Hacker di casa nostra

Vent’anni fa, ai tempi dei primi PC casalinghi, quando qualcosa sembrava andare storto l’esperto giungeva al capezzale della nostra macchina e diceva: “Avrai preso un virus”. Oggi quando qualcosa nel mondo va storto i media titolano a nove colonne: “Sono stati gli hacker russi”.
Ieri i primi virus informatici erano argomento di discussione per appassionati ed hobbisti, oggi gli hacker russi sono un tema diventato improvvisamente popolare, scivolato dalle prime pagine dei telegiornali direttamente dentro la discussione pubblica.

In simili parole si riconosce lo yin e lo yang della tecnologia: le sue potenzialità infinite e l’enormità dei rischi che simili mutazioni concretizzano.
Per la maggioranza di noi, per molti di quelli che ne leggono e anche per la gran parte di quelli che ne scrivono, la tecnologia assomiglia un po’ alla religione. La si sposa o la si osteggia per ragioni di fede. Per tutti la tecnologia rappresenta l’impossibilità di scindere con la nettezza di cui avremmo bisogno il buono dal cattivo.
Gli hacker russi diventano quindi una metafora adatta ai tempi: sono soggetti indefiniti, capaci di influenzare qualsiasi cosa, dal funzionamento di una centrale nucleare in Giappone alle elezioni del presidente americano; lo sono anche per la loro caratteristica forse più spaventosa, quella di guardiani di un linguaggio esoterico, sconosciuto ai più: formule magiche che, nel tempo, hanno iniziato ad aprire qualsiasi porta.

Gli hacker russi, o quelli cinesi, i ragazzini scapestrati chiusi nelle loro stanzette nel midwest americano  o la versione “paglia e fieno” italica dei fratelli Occhionero in onda sui nostri media in questi giorni, ma anche gli altri hacker, quelli non così nettamente delineati  come “evil”,  per esempio quelli che scrivono piattaforme sociali come Facebook o che compilano il codice per le nostre ricerche o i nostri acquisti online come quelli di Google o Amazon, sono tutti, buoni e cattivi, riuniti dentro questo nostro gigantesco complesso di inferiorità che riguarda appunto il linguaggio. Il mondo odierno compilato in una lingua che loro sanno parlare e noi no.

Nei paesi più pragmatici del nostro quando ci si è accorti che un simile esperanto era destinato a modificare le sorti del pianeta semplicemente ci si è adattati. Il coding è così diventato in molte parti del mondo uno dei punti centrali della didattica. Lo è diventato – giusto o sbagliato che sia – non per scelta intellettuale ma per ragioni di forza maggiore. Dove invece l’accademia ha continuato ad accarezzare sé stessa il problema nemmeno si è posto.
Se dieci righe di testo scritte qui ed ora spengono una centrale elettrica nell’Iowa o mettono a terra una intera flotta di voli commerciali forse – ha pensato qualcuno – sarà il caso di occuparcene. Da noi un simile percorso che altri hanno intrapreso oltre un decennio fa, sta compiendo ora i suoi primi passi.

Così è inevitabile che sui nostri media prevalga il racconto esoterico della tecnologia che tutto può e che come tale è destinata a distruggere tutto. Moriremo per troppa tecnologia: non passa giorno senza che qualche autorevolissimo oracolo ce lo spieghi per filo e per segno. E una simile previsione vale comunque, anche quando, come nei casi recenti nelle cronache italiane di questi giorni, i “cattivi” sono personaggi al limite della commedia, contemporaneamente fuori da ogni canone estetico dell’hacker ma invece prevedibilmente iscritti dentro la retorica del maneggione nostrano, tutto relazioni (massoneria, politica) e poca saggezza tecnologica (il malware acquistato online, tracce digitali lasciate ovunque, ecc.).

Così il racconto drammatizzante della tecnologia che può tutto, oltre che essere spesso sopravvalutato (in molti casi le notizie strillate sui giornali diventano rapidamente “notizie che non lo erano” per manifesta impossibilità tecnica, perché la tecnologia può sempre infinitamente meno di quello che ci farebbero immaginare i nostri incubi) è anche facilmente leggibile come una resa preventiva: la risposta umorale e preoccupata di un Paese che teme la tecnologia molto prima che affrontarla con la concretezza che meriterebbe.

Mentre gli hacker russi, quelli americani o quelli asiatici, restano nel limbo del non detto e del non immaginato, vengono da noi ricondotti a forza dentro i canoni dell’estetica giovanile del ragazzo in scarpe da ginnastica con la sindrome di Asperger o in quella meno poetica del combattente digitale contro le dittature del pianeta (da Assange a Snowden passando per tutti i testi moralisti dell’etica hacker), o in quella ancor meno consolatoria del genio del computer allevato dentro le strutture fisiche del potere (da NSA ai 30mila dipendenti del firewall cinese), l’hacker italiano, che spia politici e imprenditori, ma che soprattutto spia i massoni concorrenti alla ricerca di informazioni che lo avvantaggino nella scalata sociale, ne è una variante inedita e tutto sommato consolatoria. Quella usuale e gattopardesca di un Paese nel quale in fondo niente cambia e nel quale gli strumenti digitali continuano ad avere il ruolo marginale che meritano. Quando finalmente il formidabile malware dà segno di sé lo fa non per cambiare il mondo (in meglio o in peggio) ma solo per garantire passaggi rapidi verso i piani alti di questa o quella consorteria.

p.s. il termine “hacker” non è stato ingiustamente violentato in questo testo come sicuramente qualcuno di voi avrà pensato. Semplicemente ho dichiarato da tempo persa la battaglia linguistica che lo difendeva dalla più esatta definizione di “cracker” che certamente in questi contesti sarebbe più adatta.

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