Via della Conservazione

Se decidessimo di soffermarci sugli aspetti folkloristici a margine della sentenza di un Tribunale di Roma che ha vietato Uber in tutta Italia avremmo solo l’imbarazzo della scelta. I luoghi comuni da utilizzare al riguardo sono già tutti lì, ordinati in bella fila.

C’è la sentenza di un tribunale di Roma intanto, luogo simbolo della conservazione e della tutela burocratica di ogni istanza. Una tendenza che dalle aule parlamentari si estende agli uffici delle grandi amministrazioni e poi, ovviamente, ai tribunali, fino al luogo simbolo della tutela dell’esistente che è il famosissimo Tar del Lazio la cui parola stessa è diventato ormai una sorta di neologismo che identifica la fitta ragnatela di commi, timbri e burocrazie in grado di impedire tutto e il suo contrario. In un certo senso l’Italia stessa si è trasformata da tempo in un enorme “Tar del Lazio”, un luogo dove interessi piccoli e minoritari riescono sempre a prevalere su qualsiasi progetto. Quasi ciascuno di noi, con l’aiuto di un pool di avvocati sufficientemente esperti, potrà farsi “Tar del Lazio” di qualcun altro, ma solo nella logica distruttiva di una qualsiasi istanza: un Paese dotato di grandi strumenti per bloccare qualcosa e che invece sembra schierarne assai meno quando l’interesse è quello di tutelare i cittadini nel loro complesso.

Poi ovviamente ci sono i tassisti, altra figura iconica di un mondo a sé, una categoria che da un lato sembra uscita da un film di Alberto Sordi, ma che ci appare ugualmente inscalfibile e centrale, dotata, esattamente come il “Tar del Lazio”, di un immaginario suo personale, immediato e metropolitano, politicamente ben identificato. Un numero rilevante di italiani, la grande maggioranza, non ha mai avuto rapporti con i tassisti: basta vivere fuori dalle grandi città per vedere la loro centralità strategica quasi annullata. A Roma invece, complice anche un sistema dei trasporti pubblici fermo da mezzo secolo, i tassisti e le loro licenze sono diventati negli anni una categoria rilevantissima, alla quale la politica guarda sempre con attenzione. Non a caso, dalla destra di Gianni Alemanno al Movimento Cinque Stelle di Virginia Raggi i tassisti vengono vezzeggiati e rassicurati in campagna elettorale con la stessa fraterna attenzione che i fascisti riservavano ai postelegrafonici. Non si capisce bene se questo avvenga per pure ragioni numeriche di tutela del proprio bacino elettorale o perché i tassisti rappresentano meglio di molte altre categoria l’idea della conservazione ad ogni cambiamento.

Piano piano ci arriviamo e forse non c’era nemmeno bisogno di citare uno ad uno tutti i piccoli luoghi comuni che costeggiano la vicenda di Uber, vietata in tutta Italia dal ricorso per “concorrenza sleale” di una associazione di categoria di tassisti.

Sarebbe forse bastato osservare che l’innovazione nei Paesi occidentali nasce e si sviluppa dentro due grandi schemi. Il primo è quello fiduciario. Per cultura, consuetudini e legislazione esistono Paesi che sposano il cambiamento e lo istituzionalizzano. Pensano alla società come ad un ambiente dinamico e si comportano di conseguenza: pensano soprattutto, abbastanza fideisticamente, che la tecnologia e l’innovazione siano in grado di migliorare il benessere dei cittadini e tendono a costruire un campo di regole che per quanto possibile la incoraggi. Poi esistono i Paesi con un set di regole più rigido, nel quale il controllo centrale sui “mestieri” viene esercitato assiduamente sia dalla struttura giuridica che da quella legislativa. In tali Paesi le spinte innovative sono rallentate e spesso depotenziate dal sistema ma, nel giro di un certo numero di anni, entrano in equilibrio con il sistema complessivo integrandosi (o sostituendolo) gradualmente. L’innovazione tecnologica in Occidente avviene grossolanamente dentro questi due grandi schemi e nel momento in cui la spinta digitale è diventata tanto forte e pressante è difficile dire quale delle due opzioni sia quella più conveniente per i cittadini.

Poi c’è una terza opzione, altrove non compresa, che è la nostra: l’Italia dei Tar del Lazio e dei tassisti, dei decreti milleproroghe stancamente reiterati da governi immobili, delle burocrazie centrali che parlano a loro stesse, dei mille poteri polverizzati che mai riescono a farsi interesse comune, nemmeno per un tubo del gas da seppellire sottoterra in campagna. Quell’Italia lì, che non riesce a far quadrato su nulla, non sposa l’innovazione di Uber, come accade da alcune parti, e nemmeno cerca di regolamentarla, come avviene da altre. Semplicemente la espelle. Lo fa per una ragione tanto banale quando evidente: perché vede la conservazione come il più confortevole degli scenari possibili. È una filosofia di vita che si fa schema operativo. Se non sei vecchio e decrepito come noi a noi non interessi.

Uno degli impegni più urgenti che attendono la politica nei prossimi mesi è quello – difficilissimo – di uscire da questo splendido isolamento da anziani in mezzo ad altri anziani. Tocca provare a uscire dalla casa di riposo e attraversare la strada agilmente. Magari sulle strisce pedonali. Magari sperando che un tassista arrabbiato non cerchi di investirci per l’ennesima volta su Via della Conservazione.

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