Massimo Mantellini http://www.ilpost.it/massimomantellini Ha un blog molto seguito dal 2002, Manteblog. Vive a Forlì, scrive per Punto Informatico Tue, 21 Feb 2012 10:30:28 +0000 en hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.1.1 La segregazione su Internet http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/21/lauto-segregazione-su-internet/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/21/lauto-segregazione-su-internet/#comments Tue, 21 Feb 2012 10:12:19 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=694 Continua...]]]>

La questione della polarizzazione dei contenuti su Internet non è argomento nuovo. Eli Pariser la riassume molto bene in questo video su TED e ne tratta nel suo libro uscito negli Stati Uniti a metà dell’anno scorso. È questo del resto uno dei temi forti della critica conservatrice alle potenzialità della rete Internet. Detto in poche parole, all’ampio stuolo di entusiasti che da un decennio inneggiano alle grandi nuove libertà intellettuali che la rete Internet per la prima volta consente, si contrappone un pensiero opposto e variamente circostanziato secondo il quale le dinamiche di rete tendono, per loro stessa natura, a omogeneizzare posizioni e punti di vista. A una Internet che libera le nostre menti si opporrebbe quindi una sorta di rete-orticello nella quale ciascuno di noi preferisce alla curiosità per il diverso le più rassicuranti certezze dei propri simili.

La stupidità degli algoritmi di Google, Amazon o Facebook, citata da Pariser, è solo una parte del problema e ne è probabilmente la frazione di più facile soluzione. Gli algoritmi possono essere in fondo cambiati, migliorati e raffinati, anche conservandone la spicciola utilità economica per la piattaforma che li propone. A margine resta in piedi, salda ed inscalfibile, la questione di un orizzonte culturale inedito, affidato in larga misura a una serie di righe di codice scritte dagli ingegneri del software, trasformati, per amore o per forza, nella nuova elite di indirizzo culturale del pianeta. Da Montale a Bram Cohen, in attesa che le macchine prendano definitivamente il sopravvento (faccina).

Invece la parte maggiormente rilevante dell’approccio conservatore alla polarizzazione dei contenuti di rete è più difficile da controbattere rispetto alla sintassi degli algoritmi. Si basa, in larga parte, su numerosi studi sociali che riguardano abitudini e contrapposizioni della società contemporanea e non sulle scapestrate scelte di indirizzo di Mark Zuckerberg.

Nicholas Carr, nel suo libro The Big Switch, cita per esempio uno studio di Thomas Shelling, premio Nobel per l’economia, che nel 1971, insospettito dalla persistente separazione territoriale dei bianchi e dei neri negli Stati Uniti, disegnò una griglia casuale di puntini bianche e neri a rappresentare una ipotetica città multirazziale. L’alternanza dei quadratini bianchi o neri, che simboleggiava le case delle famiglie di differente razza era disposta su carta senza alcun criterio: il disegno, in bianco e nero, di una comunità completamente integrata. Il passo successivo dello studio di Shelling considerò che ciascuna famiglia preferisse (come usualmente accade) avere vicini di casa simili. Se la percentuale di vicini di casa simili scende sotto il 50 per cento la famiglia, bianca o nera che sia, cambia casa e si sposta nel primo spazio libero della griglia. Continuando a spostare i puntini bianchi e neri secondo questo semplice criterio Shelling ottiene rapidamente una città completamente segregata. I puntini bianchi da una parte, quelli neri dall’altra. Una minima preferenza, quella di vivere accanto a persone simili, crea una fragorosa separazione sociale. “In certi casi – scrisse Shelling spiegando lo studio – piccoli incentivi, modeste impercettibili differenze possono portare a risultati fortemente polarizzati”.

Non meraviglia affatto che la critica conservatrice allo sviluppo delle reti utilizzi simili approccio (e molti altri simili assai ampiamente studiati) per spiegare la natura pericolosa della rete. Internet non sarebbe quindi, come scrisse Negroponte nel suo celebre saggio del 1995 Being digital, “una forza naturale che conduce le persone verso una maggiore armonia mondiale” ma un luogo di cristallizzazione e contrapposizione dei punti di vista.

Esiste insomma un doppio lavoro da fare: educare gli algoritmi imbizzarriti delle grandi società Internet e sostituire ai nostri umanissimi approcci consolatori una nuova curiosità. Continuare a leggere anche Nicholas Carr e quelli come lui è il mio piccolo contributo alla causa (faccina).

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/21/lauto-segregazione-su-internet/feed/ 10
Per un nuovo pagerank illuminato http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/06/per-un-nuovo-pagerank-illuminato/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/06/per-un-nuovo-pagerank-illuminato/#comments Mon, 06 Feb 2012 21:39:33 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=657 Continua...]]]> Ho utilizzato Volunia un’oretta. Non è abbastanza. Quindi ci sono un numero abbastanza ampio di prime impressioni di cui non scriverò.

Non scriverò nulla del nome (a metà fra Volo e Luna).

Non scriverò nulla del logo e delle sue somiglianze con quello di Libero.

Non scriverò delle mappe visuali 3D su prato verde con un enorme puntatore che rimbalza al centro.

