial pubblicitario, nelle stesse divise di gioco – sono proprio i suo voli a canestro, le scorribande nel cuore delle difese avversarie la cosa meno anacronistica, ancora attuale, a dimostrare la grandezza e la modernità del Jordan giocatore.

Uno che 23 anni fa ci ha invitato a volare con lui.
Uno grazie al quale, 23 anni dopo, dobbiamo ancora toccare terra.

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La mia storia di fine anno http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/12/31/la-mia-storia-di-fine-anno-2/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/12/31/la-mia-storia-di-fine-anno-2/#comments Sat, 31 Dec 2011 12:07:42 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=247 Continua...]]]> Partiamo dalla fine. Di una partita, di una stagione, di un sogno. La partita è gara-7 delle finali di hockey NHL – il massimo dell’adrenalina, “la bella”, la gara senza futuro, un Superbowl sul ghiaccio. La stagione è quella dei Vancouver Canucks e dei Boston Bruins, le due squadre giunte fino in fondo, ognuna dopo 100 partite, 100 battaglie per arrivare a giocarsi il titolo, una contro l’altra. Il sogno – come in Schnitzler – è doppio: per i Canucks vuol dire vincere la loro prima Stanley Cup di sempre, per i Bruins riportare il trofeo a Boston dopo 39 anni. Tutto è pronto, alla Rogers Arena di Vancouver non c’è neppure un biglietto invenduto. Chi non è tra i 18.860 fortunati si accalca nella downtown cittadina, dove tutto è stato organizzato per accogliere fino a 32.000 tifosi. Solo che quel numero viene già raggiunto un’ora e mezza prima dell’inizio di gara-7. Poi ne arrivano altri. E altri. E altri ancora, al ritmo di 500 persone ogni 90 secondi.

“Per via dell’instabile situazione che si è venuta a creare a Downtown Vancouver, vi consigliamo fortemente di non raggiungere il centro città fino a prossima segnalazione”. Gli annunci sui monitor degli Sky Train parlano chiaro. Ma non servono. Entro fine serata saranno oltre 155.000 le persone raccoltesi a downtown, davanti ai maxischermi, per festeggiare il possibile trionfo. Scott (lui, 29 anni) e Alex (lei, 24) non sono certo grandi tifosi di hockey, ma se la Storia è lì che ti passa affianco, ignorarla è da stupidi. Niente Rogers Arena, ma tutti a casa di un amico nel West End, poco lontani da downtown, per gustarsi gara-7 in compagnia davanti alla TV. Chi invece alla Rogers Arena c’è – chiamato a fare il suo dovere – è Rich, 36 anni, nato e cresciuto a Vancouver, fotografo freelance per Getty. Le sue immagini di quella storica gara-7 sono tra le oltre 9.000 prodotte nella sola serata dal plotone di fotografi della sua agenzia, pronti a immortalare ogni singolo istante. Il via della partita, il primo goal degli ospiti, poi il secondo, il terzo e quindi il quarto (Patrice Bergeron e Brad Marchand vanno a referto entrambi con una doppietta, ma non saranno loro la coppia più celebre della serata), l’estasi dei pochi tifosi dei Bruins, la delusione sempre maggiore di quelli dei Canucks, il trionfo di Boston e la disfatta di Vancouver.

Quando tutto sembra finito, è solo allora che in realtà tutto inizia.

L’eco dei primi disordini in città arriva all’orecchio di Rich che lui è ancora al palazzo. Scott e Alex, invece, dal balcone della casa che li ospita possono vedere le fiamme e il fumo alzarsi dalle strade del centro cittadino. Chi per vocazione professionale (“Se sei un fotografo e tutti stanno cercando di abbandonare una zona, tu cerchi di entrarci”), chi per semplice curiosità, si dirigono tutti a downtown. Dove i disordini aumentano sempre di più, per intensità e gravità, trasformandosi presto in guerriglia urbana. Quindicimila atti violenti, duemila chiamate in quattro ore al 911, il numero di emergenza, centocinquanta feriti, altrettanti arresti. Un vero e proprio “riot”, il più grave nella storia degli sport americani. Che avrà, loro malgrado, tre protagonisti – Rich, Scott e Alex – che senza saperlo si ritrovano a pochi metri gli uni dagli altri, tra strade che di nome fanno Seymour, Georgia e Robson. In un punto dove, esasperata dalla situazione, la polizia decide di caricare, per disperdere la folla, usando una tattica ereditata dagli eserciti degli antichi Romani.

Mentre loro avanzano, compatti, spalla contro spalla, Rich li precede fronteggiandoli, la sua fotocamera in mano. Scott e Alex si voltano per correre e fuggire, ma lei cade. In un attimo la massa di agenti è su di loro, tra manganelli, scudi e gas lacrimogeni. Basta un altro attimo, però, ed è già oltre. Tutto finito, o quasi. Perché sull’asfalto, in una strada di colpo deserta, rimane il corpo travolto di Alex e accanto a lei, ancora in piedi, quello del suo fidanzato Scott.

Quando tutto sembra finito, è solo allora che in realtà tutto inizia.

Alex urla a terra spaventata, Scott si china per consolarla, Rich mette mano alla sua Nikon. Duecento, la lunghezza focale. Due punto otto, il diaframma. Seimilaquattrocento di ISO. Uno scatto. Un quarantesimo di secondo perché l’otturatore si apra e chiuda. Il tempo di un bacio. “Couple kisses during Vancouver riot”. È questa la didascalia con cui l’immagine viene archiviata e spedita in giro per il mondo.

Per un attimo, in una strada del centro città di Vancouver, Klimt incontra Romeo e Giulietta.

