Fascisti su Internet

In Italia esiste un articolo apposito della Costituzione ed almeno due leggi dello Stato che si occupano a vario titolo e specificamente del reato di apologia di fascismo e di ricostituzione del partito fascista. Sono due leggi – diciamolo subito – ampiamente disattese senza grandi crucci, come sovente accade dalle nostre parti. Nessuno in genere si meraviglia per questo, tranne poi urlare il proprio scandalo all’improvviso, per esempio quando si scopre che uno stabilimento balneare di Chioggia – da anni, senza che nessuno abbia mai trovato da ridire – cita simpaticamente le camere a gas nei suoi cartelli di benvenuto alla clientela. È l’Italia, siamo fatti così, ci indigniamo tutti assieme per qualcosa, sapendo bene che dopodomani ce ne saremo dimenticati.

Le cronache sono piene da sempre di vasti gruppi di manifestanti che si esibiscono nel saluto fascista a viso scoperto e a favore di telecamera (per non parlare di celebri calciatori allo stadio) e di pagine internet e profili sui social network dedicati all’apologia del fascismo. Le leggi per occuparsi di questi signori sono molto chiare ma a nessuno dei poteri dello Stato preposti al controllo del territorio sembra interessare. Per dirla tutta interessa assai poco anche ai gestori dei social network: conosco almeno un caso di un tizio italiano che su Twitter inneggia al duce e minaccia le persone di aspettarle sotto casa con la pistola, il cui profilo, mille volte segnalato, è ancora placidamente in piedi.

E come sempre accade in casi del genere la politica una mattina intercetta un simile fallimento e stabilisce che così non si possa andare avanti, che qualcosa dovrà essere fatto, che servano ulteriori norme, più precise e maggiormente punitive che risolvano finalmente il problema. È il vizio storico del nostro Parlamento che pensa che diluviare gli italiani di leggi e commi li renda improvvisamente cittadini migliori quando davanti a sé c’è la prova materiale dell’esatto contrario. L’eccesso di leggi punisce i migliori di noi, crea confusione e costa denaro aggiuntivo: capirlo non sembrerebbe tanto complicato.

Da questo atteggiamento straordinariamente miope nasce la proposta di legge Fiano presentata in parlamento il 2 ottobre 2015 che sta facendo discutere sui giornali in questi giorni in occasione del suo prossimo arrivo alla Camera.

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Il ddl Fiano è un oggetto culturale perfetto, se non altro perché si compone di un solo comma. Tutto ciò rende la discussione molto più semplice di quanto non accada di solito, visto che le leggi sono usualmente assai complesse, spesso rimandano ad altre norme e richiedono in genere competenze tecniche elevate per essere comprese appieno. La legge Fiano non è così, è un progetto trasparente: nella sua semplicità dice due cose sostanziali che, nell’idea del legislatore, andranno aggiunte alle norme precedenti. La prima è che i venditori di pancottiglia fascista dovranno chiudere. La seconda che chi inneggerà al Duce su Internet riceverà una condanna al carcere aumentata di un terzo. Nella maggioranza dei casi, seguendo l’andazzo generale, si tratterà quindi di zero aumentato di un terzo.

Molti anni fa dietro casa nostra a Forlì aprì un piccolo negozio di duplicazione chiavi. Io e mia moglie notammo subito che il gestore, un simpatico ragazzo molto gentile, vendeva insieme a molti altri modelli anche un certo numero di portachiavi con il faccione di Mussolini dentro l’elmetto da battaglia. Da quella volta semplicemente, quando ci sono da duplicare mazzi di chiavi la mia famiglia si rivolge altrove. Essere antifascisti del resto in Italia non è molto di moda e diventa sempre più complicato: gli eventi storici si allontanano, la cultura dei cittadini è quello che è, la voglia di approfondire temi che non si conoscono anche. In questo clima culturale si innestano con grande facilità anche le contronarrazioni interessate, le liste delle cose buone fatte dal fascismo diffuse su Facebook, i post sul blog di Beppe Grillo su Giacomo Matteotti ucciso da dei balordi. Cose così.

Sullo sfondo di simili norme la necessità ogni volta negata (perché ammetterla significherebbe ridurre il proprio ruolo) di rispondere all’ignoranza e al fanatismo con maggiore cultura e maggiore informazione, di iniziare a perseguire i reati con le leggi che già ci sono invece che usare il tempo per proporne altre; il vizio reazionario, doppiamente deplorevole quando viene da rappresentati di partiti riformisti e progressisti, di considerare i cittadini come dei soggetti la cui libertà di opinione vada variamente indirizzata a colpi di codice penale. L’opportunità, infine, di utilizzare l’antifascismo come un’etichetta per sé stessi e per il proprio partito (con annessa polemica spicciola con altri partiti che contestano la norma). Da ultimo, a mo’ di ciliegina sulla torta, l’usuale trita e mille volte ripetuta abitudine a pensare Internet come un luogo altro, dentro il quale i medesimi atteggiamenti o reati debbano essere diversamente considerati. Una superficialità ingenua e formidabile che racconta moltissimo di chi immagina simili semplici oggetti culturali per semplicità denominati leggi dello Stato.

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