Non scriverò nulla dei tasti blu in alto.

Non scriverò nulla della metafora delle galline.

Non scriverò nulla della start up presentata col discorso del rettore e quello del sindaco.

Non scriverò della sfida a Google e Facebook.

Non scriverò nulla della grande condiscendenza di tutta la stampa tecnologica nostrana per il prodotto italiano presentato nella sala di Leonardo.

Non scriverò del proiettore.

Non scriverò della beta del sito dove gli utenti sono accolti da una lettera che inizia “Caro Power User”

È troppo presto per tutto e non scriverò nulla di tutto questo ma di una cosa vorrei scrivere fin da subito.

Se c’è una cosa che ci è mancata – a noi power user ed anche agli user meno power – in questi dieci anni di strapotere di Google, è una alternativa concreta al motore di Mountain View (ora qualcuno dirà Bing, stiamo ancora aspettando). Se c’è una scommessa che interessa tutti, in tutto il mondo oggi, è quella di avere nuovi strumenti di ricerca e filtro dentro il mare immenso delle pagine web. Bene, se così davvero va il mondo, di una cosa siamo abbastanza certi: che un nuovo Pagerank illuminato non potrà essere composto mediante i consigli dei nostri amici. Non abbiamo amici abbastanza intelligenti.

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/06/per-un-nuovo-pagerank-illuminato/feed/ 14
Affari nostri http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/01/18/affari-nostri/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/01/18/affari-nostri/#comments Wed, 18 Jan 2012 09:37:05 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=593 Continua...]]]> Fra le varie posizioni che vedo affiorare in queste ore sulla serrata di molti siti web americani contro il SOPA ce n’è una particolarmente diffusa: “non sono affari nostri”.

In realtà affari nostri lo sono e anche molto. Anche quando nel 2008 la Turchia spense Youtube per tutelare il buon nome del fondatore della Patria erano affari nostri, anche quando la Cina costruisce un enorme firewall censorio dentro il quale tiene recintati molti milioni di persone sono affari nostri, perfino quando Cameron propone di chiudere i social network per meglio controllare gli scapestrati giovani dei suburbia londinesi sono affari nostri. Nel caso del SOPA e dei gravi rischi censori che comporta sono affari nostri per almeno due ragioni. Perchè SOPA non è il colpo di testa del solito deputato texano innamorato della sua vacca ma è invece parte di una strategia globale di contrasto alla pirateria ispirata dall’industria dell’intrattenimento, che, non casualmente, segue lo stesso identico percorso in molti paesi occidentali. Hadopi in Francia, le recenti normative spagnole, i tentativi italiani di Agcom, in forme e con parole differenti, adottano tutte il medesimo chiavistello normativo: saltare il potere giudiziario per governare privatamente la protezione del copyright. Chi segue da un po’ di anni le strategia di contenimento della pirateria che gli “estremisti della proprietà intellettuale”, come li definiva un tempo Lawrence Lessig, hanno da sempre adottato, saprà che la gestione in prima persona del controllo sui diritti (fin dai tempi in cui BSA teneva corsi didattici al personale della Guardia di Finanza) è una delle aspirazioni, nemmeno tanto segrete, coltivate da oltre un decennio da questi signori. L’offensiva legislativa degli ultimi tempi ne è solo l’estrema drammatica rappresentazione.

Il secondo motivo per cui SOPA sono anche affari nostri è che abitiamo in un mondo collegato ed ancora fortemente americanocentrico. Le possibilità che i contenuti che desideriamo raggiungere siano in lingua turca o comodamente adagiati dietro il firewall cinese (una muraglia che ovviamente riguarda in larga parte il traffico in uscita dalla Cina piuttosto che quello in entrata) restano a tutt’oggi modeste. Molti dei servizi di rete che utilizziamo ogni giorno risiedono invece su server americani, 20 milioni di italiani hanno un profilo su Facebook, tutti o quasi in questo paese fanno ricerche con Google. Per non dire anche che in questi anni il Primo Emendamento ha spesso parato anche il nostro culo italiano a riguardo delle tante pruderie censorie che questo paese quotidianamente mostra verso contenuti di rete ospitati su server oltreoceano.

Per questi motivi lo sciopero di oggi ci riguarda. Così come ci riguarda la discussione sul fatto che oscurare le proprie pagine per un giorno sia o non sia una forma di lotta adeguata. Vale la pena rammentare che la rete Internet semiamatoriale del 1996, anno in cui per la prima ed unica altra volta le pagine dei grandi siti web diventarono nere per protesta contro un progetto di legge dell’allora Presidente Clinton, non esiste più. A quei tempi il più importante motore di ricerca di allora (Yahoo) decise senza troppe remore di listare a lutto le proprie pagine in segno di dissenso per una proposta di legge che minava la libertà di Internet. Oggi i tempi sono cambiati e Google offre agli utenti della propria versione americana, un minuscolo link blu nel rilassante oceano bianco della propria minimale homepage. Chi lo desidera potrà eventualmente cliccarci su per informarsi sulle abiezioni del SOPA. La homepage di Google è in fondo una efficace sintesi dei nostri tempi: una sorta di inedita zuppa dove le nostre aspirazioni di libertà e il peso del mondo reale convivono come possono. L’amore che strappa i capelli è perduto ormai.

update: Radel segnala nei commenti che per chi utilizza un IP americano la homepage di Google oggi appare invece così.