Si erano conosciuti soltanto alla fine del 2010, lui appena arrivato dall’Australia con un visto di lavoro, lei alle prese con la sua solita vita, a Vancouver. Tre giorni dopo quella gara-7, avevano in programma di partire per un viaggio, giù sulla West Coast americana, al sole della California. Da lì, infine, sarebbero volati assieme in Australia. Lui era cresciuto a Melbourne e a Melbourne voleva far ritorno, con lei. Lì, oggi, sono tornati anche alla loro vita, di sempre eppure nuova. Lui lavora in un bar, lei è ingegnera. Sono “Riot Romeo” e la sua Giulietta del terzo millennio, ma pochi – tra gli amici e i colleghi – lo sanno. Per loro sono, semplicemente, Scott e Alex. Con un 15 giugno 2011 e una gara-7 da ricordare per sempre.

Il bacio in mezzo alla sommossa
Il bacio di Vancouver era vero

(Rich Lam/Getty Images)

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Ricomincia l’NBA, dopo una pagliacciata http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/12/23/ricomincia-lnba-dopo-una-pagliacciata/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/12/23/ricomincia-lnba-dopo-una-pagliacciata/#comments Fri, 23 Dec 2011 17:41:05 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=240 Continua...]]]> «Diciamo che un vostro vecchio amico dell’università sta separandosi dalla moglie. Voi lo portate fuori a bere e gli chiedete cos’è successo. “Pensa che io lavori troppo, non mi vede mai, è sempre sola, voleva che rallentassi i miei ritmi ma io non posso”. Siccome il vostro amico lavora in borsa 24 ore al giorno, ha senso. Voi dite le cose giuste, lo fate sentire meglio, lo ascoltate sfogarsi per due ore e finite pure per pagare il conto. Non lo vedete per altri cinque mesi, e quando accade il dialogo è questo:
Voi: Come sta andando col divorzio, è già ufficiale?
Lui: Nah, non se n’è fatto niente, sono rimasto a casa con lei.
Voi: Davvero? Pensavo ti avesse dato un ultimatum per lavorare meno…
Lui: Nah, va tutto bene, ora. Piuttosto, dimmi, che ne pensi dei Packers?
Pensereste che tutto questo sia strano, no? Benvenuti al lockout NBA 2011».

Le parole non sono mie, ma di quel genio di Bill Simmons (ne avevamo già parlato, ai tempi del lancio di Grantland). Però, giuro, non trovo un modo migliore per descrivere i 160 giorni di contrattazioni più o meno frenetiche risoltesi all’alba del 26 novembre scorso con la firma dell’accordo che finalmente riporta in campo la NBA, con la prima palla a due prevista per il giorno di Natale. Centosessanta giorni riassumibili in tre parole: “una”, “discreta”, “pagliacciata” (e, vedremo più avanti, neppure l’unica).

Semplificando: scaduto l’accordo collettivo che regolava la NBA, proprietari e Lega da una parte, giocatori (e agenti) dall’altra si ritrovano a doversi spartire una torta da 4 miliardi di dollari, ovvero l’ammontare – a spanne – del business NBA. Nel vecchio accordo, il 57 per cento del dessert finiva nelle tasche dei giocatori, sotto forma di stipendi, il 43 per cento alla Lega. Che al tavolo delle trattative, lamentando grossi buchi nei bilanci di 22 delle 30 squadre, lancia una proposta all’Associazione Giocatori: dal prossimo anno facciamo il contrario, 57 a noi, 43 a voi. Salute!

Ora – in medio stat virtus – un approccio ragionevole poteva suggerire un salomonico fifty-fifty e via, tutti in campo. Macché. Seguono giorni e giorni di contrattazioni, meeting interminabili, minacce e controminacce, tavoli abbandonati e poi di fretta riconvocati, perfino l’intervento di un mediatore esterno. Tutto inutile. Ancora il 25 novembre la disputa del campionato 2011-12 sembra in forte pericolo, con le due parti un po’ più vicine ma sempre arroccate sulle loro posizioni. Finché… Finché non si realizza che per rimettere in strada il carrozzone ci vuole almeno un mese e che il Natale passato in campo (cinque-partite-cinque in programma il 25 dicembre, in una giornata di festa, davanti a un pubblico televisivo, americano e globale, enorme) è un gran bel business che non ci si può permettere di perdere. Alle 3 di una fredda alba newyorchese ecco allora il gran capo NBA David Stern e il presidente dell’Associazione Giocatori Billy Hunter emergere stremati dall’ennesima riunione-fiume (15 ore) e stringersi, più o meno sorridenti, la mano, a favore di telecamere. L’accordo? Fifty-fifty, ovviamente (decimale in più, decimale in meno).

Così ora – per rimanere con Simmons – si può passare a parlare “dei Packers”. Ovvero di un campionato che inizia, come al solito, con mille temi interessanti: la difesa del titolo dei Dallas Mavericks (un po’ snobbati per essere i campioni in carica: i bookmaker di Vegas quotano la vittoria dei Miami Heat 2:1, quella dei Chicago Bulls 6:1 e mettono i Mavs solo alla pari con Los Angeles Lakers e Oklahoma City Thunder, 7:1); l’ennesimo assalto di LeBron James al suo primo anello di campione NBA; l’attesa di una conferma da parte delle due squadre più in ascesa della Lega, Bulls e Thunder; la reazione dei Lakers di Kobe Bryant umiliati (4-0) nei playoff dello scorso maggio dai futuri campioni; l’ultima chance per due squadre dal roster esperto (vecchio?) come Boston e San Antonio; la curiosità attorno ai nuovi New York Knicks. E poi i Clippers, certo – come dimenticarsi dei Clippers! Da sempre i cugini “sfigati” dei Lakers – con cui condividono la città e perfino il palazzetto, normalmente pieno di VIP per Kobe e soci, semi-deserto per loro – di colpo sono diventati l’argomento di tendenza nei circoli NBA. Il motivo? Un nome, Chris Paul, e una seconda (o quasi) “pagliacciata”.

