A non meravigliarsi più di niente

Nei giorni scorsi è circolata molto in rete questa foto. Secondo Gary Pikovsky che l’ha twittata quella foto non ha bisogno di commenti. Invece – guarda un po’ – è vero il contrario.

 

La foto mostra un gruppo di adolescenti, molto probabilmente una scolaresca in gita, nella stanza del Rijksmuseum ad Amsterdam di fronte a “La ronda di notte” di Rembrandt. E fin qui. I ragazzi – con il celebre quadro sullo sfondo – stanno tutti, contemporaneamente osservando gli schermi dei loro cellulari (o di qualcosa di simile). Nessuno guarda il dipinto, tutti se ne stanno a capo chino con gli occhi fissi sui loro piccoli malefici aggeggi.

Vi viene in mente una maniera più efficace per descrivere la povertà dei tempi moderni? Il loro abisso, la perdita di ogni punto di riferimento, il disinteresse verso la cultura classica, l’eterno riferirsi ad un presente che ci rimbecillisce (come scrive tra l’altro Daniela Monti nel solito pezzo millenaristico strappacore sul Corriere di ieri)?

No, una maniera migliore non c’è, e non c’è per due ragioni. La prima è quella – ovvia – che se ci interessa sostenere la tesi della stupidità del nostro essere eternamente connessi (ed eternamente dediti di giorno e di notte a stupidaggini irrilevanti) quella foto è perfetta. Anzi sono abbastanza sicuro che la vedremo circolare nei prossimi dieci anni con discreta frequenza perché il non detto che trasmette è di primo acchito chiaro e lampante. Piuttosto che comprendere la grandezza di Rembrandt i giovani virgulti preferiscono dare conferma alle fosche previsioni di “malattia generazionale” sostenute da Umberto Eco, l’umanità avviata all’autodistruzione dentro un gorgo di superficialità che infine ci ucciderà tutti.

La seconda ragione è che, molto probabilmente quella foto non è quello che sembra e anzi la lettura superficiale che siamo portati a darne è a sua volta un segno interessante di quanto siano vasti e automatici i pregiudizi che riserviamo al mondo che cambia. Eppure si tratta di un automatismo che basterebbe un attimo per disinnescare.

Perché tutti i ragazzi guardano tutti nei piccoli schermi che hanno fra le mani? Perché con ogni probabilità su quegli schermi stanno leggendo informazioni sul quadro che hanno appena visto; perché verosimilmente l’insegnante o l’accompagnatore ha appena chiesto loro di farlo (e questo spiega la contemporaneità dei comportamenti), perché – oltretutto – non è pensabile che una scolaresca o un gruppo di adolescenti in una grande museo europeo faccia mediamente qualcosa di troppo differente dall’occuparsi seriamente della visita (chiunque abbia familiarità con i grandi musei del mondo sa che è così). Perché del resto il Museo stesso offre – guarda caso – una app da utilizzare per approfondire le informazioni sulle opere.

Non è strano che un numero così ampio di indizi vengano ignorati e che la foto sia usata per sostenere l’esatto contrario di quello che con ogni probabilità mostra. E non solo non è strano ma è anche molto significativo, perché molta della critica più o meno colta che siamo soliti leggere all’utilizzo delle nuove tecnologia origina da questo vizio di partenza. Quello di sospettare tutto il peggio delle cose che non conosciamo. O di quelle che un giorno, dentro i nefasti labirinti della nostra età adulta, abbiamo osservato e sperimentato senza riuscire a capirle. Perché come scriveva Natalia Ginzburg nel suo saggio “La vecchiaia”, che io cito sempre come fosse Vangelo, eravamo troppo impegnati “a non meravigliarci più di niente”.

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