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/01/18/affari-nostri/feed/ 8
Tipo i nazisti dell’Illinois http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/12/26/tipo-i-nazisti-dellillinois/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/12/26/tipo-i-nazisti-dellillinois/#comments Mon, 26 Dec 2011 19:10:21 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=529 Continua...]]]> Il Signor Smith è un politico americano. Sul suo profilo istituzionale (il signor Smith non ha un sito web, ha un profilo su Facebook ma a un certo punto per qualche ragione ha dovuto far finta di non averlo) Smith ha scritto che prima di essere un politico americano è stato un avvocato ed ha gestito un ranch familiare. Tutto questo giù nel Texas.

Recentemente Smith si è lamentato di Obama. Sostenendo che ci sono troppi immigrati clandestini e, dato che la legge attuale non funziona, ha proposto di schedare i nuovi arrivi legali (al massimo 500.000 all’anno) con un sistema elettronico. Perfino ai gestori dei ranch familiari giù nel Texas (dove la metà della manodopera è clandestina) la proposta è parsa eccessiva.

Nella sua lunga carriera al Congresso Smith si è più volte opposto all’aborto. Nel 2009 ha votato a favore di un provvedimento che avrebbe obbligato qualsiasi donna che decida di abortire a leggere un documento sul dolore che avrebbe arrecato al figlio non nato, il cosiddetto Abortion Pain Bill. In alcuni stati, per esempio nell’Iowa il provvedimento è stato approvato quest’anno.

Nel 2006 Smith ha proposto di ampliare i dettami del DMCA (normativa sul software e copyright approvata dal governo Clinton nel 1998) consentendo alla polizia di controllare maggiormente il software e intercettare le comunicazioni. Gli hanno detto no.

Nel 2011 Smith si è opposto ad ogni utilizzo della marijuana per fini terapeutici, sostenendo che decriminalizzarne l’uso avrebbe portato milioni di americani alla dipendenza e riempito le tasche del cartello dei narcotrafficanti messicani. A seguito di questa presa di posizione la sua pagina Facebook è stata riempita dai commenti di protesta di migliaia di cittadini. Poi il profilo è stato temporaneamente chiuso e quando è stato riaperto i commenti erano stati cancellati. Sulla pagina Facebook del signor Smith ora non è più possibile commentare.

Nel 2011 la lobby della birra, del vino e degli alcoolici ha legalmente versato fondi al signor Smith per una somma pari a 37,250 dollari. Dal 2009 al 2011 la somma complessiva ricevuta da Smith dai lobbisti dell’alcool è stata 65,800 dollari.

Il signor Smith ha 64 anni, è alla Camera dei Rappresentanti dal 1987, di nome fa Lamar. Ha frequentato la scuola episcopale del Texas e la facoltà di legge dell’Università presbiteriana della California del Sud.

Lamar Smith è al centro delle cronache americane di questi tempi perché è l’inventore del SOPA (Stop Online Piracy Act), in discussione in queste settimane al congresso. Per riassumere in poche parole il più vasto e pericoloso tentativo censorio nei confronti della Rete Internet da molti anni a questa parte, silenziosamente fiancheggiato, in USA come altrove, dagli estremisti della proprietà intellettuale.

Tipo i nazisti dell’Illinois ma un filino peggio.

(fonte: wikipedia)

[edit: corretto errore su DMCA, grazie a @Brownout]

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/12/26/tipo-i-nazisti-dellillinois/feed/ 12
Splinder e la biblioteca senza polvere http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/30/splinder-e-la-biblioteca-senza-polvere/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/30/splinder-e-la-biblioteca-senza-polvere/#comments Wed, 30 Nov 2011 07:47:12 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=481 Continua...]]]> La questione della prossima chiusura di Splinder, che per molti anni è stato uno dei più utilizzati servizi di blogging in Italia, solleva un paio di questioni non banali. La prima è quella della gratuità e continuità dei servizi web. La banda costa, l’hosting costa, i modelli di business non sono infallibili. Così oggi Dada sceglie di cancellare da Internet migliaia di pagine web e lo fa malamente, con scarso preavviso, tanto che le voci sulla presunta improvvisa chiusura del servizio si sono inseguite nelle ultime settimane senza grande chiarezza o conferme ufficiali. Alla fine Splinder ha deciso e, in questi giorni, ha iniziato a spedire mail ai propri sottoscrittori confermando la chiusura della piattaforma per il 31 gennaio prossimo e offrendo agli utenti alcune soluzioni per salvare e migrare altrove i propri contenuti.

Ma se la questione tecnica di chi aggiorna un blog su Splinder (secondo la proprietà ormai solo alcune migliaia di persone) ed ora si trova nella condizione di dover traslocare altrove (questione apparentemente semplice ma di fatto piuttosto complicata, per esempio la migrazione verso WP che è oggi la piattaforma più utilizzata sembrerebbe essere assai difficoltosa) è solo uno dei problemi in campo e nemmeno il più importante.