Anche qui un passo indietro è necessario, almeno fino allo scorso dicembre, quando il proprietario dei New Orleans Hornets annuncia di voler passare la mano, e mettere in vendita la franchigia. Non ce la fa più: c’è stata Katrina, c’è la crisi, ci sono sempre meno soldi. Piccolo problema: non trova un acquirente. Nessuno. Se vendere non è possibile, l’alternativa ha una “s” davanti, svendere, ma poco piace al commissioner NBA David Stern che, piuttosto di veder deprezzare il valore di una delle 30 squadre della sua Lega, accetta che la stessa NBA diventi proprietaria degli Hornets. Il tutto, si intende, ad interim, in attesa di dare il suo “OK, il prezzo è giusto” a un eventuale compratore.

Secondo piccolo problema: il tempo passa e, mentre il compratore non arriva, arriva invece vicino alla scadenza il contratto della superstar della squadra, tale Chris Paul, appunto. Che, garbatamente, fa capire di voler essere ceduto altrove. Los Angeles, magari. Pensate che sogno, al fianco di Kobe Bryant. Certo, perché dei Lakers si parla – mica dei Clippers! – tanto che nel giro di pochi giorni i gialloviola di L.A. presentano l’offerta giusta: Pau Gasol, Lamar Odom e spiccioli (coinvolgendo anche una terza squadra, Houston) per arrivare a Paul. La notizia esplode, ai Lakers si brinda, l’affare è fatto. Se non che, all’ultimo secondo, la proprietà di New Orleans si oppone, e manda all’aria il tutto. Già, la proprietà di New Orleans, che altri non è se non la NBA, nella persona di David Stern! “Basketball reasons”, motivi tecnici, la sua spiegazione al rifiuto di cedere Paul ai Lakers: la contropartita, dice Stern (che qui parla da proprietario degli Hornets), non è di adeguato valore, mentre lo sarà pochi giorni dopo, davanti a una seconda offerta, sempre proveniente da Los Angeles, ma stavolta dai cugini poveri, i Clippers.

E così ecco – al netto di tutte le polemiche che ne sono seguite (“Il commissioner NBA sceglie arbitrariamente, secondo la sua volontà, dove gioca o non gioca una superstar della Lega!”) – il retroscena dietro la vera notizia di questa stagione che sta per partire: i Los Angeles Clippers sono la squadra che oggi ogni tifoso NBA vuole vedere, trascinata dalla coppia tutta schiacciate-e-spettacolo Chris Paul-Blake Griffin.

Vinceranno il campionato? Non se ne parla nemmeno, ma se già dovessero spuntarla nella “battle of Los Angeles” sarebbe una rivoluzione copernicana per il sistema NBA. Le prime risposte arrivano il 25 dicembre: Buon Natale!

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Se solo non piovesse http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/11/11/se-solo-non-piovesse/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/11/11/se-solo-non-piovesse/#comments Fri, 11 Nov 2011 13:48:38 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=230 “>It never rains in Southern California, cantava Albert Hammond nel 1972, e c’è da sperare che gli sconvolgimenti climatici degli ultimi 40 anni non smentiscano l’assunto. Perché nella notte italiana, a San Diego, prende idealmente il via la stagione 2011-12 di basket universitario con la sfida tra North Carolina (squadra data al n°1 nelle classifiche prestagionali, favoriti per la vittoria finale) e Michigan State. Beh, e la pioggia che c’entra? È qui il bello: la sfida tra Tar Heels e Spartans – subito ribattezzata Carrier Classic – si tiene all’aperto su una portaerei (in inglese: Aircraft Carrier) della marina americana, al largo della costa di San Diego.

Non pensate (solamente) all’ennesima trovata da marketing a stelle e strisce. Oggi, 11 novembre, negli Stati Uniti si celebra il Veterans Day, festività nata nel 1919 per merito dell’allora presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson con il nome originario di “giornata dell’Armistizio” e dedicata a onorare il servizio delle truppe americane, di ieri e di oggi. Ecco allora entrare in scena la USS Carl Vinson, non nuova a momenti di celebrità come questo: era la base da cui decollava Tom Cruise/Maverick in Top Gun e, più recentemente, ha trasportato il corpo di un certo Osama Bin Laden nel suo ultimo viaggio, verso le profondità degli abissi.

Tra i 3.500 spettatori attesi a gustarsi la partita alcuni sono più attesi di altri, dal presidente americano Barack Obama a due leggende del basket (entrambe ex Lakers) come Magic Johnson (alma mater: Michigan State, trasportata al titolo NCAA nel 1979) e James Worthy (alma mater: North Carolina, trasportata al titolo NCAA nel 1982 insieme a un certo Michael Jordan). Non mancano le donne: Magic e Worthy sfideranno a una gara di tiro prima del via niente meno che Brooklyn Decker, modella, attrice, nonché signora Roddick («Devo giocare a basket con Magic e Worthy sotto gli occhi del Presidente Obama: nessuna pressione», twitta lei dimostrando buon senso dell’umorismo).

