Competenze umanistiche per gli scienziati?

Una delle rubriche del sito dello Scientific American è SA Forum, dove alcuni esperti vengono invitati a scrivere un breve saggio (io lo chiamerei un post, ma credo non sia abbastanza sexy) su scienza e tecnologia. David Skorton ha scritto ieri un articolo, Why Scientists Should Embrace the Liberal Arts, in cui affronta il problema della disinformazione scientifica da parte della gente da un punto di vista diverso. La tesi di Skorton è che la colpa delle incomprensioni, se non addirittura della paura, della scienza è un po’ anche degli scienziati stessi, che non tengono conto delle differenze culturali.

Il suo punto di vista è semplice: i ricercatori hanno bisogno di fondi, i fondi non li si ottiene comunicando al grande pubblico e anzi chi lo fa viene spesso considerato uno scienziato “inferiore”, quindi il sistema si perpetua. La proposta di Skorton è duplice: da un lato insegnare a scuola la “numeratezza” di base (me la trovate una bella parola da usare come equivalente dell’inglese numeracy?), e dall’altro fare in modo che i futuri scienziati (e non scienziati) abbiano da ragazzi un’esposizione maggiore alle materie umanistiche a scuola. Cito: «è attraverso lo studio di arte, musica, letteratura, storia e altre scienze umane e sociali che guadagniamo una comprensione della condizione umana maggiore di quanto le scienze biologiche o fisiche da sole possono darci». Che ne dite? Il mio pensiero si può riassumere in una sola parola: bah.

Attenzione: Skorton non è un signor nessuno ma il presidente della Cornell University, professore di medicina e bioingegneria. E credo che almeno qui – là fuori nel mondo probabilmente molto di meno – siamo tutti d’accordo sulla necessità di far sì che a scuola si impari a non avere paura dei numeri, così come sulla necessità per gli scienziati di rendersi conto che essere degli esperti, innovatori e chissà quant’altro nel proprio piccolo campo è importante ma rischia di diventare autistico; non parliamo poi della difficoltà di misurare la comunicabilità delle ricerche. Ma la soluzione proposta mi pare troppo semplicistica.

Noi viviamo in una nazione dove la cultura scientifica è snobbata già a scuola, mentre quella umanistica è esaltata. Croce e Gentile non hanno lasciato il segno: hanno fatto tabula rasa. Non mi metto nemmeno a fare i conti di quante ore umanistiche ho passato a scuola, in confronto a quelle scientifiche. La cosa mi sta benissimo, intendiamoci: significa per esempio che posso parlare con qualcuno di formazione umanistica senza perdermi alla decima parola, e posso financo leggere i pipponi di Eco e Scalfari senza stramazzare al suolo per l’incapacità di comprendere più del cinque percento di quanto scrivono. (No, stramazzo comunque, ma perché capisco quello che scrivono e mi viene da piangere).

Io non sono uno scienziato, non ho mai scoperto nulla né lo faccio nel mio lavoro. Neanche di matematica ne conosco poi così tanta: diciamo che posso muovermi con relativa facilità, ma nulla più. Non sono neppure un comunicatore, anche se faccio il comunicatore. Qualcosa ho imparato per strada, ma è chiaro che mi mancano le basi: diciamo che so comunicare a chi comunque è interessato, e ho una certa abilità a rimettermi in sesto in corsa. Però una certa esperienza sul campo ce l’ho, e sono ragionevolmente certo che il problema della mancata diffusione della cultura scientifica non sia affatto quello del mancato riconoscimento delle differenze culturali, né credo che la mia cultura umanistica mi aiuti nello spiegare la matematica. (Occhei, probabilmente la filosofia della matematica mi serve: peccato che me la sia imparata a spizzichi e bocconi negli ultimi quindici anni).

Il punto è che comunicare è doppiamente difficile, perché bisogna sapere con esattezza ciò di cui vogliamo parlare, e soprattutto dobbiamo ricordarci in ogni momento che quelli a cui parliamo non lo conoscono (altrimenti che comunicheremmo a fare, se lo sanno già?) Avere una cultura il più completa possibile serve per avere più lati da cui vedere le cose, e quindi avere più possibilità di trovare un punto d’attacco. Ma la gente che ha paura della scienza si divide in due categorie: i Veri Umanisti che tanto la snobberanno in ogni caso e chi non è né scienziato né umanista, verso i quali un approccio umanista è tanto inutile quanto quello scientifico.

Io sono sempre stato contrario agli steccati, ma pensare che siano essi la colpa di tutto mi pare davvero peregrino.

Post Scriptum: Evidentemente non sono stato sufficientemente chiaro. Il problema non è togliere ore di lezione alle materie umanistiche per aggiungerle a quelle scientifiche: non risolverebbe nulla. Il problema non è nemmeno dire che le materie umanistiche siano inutili: non è vero, e comunque una cultura monca non è una vera cultura. Il problema è – ribadisco – che per comunicare la scienza la cultura umanistica non serve. Non serve neppure la cultura scientifica, a dirla tutta, o meglio è una condizione necessaria (non puoi comunicare quello che non sai) ma non sufficiente. Quello che serve in più è una competenza comunicativa, che però è cosa diversa sia dalla conoscenza scientifica che da quella umanistica.
Poi potrebbe essere interessante scoprire le ragioni per cui coloro che sono partiti in quarta contro di me hanno tutti una formazione umanistica… Ho almeno due ipotesi, la seconda è che io non sappia comunicare :-)

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