Il fatto è che le grandi piattaforme di pubblicazione in rete sono certamente proprietà di qualcuno che ne può disporre come crede (così come i testi lì contenuti restano di proprietà di chi li ha scritti) ma le parole che contengono sono anche, contemporaneamente, una sorta di patrimonio comune. Le pagine di Splinder sono parte della biblioteca della rete italiana, ne sono una delle molte fotografie, il fotogramma accurato e a fuoco di alcuni anni degli albori dell’editoria personale in rete. Dal momento in cui vengono messe on line sono anche – perché no – proprietà di chi quelle parole ha letto. Cancellare così vasti archivi, ovunque essi risiedano fisicamente, anche dopo aver fornito gli strumenti per un salvataggio in extremis, assomiglia ad un piccolo grande delitto.

E soprattutto nell’addio, siate brevi
Chi se ne va ha sempre torto.
Me ne vado.
(aprile 2003 – marzo 2008)

Il blog di Herzog è un blog letterario molto bello: è stato aggiornato l’ultima volta il 17 maggio 2008. Il suo autore lo ha amorevolmente curato per 5 anni, poi ha deciso di andarsene. Oggi, nell’avvicinarsi della chiusura di Splinder, qualche vecchio amico gli ha scritto chiedendogli di esportare quelle parole altrove. Probabilmente non se ne farà nulla, Herzog non vuole.

Dovessi dire quale è la funzione principale della rete Internet forse direi, prima di tutto, quella di grande archivio di parole. Poi è mille altre cose ma, intanto, per iniziare, è una biblioteca senza polvere, uno scaffale aperto ad un click di distanza da noi. Cancellare parti anche piccole di questo archivio, fuori dalla scelta di chi quelle parole ha scritto, semplicemente non dovrebbe essere possibile.

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/30/splinder-e-la-biblioteca-senza-polvere/feed/ 10
Di che parliamo quando parliamo di wi-fi? http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/17/di-che-parliamo-quando-parliamo-di-wi-fi/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/17/di-che-parliamo-quando-parliamo-di-wi-fi/#comments Thu, 17 Nov 2011 10:19:14 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=435 Continua...]]]> In un articolo su Il Sole 24 ore di ieri Sara Monaci racconta gli ultimi sviluppi del progetto wi-fi comunale a Milano:

La novità vera è che però il wifi a Milano non sarà totalmente gratuito, come avviene in alcuni centri storici di altre città italiane (tra cui Roma, Bologna, Padova, Bergamo). A Milano il wi-fi verrà pagato a fasce orarie, o perzone. Allo studio ci sono varie possibilità, e le più accreditate sono una prima parte di connessione (per esempio la prima ora) gratis e poi il pagamento: wi-fi libero durante la notte (ad esempio dopo le 20): aree ristrette a totale connessione gratuita, come ad esempio il centro storico, per spingere i giovani a frequentarlo anche la sera e renderlo di nuovo vivo. Per il comune di Milano una cosa è comunque certa: la totale gratuità non sarà possibile per via dell’ampia diffusione che l’amministrazione vuole garantire, e anche per il fatto che soldi non ce ne sono. In campagna elettorale si parlava di un investimento pubblico di 5 milioni ma ora Palazzo Marino si vede costretto a realizzare il progetto a costo zero, dato che in questa fase non potrebbe permettersi alcuna spesa aggiuntiva.

Che dire? Una volta sfrondati i progetti di Pisapia e Zingaretti (dal cui progetto wi-fi per la Provincia di Roma il progetto milanese prende ispirazione) dall’inevitabile carico elettoralistico che portano con sè, la prima domanda da porsi dovrebbe essere: di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un diritto naturale che si vuole finalmente riconoscere ai cittadini, oppure ci stiamo riferendo ad un normale servizio accessorio di cui le amministrazioni intendono farsi carico? In altre parole, le persone che si trovano a passare nell’area metropolitana di Milano avranno diritto a collegarsi (gratuitamente come diceva Pisapia in campagna elettorale) a Internet attraverso l’infrastruttura offerta dal Comune poiché tutto ciò discende dall’imprescindibile diritto alla connessione o invece potranno, più prosaicamente, usufruire di un servizio (magari anche a pagamento) esattamente come si utilizza l’autobus, una fontanella pubblica o la biblioteca di quartiere? E ancora: chi è il destinatario del wi-fi gratuito comunale? Tutti quanti, come si confà ad un diritto, o solo i residenti che ne sostengono le spese?