La palla a due è attesa per le ore 19 locali (in Italia la sfida sarà visibile alle 12.30 di sabato su ESPN America, canale 214 di SKY), e l’orario non è un dettaglio da poco. Dopo circa 50 minuti, infatti, sulle acque del Pacifico è atteso il tramonto, che ovviamente influirà sulle capacità visive dei giocatori, che dovranno adattarsi prima a una diversa inclinazione dei raggi solari e poi, nel secondo tempo, alla luce artificiale dei riflettori. Non è l’unico dettaglio preso in considerazione: i sintomi di un eventuale mal di mare sono stati esclusi calcolando peso (113.500 tonnellate!), baricentro e dimensioni della Carl Vinson (potrebbe ospitare 41 campi da basket, non uno!) mentre la mancanza di una copertura (fondamentale per i tiratori, che hanno bisogno di punti di riferimento fissi per calibrare le loro parabole) dovrebbe portare a un abbassamento delle percentuali di tiro di oltre il 3 per cento. Fatti tutti i calcoli, non resta che scendere in campo e giocare. Sperando solo che non piova.

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C’era una volta Mookie Blaylock http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/09/20/mookie-blaylock-pearl-jam/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/09/20/mookie-blaylock-pearl-jam/#comments Tue, 20 Sep 2011 14:39:40 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=226 Continua...]]]> Premessa necessaria: io questa sera ci sarò – fila E, posto 12 – in una delle 34 sale sparse in giro per l’Italia che proietteranno, in anteprima mondiale, Pearl Jam Twenty, l’atteso film firmato da Cameron Crowe sui vent’anni della band di Seattle. Sarà un evento globale, in data unica per gli Stati Uniti come per l’Australia, il Sudamerica o il Sud Est Asiatico, il Sudafrica o la Europa (si vedrà anche in un solo cinema di Riga per tutta la Lettonia, in un unico schermo di Lubiana per la Slovenia e in uno di Reykjavik per tutta l’Islanda). Un film, un appuntamento, per raccontare 20 anni di una band ma 20 anni anche nostri.

Che a Milano, vent’anni fa, quando dal nord ovest americano uscivano i primi suoni ribattezzati “grunge”, ci si dava appuntamento al n°8 di Via Larga, a due passi dal Duomo, una sera sola a settimana. Si entrava e si scendevano le scale, facendo finta che quel che si trovava là sotto fosse la cosa più vicina a un “basement” di Seattle (oggi a quello stesso indirizzo vi accoglie un patinato “G-Lounge”, che nel frattempo la Milano fighettina ha preso il sopravvento…).

E se l’orologio, per una sera, va indietro di 20 anni, allora ho pensato che si potessero spingere le lancette ancora un po’ più in là, qualche mese soltanto, quando i Pearl Jam non erano ancora Pearl Jam e – loro sì, per davvero – si esibirono in un caffè di Seattle, davanti a 299 persone. Era il 22 ottobre 1990, il posto si chiamava Off Ramp, loro si chiamavano Mookie Blaylock. Erano Stone Gossard e Mike McCready alle chitarre, Jeff Ament al basso, Dave Krusen alla batteria, Eddie Vedder alla voce. Ovvero, i Pearl Jam come li conosciamo oggi, a eccezione del batterista e del nome di battaglia. E che razza di nome era Mookie Blaylock, per una band?

Semplice: il nome di un giocatore di basket. Un texano, andato al college in Oklahoma e scelto dai New Jersey Nets per il suo debutto NBA. Mookie Blaylock io me lo ricordo bene – e con un discreto astio. Perché colpevole, ai miei occhi, di tarpare le ali alla carriera di uno dei miei giocatori preferiti del tempo, tale Kenny Anderson. Era la stagione 1991-92, Kenny Anderson era la matricola super attesa dei Nets, il futuro della franchigia, ma Mookie Blaylock rimaneva – complice anche coach Bill Fitch – il playmaker titolare di quella squadra, e il giocatore che relegava in panchina il mio pupillo.

[Per la cronaca: l’anno dopo Kenny Anderson venne promosso titolare – e nel 1994 partì in quintetto all’All-Star Game – mentre Mookie Blaylock venne spedito ad Atlanta dove restò 7 stagioni, prima di concludere la sua carriera NBA a Golden State].

Ora: finisce qui l’influenza di Mookie Blaylock su Eddie Vedder e soci? Niente affatto. Basta controllare il numero di maglia del ragazzo texano lungo tutta la sua carriera NBA e il titolo dell’album d’esordio dei Pearl Jam. Si scrive 10, si legge “Ten”. Non è un caso.

Lo è, invece, che con lo stesso numero di maglia, già da qualche anno, si esibisse nella NBA anche un certo Dennis Rodman. Quel Rodman che apre la sua prima biografia (Bad As I Wanna Be) con una citazione da Alive, primo singolo dei Pearl Jam (uscito il 2 agosto 1991, quello sì vent’anni fa). Is something wrong, she said / Of course, there is / You’re still alive, she said / Oh, and do I deserve to be / Is that the question / and if so… if so… Who answers? Who answers?. Nel libro, poi, il rimbalzista di Detroit e poi Chicago spiega le sue affinità elettiva con i cinque di Seattle:

…totalmente veri nel loro mestiere, come sono vero io nel mio […] Non c’è una band come i Pearl Jam e non c’è un cantante come Eddie Vedder. Nel basket non c’è nessuno come me. Potrei giocare la stessa partita ogni sera, ma sarebbe sempre una performance diversa. Te ne vai sapendo che hai visto qualcosa di nuovo. È pallacanestro, ma c’è qualcosa in più. È lo stesso con Eddie Vedder. Potrebbe cantare le stesse canzoni ogni show ma ogni volta che lo fa provi qualcosa di diverso. Potresti sentirli in concerto dieci volte e non andare mai via con le stesse sensazioni

Gli incroci tra NBA e Pearl Jam, però, non finiscono qui. Perché nel 1992 lo stesso Cameron Crowe che oggi dirige l’omaggio al ventennale, firma Singles, simpaticissima istantanea sulla vita di un gruppo di ventenni ambientata (guarda caso) a Seattle. Tra le apparizioni quelle di Vedder, Gossard e Ament (tutti membri della band Citizen Dick capitanata da Matt Dillon), ma anche quella di X Man, Xavier McDaniel, altro super rimbalzista NBA e idolo di casa, in maglia Supersonics (Steve, aspetta a venire!, l’immortale battuta con funzione anti-eiaculatoria diretta verso il protagonista, Campbell Scott).

