Mediaset ha perso il treno?

Ho una certa simpatia per i giganti che non capiscono. I protagonisti della comunicazione, i grandi attori nazionali, le aziende con migliaia di dipendenti che investono milioni in consulenze e avvocati, che disegnano strategie dentro powerpoint interni pieni di immagini, frecce e numeri. Loro avrebbero energie per capire, disporrebbero di intelligenze da sfruttare e libri da leggere, traiettorie e nuove idee da frequentare. E nonostante questo, quando tutto questo non avviene, nel momento in cui il gigante non capisce e si ostina a ignorare il tempo presente, allora quell’omone fa quasi tenerezza. Lo guardi e quasi lo vorresti abbracciare, come fosse un bambino al quale la sua mamma sta dicendo: ma come, tesoro mio, ma è possibile che tu non capisca? Ma davvero, sul serio, non capisci?

Mediaset è da tempo uno di questi bambini, magari bellissimi, ma non troppo svegli: da oltre un decennio trascina in tribunale un po’ tutti quelli che, a vario titolo, ripropongono nei formati digitali parti piccole o grandi dei suoi programmi TV. Non sono gli unici, ovviamente, ma in Italia simili scelte, da parte della maggiore rete TV commerciale del Paese, hanno un po’ dettato la linea. Da un certo punto di vista la strategia non fa una piega. Norme del secolo scorso che resteranno in vigore ancora per chissà quanto glielo consentono (non a caso spesso le cause in tribunale le vincono) mentre resta da stabilire se le evidenze del mondo che cambia interessino qualcosa all’azienda televisiva della famiglia Berlusconi. Gli utenti che condividono sul proprio profilo Youtube piccoli frammenti in bassa risoluzione di un programma TV di Canale 5 sono, per esempio e da tempo, una parte non irrilevante della TV del futuro. A Mediaset interessa?

Nell’ultima diatriba che contrappone Mediaset a Repubblica gli elementi di tenerezza aumentano. È un tipico confronto Golia contro Golia, dove il Davide della vicenda (noi) resta apparentemente in secondo piano. Mediaset contesta l’utilizzo commerciale da parte del Gruppo Espresso di propri contenuti sotto copyright e i primi due gradi di giudizio le hanno dato ragione. Il discrimine che è utile a tutti noi per farci un’idea della vicenda è in quella cifra, 17 mila euro, che Repubblica avrebbe guadagnato ricopiando sul proprio sito contenuti prelevati dalle trasmissioni TV di Mediaset.

Seguire il denaro del resto è la maniera più intelligente per farsi una idea di come sarebbe giusto adattare le normative sul copyright agli attuali tempi digitali. Pochissimi lo fanno, i giudici tantomeno, visto che, come è normale, si interessano all’aderenza dei commi e non ai temi culturali della nazione. Il denaro separa vigorosamente i buoni dai cattivi, lo fa spesso con discreta precisione. Anche se ovviamente esiste una linea di confine meno netta che riguarda il fair use e il diritto di cronaca. Ha ragione Guido Scorza quando paventa l’oblio imposto dal giudice per il video di Berlusconi che nega le sue tresche, ne ha assai meno nel momento in cui si scopre che la sentenza coinvolge anche e soprattutto utilizzi illeciti di spezzoni del Grande Fratello, di Amici e di altre trasmissioni di intrattenimento che con il diritto di cronaca hanno parentele assai più vaghe.

È noto da tempo che in Italia i grandi editori sul web violano sistematicamente non solo il copyright dei giganti come loro ma ogni forma possibile di proprietà intellettuale. Si forniscono al self service di Twitter, pescano a piene mani dai profili Facebook (anche da quelli non pubblici), ricopiano da Youtube decine di video al giorno aggiungendo il proprio marchio. Lo fanno allegramente, senza grandi sensi di colpa, in nome di un’idea della propria funzione piuttosto vasta. Fingono che il web sia una terra di nessuno e mentre lo fanno si lamentano del numero esorbitante di ladri dei loro contenuti online. Di nuovo, seguire il denaro, almeno grossolanamente, potrebbe essere una buona idea. Qualcuno copia-incolla i contenuti di Repubblica sul proprio sito guadagnandoci? Venga dissuaso e eventualmente perseguito. Invece gli editori spesso hanno al riguardo altri progetti: si comportano come fa Mediaset da un decennio, mirano al bersaglio grosso e domandano (da anni, inascoltati) denari alle piattaforme di rete. E mentre lo fanno distruggono parte di quel valore condiviso che quelle piattaforme hanno nel frattempo creato.

Ma se le schermaglie legali di Golia-Mediaset contro Golia-Repubblica fanno tenerezza, occorrerà comunque ogni tanto pensare anche a Davide. E Davide in questo caso è, per esempio, la comunicazione per frammenti che migliaia di persone ricopiano ogni giorno su Youtube o su altri luoghi di rete. E lo fanno, sempre più spesso, su circuiti più sotterranei come le chat di Whatsapp. Lo fanno gratuitamente, per simpatia, curiosità o affetto verso un programma TV. Seguendo il denaro non li incrocerete mai. Mediaset e altri invece li inseguono, fin dentro le loro pagine con 16 visualizzazioni, e gli tagliano le gambe in nome dei propri diritti. Davide è il sito web amatoriale che testardamente tiene traccia di un fatto di cronaca che domani potremo ricostruire, è la pazienza da amanuense con cui migliaia di persone hanno salvato su Youtube spezzoni di trasmissioni Rai del secolo scorso che la TV di Stato ha sepolto dentro archivi irraggiungibili o che a suo tempo ha tolto da Youtube con la lungimiranza che la contraddistingue. Davide è la memoria condivisa che gli ambienti digitali consentono e costruiscono giorno dopo giorno. Un archivio ricchissimo, forse non del tutto legale, secondo le stupide norme vigenti, ma che servirà a tutti e che tutti già adesso utilizzano. Quando qualcuno, anche tangenzialmente, mette in pericolo il valore documentale degli ambienti digitali in nome del proprio interesse economico partecipa ad un’ingiustizia verso la comunità intera. Avere la lucidità per capirlo distingue oggi le aziende dei media contemporanee da quelle che invece, purtroppo per loro, hanno definitivamente perso il treno.

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