In entrambi i casi è più che evidente che l’idea stessa di diritto naturale (ma anche l’ipotesi di fornitura diretta di servizio) finisce prima o dopo per collidere con l’ambiente economico delle TLC. Quello che le amministrazioni creano, con un occhio al consenso politico ed un altro alla propria investitura a soggetti in grado di interpretare la modernità, è da molti punti di vista un semplice doppione, magari con strutture tecnologiche differenti, rispetto all’offerta commerciale dati delle compagnie telefoniche. Detto in altre parole il Comune di Milano spende (o meglio spenderebbe) una parte (magari anche piccola) dei soldi dei suoi cittadini, per abbonarli a servizi che hanno un costo non tanto di implementazione ma anche (soprattutto) di esercizio. Perché i diritti potranno non costare nulla, ma il loro esercizio sì. In molti di questi casi le amministrazioni, che ovviamente non hanno strutture o competenze specifiche, diventano semplici intermediari di servizi di TLC comprati dalle telco per i propri cittadini e poi raccontati come gratuiti.

Questo ruolo di mediazione mantiene (sarebbe meglio dire manterrebbe) un valore politico che – dal mio punto di vista – si sostanzia in due contesti: quando esiste una barriera economica in ingresso (vale a dire quando si intende fornire accesso a chi non può permetterselo) o quando esistono ragioni di copertura, là dove le telco scelgono di non fornire il servizio, nelle cosiddette aree a fallimento di mercato. La prima di queste condizioni, nel caso in questione, è piuttosto dubbia (il costo del traffico dati, a differenza di qualche anno fa, è ormai alla portata di quasi tutte le tasche) la seconda, certamente, nel caso dell’area metropolitana di Milano, non sussiste.

Questo non significa che le amministrazioni non possano immaginare in nessun caso servizi di accesso alla Rete ma alla retorica del tutto gratis per tutti fino ad oggi imperante non sarebbe male sostituire contesti meno grossolani ed una analisi del rapporto costi benefici che vada oltre la solita demagogia e che, soprattutto, tenga conto del contesto preesistente. Per esempio si potrebbe cominciare a cablare i parchi, forse le zone ad alto impatto turistico, certamente le biblioteche, magari non sarebbe male dedicare una parte dei soldi alla alfabetizzazione, ma immaginare un accesso wi-fi comunale con migliaia di hotspot che raggiungono la periferia per far sì che i milanesi escano di casa per collegarsi ad Internet, dalla strada, in una serata nebbiosa e raccontare che questo possa essere il volano per uno sviluppo della rete significa semplicemente abitare nel paese delle favole.

Nessuna grande città europea ha una rete civica cittadina, i molti progetti partiti in USA negli anni scorsi sono tutti più o meno falliti. Ora non è che si debba per forza fare tesoro delle esperienze altrui e non escludo che fra dieci anni tutte le capitali mondiali avranno la loro bella rete wi-fi, ma allo stato, in questo paese, mi pare abbastanza pacifico che l’accesso alla rete si favorisce e si incentiva in maniere differenti da questa. Non è nemmeno necessario andare troppo lontano. La stessa Lombardia ha recentemente approvato una collaborazione fra amministrazione pubblica e telco che, con investimenti ripartiti per complessivi circa 100 milioni di euro eliminerà il digital divide geografico entro la fine del 2012.

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/17/di-che-parliamo-quando-parliamo-di-wi-fi/feed/ 15
L’indispensabile guastatore http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/31/l%e2%80%99indispensabile-guastatore/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/31/l%e2%80%99indispensabile-guastatore/#comments Mon, 31 Oct 2011 10:14:53 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=432 Continua...]]]> Molte delle persone che seguo in rete sono particolarmente critiche nei confronti di Matteo Renzi. Lo sono in maniera molto esplicita, con argomenti simili ed assoluti che non sto qui a ripetervi. Sono le stesse cose che scrivono in molti su Internet da qualche giorno a questa parte. Siccome il mio circolo Pickwick è una roba mia personale alla quale sono sommamente affezionato, che ho costruito con le mie manine in tanti anni di rete e che è composto di persone che conosco e stimo, non posso dire che questo pollice verso nei confronti del sindaco di Firenze nelle vesti di salvatore del PD non mi abbia condizionato. Perché a me Matteo tutto sommato piace, almeno quanto mi dispiacciono i gerenti di un partito per il quale, se così rimarranno le cose, non voterò alle prossime elezioni (lo so, lo dico ogni volta). Certo, Renzi parla troppo e parlando troppo capita spesso che dica cospicue stupidaggini (ieri per esempio lo ho ascoltato basito dire che i politici dovrebbero essere intervistati molto più raramente sui giornali – aggiungo io, anche in TV – concetto col quale sarei d’accordissimo se non fosse che Renzi stesso ha annunciato poche settimane fa il suo fastidio verso certi dipendenti del Comune che dirige in una intervista all’autorevole Sport Week). Comunque sia, molte delle cose che dice, sfrondate da toscanismi, citazioni da film di Troisi, ritornelli di Vasco Rossi ed altre amenità, mi sembrano non solo sacrosante ma anche molto urgenti. E tuttavia, al di là dei programmi (primo passo, sono appena usciti i 100 punti del programma del wiki PD ed ad una prima lettura, per le materie che un po’ conosco, mi sono parsi abbastanza deludenti), il ruolo di Renzi oggi continua a sembrarmi quello dell’indispensabile guastatore.

