Tre punti sulla neutralità della rete

Già la parola non aiuta: neutralità della rete. Ci si annoia anche solo a pronunciarla. Il suo corrispettivo inglese poi non ne parliamo: net neutrality, barbosa esterofilia un po’ provinciale.
Così la prima battaglia, visto che il tema è importantissimo, dovrebbe essere quella di rendere un simile concetto semplice e interessante: è una scommessa quasi impossibile ma ci provo lo stesso.

  • Se Internet non fosse stata neutrale oggi non esisterebbe.

La rete stupida, quella che accetta chiunque perché non controlla nient’altro dell’adesione ad una piccola serie di standard tecnologici, ha costruito, nodo dopo nodo, il primo luogo planetario di libero accesso alle idee e alle informazioni. Un luogo del pensiero, delle contrapposizioni e dei contrasti. Un posto rivoluzionario nella sua aspirazione di far convivere il bianco e il nero ad un unico link di distanza. Dentro una simile enorme e inconsueta libertà abbiamo costruito delle nicchie, altri luoghi, che tendono a riprodurre sistemi sociali che percepiamo come più sicuri (Facebook è attualmente la nicchia di maggiori dimensioni). La rete neutrale consente tutto questo e molto d’altro, dentro l’adesione ad ogni forma di diversità.
Il bilancio di realtà su cosa sia Internet oggi lo lascio a ciascuno di voi, ognuno avrà al riguardo la propria idea. In ogni caso se detestate Internet sappiate che è colpa della sua neutralità.

  • Senza la neutralità Internet perde la sua natura distribuita.

Cosa significa quest’altra brutta parola? Natura distribuita significa due cose assieme (nel senso di inscindibili una dall’altra). Libero accesso e uguale visibilità. Se saremo in grado di costruire un luogo pubblico nel quale tutti possono entrare avendo identiche opportunità a quel punto sarà la rete stessa a selezionare i migliori di noi. A molti evidentemente dà fastidio. E i migliori verranno dal nulla, saranno giovani o vecchi, a volte con le pezze al culo altre con un master ad Harvard, ma porteranno un’idea a cui nessuno aveva pensato prima. La rete neutrale, a differenza di quello che scrivono in tantissimi, non tutela Facebook o Google (tantomeno l’industria precedente, ovvio), non tutela gli emersi, ma quelli che ancora sono sotto il pelo dell’acqua: tutela noi tutti. Tutela, per maggior esattezza la nostra possibilità di riconoscere e apprezzare domani quelli che sostituiranno Facebook e Google. Tutela, per dirlo con altre parole, il nostro diritto al cambiamento e all’innovazione. Per amore di paradosso tutela noi da Google e Facebook assai di più di quanto non facciano i padroni del mondo precedente.

  • La neutralità è un tema politico.

Per le ragioni appena dette le scelte sulla neutralità della rete sono, in grandissima parte, un problema politico. Nel senso di una questione che i cittadini, attraverso i loro rappresentanti, decidono per loro stessi. Del resto quello che sta accadendo in USA sulla vicenda lo indica chiaramente. In Italia una simile affermazione fa sorridere. Per i nostri politici la neutralità è un tema misterioso e marginale, non hanno un parere al riguardo, solo la parola li fa sbadigliare. Il loro parere, quando sono obbligati ad averne uno, è stato in questi anni quello dei loro lobbisti di riferimento. E su temi del genere, complessi e manipolabili, fuori dai radar dell’attenzione pubblica, per la politica nostrana stare dalla parte del più forte è la regola.
La Camera, tempo fa, ha approvato all’unanimità un foglio di carta (dubito che qualcuno lo abbia letto) dentro il quale sta scritto che la Rete deve essere neutrale (perfino la rete mobile, dove, al contrario, tutti gli operatori vendono da tempo contratti zero rating). Nell’ultimo decennio, tutte le volte che il governo o un organismo dello Stato ha dovuto esprimersi pubblicamente sul tema ha scelto posizioni blandamente antineutrali, così, per provare a salvare la capra e i cavoli senza farsi notare troppo.

La neutralità della rete è un tema politico di sinistra. Riguarda i diritti dei cittadini e delle imprese, viene prima delle inconcludenti discussioni, molto italiane, sui diritti digitali, sui beni comuni e sull’accesso Internet per tutti. Viene prima perché ne è la premessa, ne determina le sorti. Una rete neutrale non ha bisogno di troppe parole, contiene quei diritti dentro sé stessa. Non è però un diritto divino, va concordata con gli operatori di rete, il cui ruolo non può essere ignorato. Esistono possibilità di avere una rete neutrale e profittevole per gli ISP, basta volerlo. La politica del resto serve a questo, esplora gli spazi del possibile. A dire queste cose in Italia oggi, in un Paese nel quale si è riusciti a litigare e a causare danni ai cittadini perfino nell’immaginare la rete ultrabroadband, sembra di stare sulla luna.

Negli Stati Uniti non c’è più la net neutrality

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