Effetto contrario, invece, fa la musica dei Pearl Jam a Dennis Rodman, almeno se si vuole credere alle parole contenute nel suo secondo libro, Walk on the Wild Side:

Ascoltando a tutto volume i Pearl Jam riesco a fare sesso con una marcia in più […] La loro musica per me è come l’eroina per un tossico

Gli incroci tra il rimbalzista tutto tatuaggi & piercing e l’ex voce dei Mookie Blaylock continuano prima sul terreno di casa dell’uno (Rodman irrompe con frequenza sul palco durante i concerti dei Pearl Jam, caricandosi Vedder in spalla, al concerto di Augusta nel 1996 o in quello di Dallas nel 1998) poi su quello dell’altro (in gara-3 di Finale NBA 1998, tra i Bulls di Jordan & Rodman e gli Utah Jazz, la voce dei Pearl Jam intona l’inno nazionale americano prima della palla a due), a testimoniare un filo rosso tra la band di Seattle e il basket a stelle e strisce.

Con un unico neo: proprio a Seattle, dal 2008, non c’è più una squadra NBA (trasferitasi nell’Oklahoma inseguendo mercati più floridi). Peccato, certe storie non durano sempre. Certe altre, invece, dopo 20 anni devono ancora vedere i titoli di coda.

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Buon compleanno, coach http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/09/17/buon-compleanno-coach/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/09/17/buon-compleanno-coach/#comments Sat, 17 Sep 2011 13:43:43 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=223 Continua...]]]> Una certezza c’è. Mentre non si sa se, non si sa quando, ripartirà il prossimo campionato NBA (proprietari e allenatori stanno ancora litigando, apparentemente lontani da un accordo), una cosa è ormai sicura: quando tutti torneranno in campo, Phil Jackson non ci sarà. Non si siederà sulla panchina dei Lakers, la sua ultima squadra, né su quella di nessuna delle altre 29 franchigie. Il brutale 4-0 subìto dai Dallas Mavericks, poi campioni, negli ultimi playoff ha fatto da sipario alla carriera di quello che passa alla storia come il più grande allenatore di basket professionistico di tutti i tempi (11 titoli NBA vinti, più due da giocatore nei primi anni ‘70 con i New York Knicks).

E qui entra in scena la seconda certezza: a me mancherà. Tanto, anche.
Non perché fosse il migliore (soprattutto negli ultimi anni tatticamente aveva perso più di un passo). Non perché fosse simpatico (non ci teneva minimamente ad apparire tale). E non perché fosse un vincente (che i vincenti, poi, spesso sono insopportabili). Mi mancherà per tanti dettagli minori, magari insignificanti, magari invece illuminanti della natura del personaggio.
I sandali, per esempio.
Agli allenamenti che precedevano le Finali NBA – in mezzo ai volti tesi, nervosi e concentrati di tutti i giocatori – mi divertivo a cercare la lunga silhoutte di coach Zen (il suo soprannome) in campo e scorrerla tutta, da capo a piedi. Lì, puntuali, i suoi sandali. Da uomo del Montana (qual è). Da (ex/neo) hippie, qual è (stato). Da professore di filosofia un po’ radical chic catapultato per caso nel mezzo di un evento sportivo fanaticamente seguito dalle masse.
Mi mancherà il suo ghigno, anche se supponente, spesso di scherno verso tutto e tutti.
Mi mancherà la sua espressione beffarda (praticamente identica a quella del “colonnello” ritratto sul logo di Kentucky Fried Chicken, se avete presente).
Mi mancheranno i suoi “giochi mentali” (ci hanno scritto pure un libro, “Mindgames – Phil Jackson’s Long Strange Journey”, con questo titolo).
E, già che ci siamo, mi mancheranno i suoi libri. Quelli che ha scritto (in “Sacred Hoops– in italiano “Basket & Zen” – applicava il tai-chi e le filosofie dei nativi americani al basket, mentre in “Maverick”, scritto nel 1975, parlava candidamente delle sue esperienze con marijuana e LSD) e quelli che dava da leggere ai suoi giocatori (Nietzsche a Shaquille O’Neal, il Malcolm Gladwell di “Blink” a Kobe Bryant).
Perché Phil Jackson – l’allenatore che ha saputo gestire (prima ancora che guidare alla vittoria) l’ego di Michael Jordan e quello di Dennis Rodman, di Shaquille O’Neal e di Kobe Bryant – è stato molto più che un semplice allenatore. Un po’ insegnante, un po’ sciamano. Psicologo e mentore. Padre-padrone. Lui che il padre (e la madre) li sentiva predicare in chiesa ogni weekend, entrambi ministri religiosi. Lui che proprio da loro ha ereditato un forte senso di rispetto e deferenza verso le figure che lo hanno formato (coach Red Holzman a New York, per esempio) e un fascino mai scomparso verso l’autorità e la tradizione. Tutto questo prima di abbracciare in pieno e vivere, sulla propria pelle, l’onda dei cambiamenti dei decenni ’60 e ’70, senza però mai tradire le sue origini e se stesso. Certo, negli anni la psichedelia, il culto dei Grateful Dead e l’attitudine zen del suo soprannome hanno lasciato magari il passo a qualche rigidità in più, l’ultra-liberal si è scoperto un po’ conservatore e il ribelle/innovatore ha fatto intravedere più di una sfumatura autoritaria (anche in panchina, oltre che nella vita). Ma Phil Jackson rimane – proprio per questi contrasti – una personalità complessa, interessante e divertente. È quello che se ne infischia di ruoli e convenzioni e intreccia una splendida love story con la ex-coniglietta-di-Playboy-figlia-del-proprietario-dei-Lakers-suo-datore-di lavoro, ma è anche l’unica persona che l’anarchico Rodman vuole con sé sul palco quando fa il suo ingresso nella Hall of Fame del basket, massimo riconoscimento per un giocatore.