Il PD può fare solo due cose nel breve periodo: cambiare radicalmente o morire. Perché cambi è necessario che la sua classe dirigente (quella che Baricco ha giustamente definito due sere fa molto “conservatrice”) ceda il passo. A me pare piuttosto evidente che nessuno di costoro ha intenzione di farsi da parte per “il bene del paese”. Né D’alema, né Veltroni, né Bersani o Vendola hanno intenzione di andarsene, sancendo definitivamente la propria incapacità a rappresentare un grande partito che è ben più ampio del numero degli iscritti che raccoglie. Meno di loro intende farlo il vasto sottobosco dei vari Letta, Bindi, Gentiloni, Fioroni, Vita e compagnia cantante che vegeta da decenni nel profondo dello schieramento.

Qualche mese fa Giuliano da Empoli (uno degli assessori di Renzi) mi raccontava di quando lui e il sindaco sono andati una mattina a suonare il campanello dell’ex caserma di Costa San Giorgio. Un immenso edificio nel centro di Firenze, ex convento francescano che per molti anni è stata la sede della Scuola di Sanità Militare dell’Esercito. Un posto bellissimo che confina con i giardini di Boboli e che anch’io ho frequentato molti anni fa. Tutto il complesso è di proprietà del Ministero della Difesa (anche se esiste un protocollo d’intesa del 2003 per trasferirlo al Comune) e pare sia attualmente occupato da due generali in pensione (prima, ogni tre mesi, ospitava circa 800 allievi più il personale). Se ne stavano là dentro a fantasticare su come quegli spazi potessero essere riutilizzati per la città prima di essere stati sbattuti fuori con fermezza dai padroni di casa. Ecco a me questo piccolo aneddoto sembra adatto a descrivere vecchie protezioni e nuovi entusiasmi. Poi le cose si potranno sbagliare, ci si potrà far fregare dall’ardore o dagli eccessi di semplificazione ma intanto il primo traguardo è funzione di tutto il resto. Occorre che qualcuno suoni finalmente il campanello e mandi a svernare altrove i generali in pensione.

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/31/l%e2%80%99indispensabile-guastatore/feed/ 29
Gli ultimi saranno gli ultimi http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/19/gli-ultimi-saranno-gli-ultimi/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/19/gli-ultimi-saranno-gli-ultimi/#comments Wed, 19 Oct 2011 09:43:02 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=395 Continua...]]]> L’indimenticato Ministro delle Telecomunicazioni Salvatore Cardinale nell’anno 2000 rilasciò all’Ansa la seguente dichiarazione:

“La possibilità di far convergere audio, video e dati in un telefonino mette in condizione ogni cittadino di avere Internet in tasca. Ciò abbatte quel diaframma “computer” a cui i cittadini del nostro paese mostrano una certa resistenza, e permetterà – secondo le mie opinioni e stime di esperti – la esplosione nel nostro paese di Internet. Considerato che dal primo gennaio 2002 l’UMTS sarà operativo e considerati i tempi di penetrazione, è ragionevole pensare che il nostro paese, gia nel 2004, occuperà i primi posti nella graduatoria europea della diffusione di Internet”.

Oggi, con tutto il confort del senno di poi, sappiamo che la frase del Ministro, quasi certamente suggerita da analisti tecnologici non troppo illuminati, era non solo sbagliata nei tempi ma anche profondamente errata nella sostanza. La pratica potrebbe andare archiviata senza ulteriori accanimenti se non fosse che questa storia del paese che riscatterà le proprie pessime performance di accesso alla rete mediante i terminali mobili continua ad essere abbondantemente frequentata. All’inizio degli anni 2000, ed in misura minore anche nel quinquennio precedente, mentre gli altri cittadini europei cominciavano a collegarsi a Internet dalle loro case, gli italiani spendevano i loro soldi in telefoni cellulari sempre più costosi. Dal 2000 al 2002 secondo Eurostat, e solo per fare un esempio, la media di nuovi server collegati a Internet è cresciuta in Europa di circa il 20%. In Italia del 2%.

Occorrerebbero a questo punto prendere atto dell’evidenza dei fatti: lo sviluppo di Internet e quello della telefonia mobile sono stati in Italia, in passato e anche ora, scelte tecnologiche antitetiche, è probabile che la crescita di una abbia influenzato negativamente l’altra. Dove le reti di computer si sono sviluppate in maniera significativa (vale a dire in tutti i maggiori paesi europei coi quali siamo soliti confrontarci) i servizi di accesso alla rete in mobilità, per quanto sempre maggiormente utilizzati e valorizzati, sono servizi ancillari all’accesso da postazione fissa. Le cose importanti ed anche quelle utili che facciamo quando siamo collegati a Internet si svolgono nella gran parte attraverso collegamenti stabili a banda larga, quasi mai attraverso terminali da pochi pollici agganciati ad una rete 3G o 4G prossima ventura.

