Il braccialetto e l’innovazione

La faccenda di questi giorni del braccialetto elettronico di Amazon non riguarda certo il braccialetto in sé. Che, per carità, è una delle costrizioni tecnologiche legate alla geolocalizzazione con la quale già da un po’ dobbiamo confrontarci. E non riguarda nemmeno Amazon. Che è un’azienda da sempre al centro di una contrapposizione durissima con le regole del mondo del lavoro in genere e il cui capo, Jeff Bezos, da quello che raccontano da anni molte insistenti cronache, sembra essere tutto tranne che Babbo Natale.
No, la faccenda del braccialetto elettronico di Amazon riguarda questo Paese, la sua attitudine antitecnologica, la poca accuratezza dell’informazione (mista ad una furbizia fastidiosa), la mediocrità della sua classe politica che, in campagna elettorale ma non solo, ha ormai come attività principale quella di intercettare temi utili alla polemica spicciola per scaraventarli contro i cittadini nella speranza di rinsaldare con loro un minimo di sintonia.

I particolari della vicenda, i fatti, sono chiari a chiunque abbia avuto la curiosità di informarsi, cioè a quasi nessuno. Per due giorni tutti i media italiani e tutti i politici di vertice di questo Paese hanno discusso, sparato titoloni, lanciato severi ammonimenti da campagna elettorale sul brevetto del gigante cattivo dell’e-commerce americano; lo hanno associato ad un futuro distopico e angosciante, ne hanno ragionato come se fosse qualcosa di concreto. Hanno mentalmente collegato un brevetto, che forse mai diventerà un oggetto vero e proprio, con l’idea del braccialetto elettronico dei carcerati (il nuovo lavoro è la nuova prigione) e alla fine sono giunti tutti alla medesima usuale conclusione: la tecnologica ci ucciderà tutti.

Nulla in questo povero Paese è più pacifico e costante del fastidio verso l’innovazione. Chiunque decida di cavalcare il muletto drogato del “si stava meglio prima” vedrà spalancarsi di fronte a sé vaste praterie di consenso e attenzione. Non avrà alcuna importanza far notar loro che il brevetto di Amazon fa(rebbe) tutt’altro rispetto a quanto paventato, che i sistemi di controllo del personale sui luoghi di lavoro legati alla tecnologia sono già oggi non solo possibili ma molto praticati, che continuare ad essere superficiali e furbi non renderà i media più attraenti e non trasformerà i politici italiani in altrettanti Winston Churchill. E che anzi con ogni probabilità succederà l’esatto opposto.

Non elencherò la lunga teoria di affermazioni senza senso e titoli allarmistici prodotti fra ieri e oggi sul tema dei braccialetti elettronici di Amazon che spiano i lavoratori, mi sale la tristezza solo all’idea di farlo. E non dirò nemmeno quello che ripeto da anni sulla necessità di cominciare finalmente a comportarsi da adulti, tutti assieme, nei confronti dei temi dell’innovazione, visto che mettere la testa sotto la sabbia ci ha portato esattamente dove siamo ora. Dirò solo ai giornali che non hanno alcun titolo ad inondarci con i loro fiumi di parole sulle fake news se loro stessi oggi mostrano di esserne i primi e più convinti produttori e dirò ai politici italiani che la loro ecumenica attenzione per i diritti dei lavoratori nell’era tecnologica è ammirevole e necessaria. Si tratta di un tema complesso e dalle mille sfaccettature. Sarà forse per quello che nei loro programmi elettorali, per una consultazione che si terrà fra un mese, quasi non se ne trova traccia.

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