Oggi Phil Jackson compie 66 anni – e queste righe vogliono essere una sorta di biglietto di auguri, visto che non c’è regalo. Un regalo che invece, pochi mesi fa, ricevo io, dal decano dei fotografi NBA, Andrew Bernstein. Mi arriva in posta direttamente da Los Angeles. È il suo ultimo libro, ritratto a quattro mani della stagione vincente 2009-10 dei Lakers: Bernstein ci mette le splendide foto in bianco&nero, Phil Jackson tutta la parte testuale. Più una dedica, iniziale, come al solito illuminante.
“To all my relations, by blood and by spirits”.
Buon compleanno, coach.

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Inizia il campionato di football americano http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/09/07/campionato-football-americano/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/09/07/campionato-football-americano/#comments Wed, 07 Sep 2011 12:07:08 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=216 Continua...]]]> Il campionato di football americano inizia giovedì notte. E parte alla grande, se è per quello, con la sfida tra le ultime due squadre vincenti al Superbowl: i New Orleans Saints, campioni della National Football League nel 2010, in trasferta nel Wisconsin per sfidare i Green Bay Packers, detentori del titolo, accompagnati dal solito spettacolo di contorno (Kid Rock e Maroon 5 chiamati a esibirsi).

Ma guai a pensare che sia questo il punto più alto della prima giornata della nuova NFL. Perché il resto del programma (esclusi i due Monday Night, ovviamente) si svolge domenica – e non una domenica qualunque. Undici-settembre-duemilaeuno. Undici-settembre-duemilaeundici. Dieci anni dopo in campo (in diretta nazionale USA e in diretta anche qui in Italia su ESPN America, canale 214 di SKY, dalle 19 fino a notte fonda) ci vanno i Pittsburgh Steelers (il volo UA 93, dirottato, cadde al suolo a Stonycreek, Pennsylvania, 130 km da Pittsburgh), i Washington Redskins (la capitale, e il Pentagono, erano l’obiettivo finale del dirottamento), le due squadre di New York, Jets e Giants, e i Dallas Cowboys, che rimangono pur sempre “The America’s Team”, la squadra che forse più di tutte simbolizza gli Stati Uniti.

Sarà una domenica intensa, emozionante, sarà un tripudio di bandiere a stelle&strisce, lacrime, minuti di silenzio squarciati dalle note di Star Spangled Banner e video speciali di commemorazione. Poi si scenderà in campo, perché la storia va avanti e perché avanti, nel football, deve andare anche l’ovale, dieci yard alla volta. Perché se è vero che il baseball è il “passatempo nazionale”, è il football lo sport che ha nel suo DNA tutto lo spirito della frontiera, il lento avanzare sul territorio, verso un ovest che si chiama end zone, dove l’ennesimo touchdown è il successo che ti premia. È uno sport molto americano per queste caratteristiche, ed è uno sport molto americano perché concede spesso e volentieri quelle “seconde opportunità” necessarie per redimersi e tornare in vetta.

Ed è proprio il giocatore con la seconda opportunità più incredibile di tutte il simbolo della stagione NFL che sta per iniziare. Si chiama Michael Vick, ha 31 anni, gioca per Philadelphia e con gli Eagles ha da poco firmato un contratto da 100 milioni di dollari. Non il primo, ma il secondo della sua carriera (unico caso nella storia della NFL), dopo quello da 130 firmato nel 2005 con gli Atlanta Falcons. In mezzo, però, ci sono 548 giorni passati in carcere (per aver organizzato sanguinosi combattimenti fra cani con relativo giro di scommesse) e una serie di giornate interminabili trascorse a lavare pavimenti in prigione a 12 centesimi di dollari all’ora. È tutta qui – espressa nell’unità di misura più venerata, quella verde dollaro – tutta l’ascesa, il crollo e la rinascita di Michael Vick: centotrenta milioni, dodici centesimi (e una dichiarazione di bancarotta), cento milioni. Una parabola impressionante anche se la si vuole raccontare dal punto di vista sportivo, perché Vick (proprio in quel 2001) è stato la prima scelta assoluta della NFL all’uscita dal college e il primo afroamericano nella storia del football a ottenere questo riconoscimento. Indirizzato verso una carriera stellare fermata solo dall’arresto, e ripresa dove si era interrotta con la maglia degli Eagles, prima da terzo quarterback della squadra, poi nuovamente titolare, fino al premio di “Comeback Player of the Year” vinto la scorsa stagione.

Domenica la sua Philadelphia debutta a St. Louis contro i Rams, con la pericolosa etichetta di “Dream Team” appiccicata addosso per via di un mercato sontuoso che ha fatto degli Eagles una delle squadre favorite per il Superbowl del prossimo febbraio. Green Bay, New England, New Orleans e Pittsburgh sembrano essere gli avversari più duri, ma solo il campo dirà la verità. Let’s play some football!