Oggi Federico Cella sul suo bel blog tecnologico su Corriere.it titola “Siamo la bengodi degli smartphone” e citando una ricerca del Politecnico di Milano scrive:

L’Italia entra nel mondo digitale con un salto doppio. Il Paese che non è mai riuscito neanche ad avvicinare una penetrazione del 50% nelle famiglie italiane per quanto riguarda i personal computer, trova la strada per superare il «digital divide» con i dispositivi mobili: siamo la nazione al mondo con la maggiore diffusione di smartphone tra la popolazione. Come raccontano i dati del Politecnico di Milano, il 39% della popolazione che possiede un cellulare — praticamente il 100% dei cittadini maggiorenni — ha un telefono che è «intelligente». Un totale di ameno 20 milioni di smartphone che aprono agli italiani appunto il mondo del digitale: Internet, servizi, contenuti e social.

Rincara la dose Andrea Rangone del Politecnico:

«Fin dagli anni Novanta siamo sempre stati all’avanguardia per le tecnologie mobili, grazie anche a degli operatori illuminati», spiega Andrea Rangone, professore esperto di e-business all’università milanese. «Di conseguenza sono cresciute molto presto nel Paese attività imprenditoriali che hanno capito le potenzialità del telefonino sempre in tasca che andassero oltre le telefonate e gli sms. Dalle suonerie dei primi tempi alle app di oggi».

Già, le suonerie.

Sono passati dieci anni e nulla sembra essere cambiato nella visione dei nostri tecnologi. Tento anch’io, senza averne alcun titolo, un facile previsione: gli italiani non entreranno, nemmeno questa seconda volta, nemmeno a passo di carica, come diceva Cardinale un decennio fa, nelle classifiche dei paesi collegati a Internet in virtù del proprio innamoramento per i telefoni intelligenti. Continuerà invece ad accadere l’esatto contrario. Alla rete aperta, neutrale e tutto sommato (per ora) libera, accessibile in larga banda, per (quasi) tutte le famiglie, a costi tutto sommato modesti, continueremo a preferire altro, magari una puntatina su Facebook o su Twitter in mobilità sui luccicanti schermi dei nostri smartphone. Una delle tante, deprimenti e fenomenali miopie di questo Paese.

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/19/gli-ultimi-saranno-gli-ultimi/feed/ 17
La malattia di Steve Jobs http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/10/la-malattia-di-steve-jobs/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/10/la-malattia-di-steve-jobs/#comments Mon, 10 Oct 2011 21:41:40 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=350 Continua...]]]> Avevo deciso di non scrivere nulla sulla morte di Steve Jobs prima ancora che prendesse forma l’impazzimento mediatico di questi giorni. Non ne ho scritto qui, né sul mio blog né su Punto Informatico né altrove. Però da un paio di giorni leggo un sacco di sciocchezze sulla questione della sua malattia ed alcune precisazioni mediche che forse sono utili mi va di appuntarle.

1) Jobs non aveva un “normale ” tumore al pancreas. Quello che gli è stato diagnosticato nel 2003 non era un adenocarcinoma ma un tumore (assai più raro) delle cellule neuroendocrine pancreatiche. Nel pancreas su 100 tumori 95 sono tumori molto maligni (adenocarcinomi) nel 5% dei casi sono tumori di questo tipo (insulinomi, vipomi, gastrinomi ecc).

2) Questo spiega l’euforia del comunicato ufficiale rilasciato dopo l’intervento chirurgico nel 2005. Gli adenocarcinomi pancreatici hanno modestissime sopravvivenze a due anni dalla diagnosi, i tumori neuroendocrini sono invece, nella grande maggioranza dei casi (e qui sta l’inghippo), tumori quasi benigni e scarsamente invasivi.

3) Che Jobs sia morto perché, una volta diagnosticata la neoplasia con una TC di routine, ha scelto di non operarsi subito, curandosi per 9 mesi con curiose diete vegane, capisco che possa colpire la curiosità del lettore e anche raccontarci qualcosa dell’uomo, ma è una evenienza del tutto improbabile. Capita che simili neoplasie siano seguite nel tempo proprio in virtù della loro modesta aggressività e posso capire che Jobs abbia scelto di non operarsi subito. A quanto sembra ad una successiva TC di controllo la massa era cresciuta e il paziente, vegano o no, è andato “correttamente” all’intervento chirurgico. Altrettanto correttamente una volta operato di duodenocefalopancreasectomia (il tipo di intervento non dipende tanto dalla estensione della malattia come scrive The Daily Beast ma dalla sede del tumore), non c’è stata alcuna indicazione a chemio o radioterapia. Correttamente.

4) Poi dopo qualche tempo qualcosa è andato storto. Qui le cose si complicano perché Jobs ha smesso di dare informazioni sul proprio stato di salute (tranne una cosa improbabile che Apple ha raccontato inizialmente sul dimagrimento legato ad una terapia antibiotica). La cosa più probabile è che, come capita in certi rari casi, il raro tumore neuroendocrino di Jobs fosse uno di quelli più maligni, capaci di metastatizzare a distanza (tipicamente al fegato). Qui, nella fortuna di non aver avuto un adenocarcinoma, Jobs è stato molto sfortunato. Probabilmente le metastasi epatiche, quando diagnosticate, erano troppe o troppo diffuse per poter essere asportate una ad una dal chirurgo, probabilmente a quel punto l’unica alternativa rimasta era quella della chemioterapia. Che in genere su questi tumori funziona poco ed ecco spiegato il graduale lento scadimento delle sue condizioni fisiche. Probabilmente.