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Non ci sono più i soprannomi di una volta http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/08/01/non-ci-sono-piu-i-soprannomi-di-una-volta/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/08/01/non-ci-sono-piu-i-soprannomi-di-una-volta/#comments Mon, 01 Aug 2011 19:09:58 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=211 Continua...]]]> Premessa: sto con Ben Harper, quando canta “there’s no place like here, there’s no time like now”, perché l’esaltazione dei bei tempi passati non ha mai fatto per me. Poi però, un po’ alla Joan Baez al netto dei “fiori”, mi domando: “Where have all the (nicknames) gone?”
Nell’universo NBA bloccato dal lockout dell’ultimo mese, due notizie – entrambe a loro modo tristi, una da titolo di pagina, l’altra da nota a margine – mi hanno colpito. Si è ritirato Shaquille O’Neal. Ed è morto Armen Gilliam (chi? Abbiate pazienza ancora un attimo). Del primo si sa quasi tutto: 4 titoli NBA vinti e migliaia di punti segnati gli hanno garantito l’immortalità cestistica (di lui si parla come uno dei più grandi centri di sempre). Del secondo non si ricorda quasi nulla, nonostante 13 stagioni da professionista. Una cosa, però, li unisce: O’Neal era “The Big Diesel” o “Superman” o “Shaq Daddy” o “The Big Aristotele” o “The Big Cactus” piuttosto che “Shaqtus” (a Phoenix) o altri mille nomi ancora. Gilliam era “The Hammer”, Il Martello. Uno un fuoriclasse, l’altro un operaio dei parquet buono per tirare qualche randellata nei pressi del canestro. Entrambi, però, con un soprannome (o più d’uno nel caso di Shaq) a fotografarli.

È stato allora che ho pensato: con il ritiro di Shaq (o con la morte di Gilliam), forse è giusto il momento di dire addio a un’intera epoca – stavolta sì d’oro. L’epoca dei soprannomi NBA.
Pensateci.
E pensate a un bel soprannome nella NBA di oggi (se ci riuscite).

Neppure le stelle più luminose sembrano meritarne uno. Kobe Bryant aka “The Black Mamba”? Per favore. Si è assegnato il nickname da solo – buono al massimo per costruirci un paio di campagne pubblicitarie e far contenti gli uomini del marketing – senza che ci fosse e ci sia nessun tipo di identificazione nei tifosi o riscontro nel linguaggio comune. Dirk Nowitzki, neo campione e MVP delle Finali? Niente, per dirlo nella sua lingua. Dwyane Wade? Veniva chiamato “Flash” (il soprannome gliel’aveva dato – indovinate chi? – Shaquille O’Neal) ma ha fatto sapere di non gradire. LeBron James? Ne ha due, “King James” e “The Chosen One”, con l’unico risultato che nessuno dei due si è imposto realmente e l’identificazione non è mai scattata. Anzi, a peggiorare le cose, se n’è aggiunto pure un terzo, “LBJ”, dalle sue iniziali. E qui l’innocua palla di neve diventa slavina, valanga. Kevin Garnett? Era “The Big Ticket” (Il Bigliettone, quello che valeva la pena pagare pur di vederlo giocare) o “The Revolution” (per come ha rivoluzionato il gioco), è diventato KG. Kevin Durant? Ci hanno provato con “Durantula” (orrendo!), è rimasto solo KD. Tim Duncan? TD. Tony Parker? TP. Poteva valere per Michael Jordan, il più grande di sempre – MJ divenne un marchio, un brand, un mondo – ma non certo per decine e decine di atleti dopo di lui. Tutta qui la fantasia? Iniziale del nome + iniziale del cognome? Suvvia, si può far meglio. No, non basta aggiungerci il numero di maglia (“CP3”, Chris Paul) o provare strane formule aritmetiche (Paul Pierce come “P-Squared”, P², ovvero P al quadrato). Per meglio, casomai, si intende far diventare Paul Pierce “The Truth”, La Verità. La fonte? Ancora una volta lui, Shaquille O’Neal, al tempo ancora ai Lakers. Dopo aver affrontato gli odiati rivali di Boston guidati da Pierce, disse: “Segnatevi le mie parole: Paul Pierce is the motherfucking truth” (il soprannome è rimasto, al netto di quella parolaccia solitamente abbreviata in MF e tanti asterischi).

Oggi “The Truth” è un’eccezione, come lo è “The Matrix” per Shawn Marion, molla umana capace di saltare e risaltare. Perché un soprannome deve identificare, raccontare, svelare.
Oggi non succede più, mentre nella NBA del passato non c’era giocatore vero senza il suo “nickname” capace di racchiudere un mondo (e vi sfido fin d’ora ad aggiungere tra i commenti il vostro preferito). Earl Monroe era chiamato La Perla (Earl The Pearl, splendida assonanza) o addirittura Gesù Nero (“Black Jesus”, basta per immaginare i miracoli di cui era capace su un campo da basket?). Wilt Chamberlain, dall’alto dei suoi 215 centimetri, era Wilt “The Stilt”, La Guglia. “The Big O” era (ed è) per tutti Oscar Robertson, come “Larry Legend” valeva e vale per identificare Larry Bird. Per non dire del suo amico/rivale di una vita, di cui nessuno neppure ricorda più il nome di battesimo (Earvin) perché Magic era l’unica parola degna di essere pronunciata prima di Johnson.