5) L’ultimo passo del doloroso percorso è stato, sempre probabilmente, una pazzia. Il trapianto di fegato in genere non è una delle opzioni possibili per i pazienti neoplastici con metastasi epatiche, per la semplice ragione che è un intervento molto importante (e con molte implicazioni etiche sulla scarsità degli organi dei donatori) e generalmente del tutto inutile. Però Steve Jobs non era un paziente normale ed è possibile che quell’intervento gli abbia regalato qualche mese di vita in più (oltre che un fegato in meno per un altro paziente che invece sarebbe potuto guarire dalla sua malattia).

Spesso le malattie sono mostri misteriosi, il loro decorso è allergico al senno di poi, sono in grado di generare reazioni e comportamenti inaspettati. Andrebbero lasciate stare. In certi casi, come questo, con un minimo di pudore residuo e per amore di verità, è molto difficile farlo.

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/10/la-malattia-di-steve-jobs/feed/ 19
Vasco Rossi feat. Barbra Streisand http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/04/vasco-rossi-feat-barbra-streisand/ http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/04/vasco-rossi-feat-barbra-streisand/#comments Tue, 04 Oct 2011 08:20:50 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimomantellini/?p=330 Continua...]]]> La vicenda Vasco Rossi-Nonciclopedia contiene – giusti giusti – tutti i tratti tipici della tragicommedia internettiana. C’è il piccolo contro il grande, il vecchio contro il giovane, la libertà di espressione contro l’arroganza del denaro, gli avvocati vestiti Caraceni contro le felpe ed i brufoli dell’adolescenza. Poi c’è la scia prevista di reazioni in rete, le pagine Facebook, la discesa in campo convinta di quasi tutti. Milan contro Inter, destra contro sinistra (perfino Capezzone ha preso posizione), ci fosse ancora Gaber a questo punto urlerebbe: paracadutisti! Ufologi!

Eppure le cose sono semplici: Vasco Rossi è stato malconsigliato da persone che non sono molto pratiche di comunicazione in rete, non ne comprendono gli estremi, non capiscono di come questi margini (A world of Ends dicevano quelli che ci capiscono molti anni fa) siano talvolta contemporaneamente odiosi ed irrilevanti. Purtroppo e per fortuna in rete ognuno di noi è stronzo per qualcun altro: purtroppo perché certamente non fa piacere, per fortuna perché tutto questo si trasforma spesso in una piccola personale palestra di democrazia. Anche le persone meno esposte troveranno qualcuno che prima o poi si rivolgerà loro con toni inadeguati e fastidiosi, dileggianti o francamente offensivi. Se volete trarne indicazioni di massima sul genere umano fatelo pure ma così è. E probabilmente, avendo avvocati vestiti Caraceni nella fondina, molti in simili situazioni li estrarrebbero, non è difficile capirli.

Solo che Internet è grande ed il sollievo per simili risposte armate è comunque e sempre solo momentaneo, formale e discretamente inutile, specie quando è rivolto a soggetti ai margini della grande comunicazione. Fino a ieri Nonciclopedia era un sito di cretinate sconosciuto ai più, oggi rischia di diventare la bandiera di una nuova resistenza.

L’effetto Streisand di cui molti parlano in queste ore è, in molti casi, una dinamica positiva della comunicazione Internet (pensate alla disputa omeopatica Boiron- Blogzero) in altre è semplicemente la carta carbone di una presa di posizione qualunque (meglio se si parteggia per Davide contro Golia). Eppure se ci riuscisse di uscire appena di qualche centimetro dalle logiche di rete per tornare a quelle precedenti e più consone ai pensieri degli studi legali, la denuncia di Vasco Rossi appare meno incredibile di quello che sembrerebbe. La pagina in questione, che oggi i gestori di Nonciclopedia hanno rimosso insieme al resto del sito, era davvero un lungo elenco di stupidaggini offensive senza alcuna relazione né con la satira né con l’informazione. Ma era comunque una pagina web che vorremmo fosse ancora on line.

Se Vasco Rossi fosse stato meno lontano alle cose della rete avrebbe capito che di pagine simili su Internet ce ne saranno sempre molte, che anche volendo perdurare nell’ossessione di farle cancellare non sarà mai possibile toglierle tutte e che, soprattutto quelle pagine sono il segno di una attenzione e di un interesse che non è possibile scindere in alcun modo dal resto della propria popolarità. Sono l’opposto inevitabile, grossolano e prevedibile, delle maree di persone che in rete acclamano al grande talento della rockstar di Zocca.

Tutto il resto della mobilitazione (ieri qualcuno, non ricordo dove, scriveva entusiasta che l’hashtag #vascomerda era il secondo per popolarità a livello mondiale, il che devo dire mi riempie il cuore ed i polmoni di non so bene cosa) è la solita fuffa internettiana alla quale siamo affezionati, buona per i quotidiani di oggi e per gli amanti della interessantissima diatriba Vasco Rossi contro resto del mondo.

]]>
http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/04/vasco-rossi-feat-barbra-streisand/feed/ 48