Da bambino ho conosciuto prima “Dr. J” di Julius Erving, eroe del basket di Philadelphia come poi sarebbero diventati anche Charles Barkley e Allen Iverson (“The Answer”, la risposta a ogni problema). Barkley veniva soprannominato “Sir Charles” per una personalità sempre sopra le righe, tutt’altro che nobile e aristocratica, oppure – e qui si rasenta la poesia – “The Round Mount of Rebound”, La Montagna Rotonda Del Rimbalzo, per la sua capacità, pur sovrappeso, di catturare palloni sotto le plance. Ancora: David Robinson era “The Admiral”, L’Ammiraglio, per i suoi trascorsi al college di Navy, mentre il suo rivale nigeriano, centro degli Houston Rockets due volte campioni NBA, era Hakeem “The Dream” Olajuwon, e vederlo giocare era davvero un sogno. Darryl Dawkins (poi ammirato anche in Italia) era “Chocolate Thunder”, soprannome che oggi verrebbe bocciato da una commissione politically correct. La stessa che, forse, ha permesso che Jason Williams – baller dall’anima nera imprigionata dentro a un corpo bianco – venga ricordato più con lo scialbo “J-Will” che con il nick di “White Chocolate”. Al contrario, a uno come Grant Hill, afroamericano super borghese con tanto di mamma compagna di scuola di Hillary Clinton, nei ghetti delle città USA è stato affibbiato il bellissimo “Oreo”, nero fuori (il biscotto), bianco dentro (la cremina). Ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito: Vinnie Johnson era “The Microwave”, Il Forno A Microonde, per i Detroit Pistons di fine anni ’80, perché usciva dalla panchina “ed era subito caldo” mentre Clyde “The Glide” Drexler “veleggiava” a canestro cercando di fermare Michael Jordan nei primi anni ’90, impresa poi inutilmente tentata anche nello Utah da “The Mailman”, Karl Malone, Il Postino (perché recapitava palloni a canestro come missive nella buca delle lettere). A volte i soprannomi erano pure collettivi, e allora l’Olajuwon di cui sopra, in coppia con un altro “sette piedi” come Ralph Sampson, costituiva le “Twin Towers” di Houston (ovviamente in epoca pre-9/11), mentre a Washington negli anni ’80 chi voleva far canestro doveva vedersela con due “muscolari” come Jeff Ruland e Rick Mahorn che – sulle orme di John Belushi e Dan Akroyd – si erano guadagnati il soprannome di “The Bruise Brothers”.

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Monday Night Football http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/07/05/monday-night-football/ http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/07/05/monday-night-football/#comments Tue, 05 Jul 2011 05:33:48 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/maurobevacqua/?p=208 Continua...]]]> Due giorni dopo. Il lunedì, non il sabato. Su quello che loro chiamano “gridiron”, il campo da football, invece che sulla “dance floor”, la pista da ballo. L’eroe ha un casco e la divisa della propria squadra, non (purtroppo) meravigliose camicie col collo a punta. Quel che è certo, però, è che il mito del “Monday Night” è tanto americano quanto quello del “Saturday Night” (e di una stagione, dallo Studio 54 in giù, che ha segnato un’epoca) interpretato dal giovane Travolta.

Erano, in un caso e nell’altro, i favolosi Seventies, se è vero che proprio il 21 settembre 1970 la ABC iniziò la trasmissione dei suoi “Monday Night Football”, una serie di partite NFL destinate a diventare un appuntamento irrinunciabile per ogni tifoso americano (e non solo). Per 36 anni sugli schermi di ABC (prima di passare su ESPN), il Monday Night Football vanta la maggior longevità di uno show televisivo di prima serata nella storia della televisione USA dietro solo a “60 Minutes”, il programma di approfondimento giornalistico della CBS. Di partite di football trasmesse il lunedì sera in TV ce n’erano già state, se è per quello, ma il New York Jets-Cleveland Browns del 21 settembre 1970 segnò l’inizio di una lunga storia d’amore.

Tre lettere (MNF) che si sono andate a intersecare spesso e volentieri con la storia di altre tre lettere (USA). Ricordate il Sean Penn di “Milk”? Harvey Milk, quello vero, venne ucciso il 27 novembre 1978 e quella sera le telecamere del MNF si accesero proprio nella sua città, San Francisco, ancora scossa dagli eventi ma pronta a tifare per i propri 49ers contro i Pittsburgh Steelers. Due anni dopo, l’8 dicembre 1980 passò alla storia per il proiettile che tolse la vita a John Lennon fuori dal Dakota, nel West Side di New York. A dare la tragica notizia (“An unspeakable tragedy…”) fu Howard Cosell, voce di punta del MNF, a cui la notizia giunse durante il live di New England Patriots-Miami Dolphins. Tragedie che hanno segnato un Paese, ma tragedie anche personali, come quella che il 21 dicembre 2003 colpì il leggendario quarterback dei Green Bay Packers Brett Favre. La morte del padre arrivò solo 24 ore prima dell’impegno del lunedì sera contro gli Oakland Raiders: Favre si rifiutò di lasciare la sua “altra” famiglia (“Mio padre mi avrebbe voluto in campo”, disse) e lanciò per 4 touchdown nel solo primo tempo, chiudendo con 399 yard in una roboante vittoria dei suoi, 41-7.

Questa storica partita (11 luglio 2011), così come il primo Monday Night Football della storia tra Jets e Browns (ieri sera, 4 luglio 2011), sono il cuore della programmazione che ESPN America (canale SKY 214, ore 20) propone quest’estate a tutti i tifosi di football, in astinenza-partite dall’ultimo Superbowl e preoccupati pure loro (come quelli NBA) dal lockout, giunto ormai ben oltre il centesimo giorno. Una bella occasione – da oggi a inizio settembre – per rendere speciali i “monday night” italiani e, se si vuole, per dare un occhio da vicino a un pezzo di storia della TV. Come recita la sigla di ogni MNF: “Are you ready for some football?”

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