Wifi obbligatorio: nuove forme di divario digitale

In Italia esistono oggi due forme differenti ed opposte di divario digitale. Ne esiste una, la più nota ed evidente, che semplicemente prescinde dai temi dell’innovazione: li archivia come non interessanti o pericolosi, sceglie il certo per l’incerto, sottolinea i rischi e ignora tutto il resto. È quello che normalmente definiamo il divario culturale, il più insidioso e inscalfibile, quello che di fatto condanna il nostro Paese ad una arretratezza senza speranza.

Ma esiste anche un’altra forma di divario digitale culturale, di dimensioni certamente minori, ma non per questo meno evidente ed interessante. È una arretratezza di segno esattamente opposto: pensandoci meglio ne è il completamento inevitabile. In un Paese nel quale un cittadino su due rifiuta Internet esistono e danno segno di sè le sparute legioni di quelli che mitizzano Internet e la circondano con una corona di luminosa santità. E non è che questi soggetti siano meno superficiali o ideologici dei primi. Sono i marziani dei diritti, quelli che pensano che attraverso la bandiera delle prerogative digitali dei cittadini si possano risolvere tutti i problemi.

In questo gruppo vanno compresi – mi pare – i firmatari di una proposta di legge di alcuni parlamentari del PD che, raccontano le cronache, sarebbe stata rapidamente sottoscritta da un centinaio di altri onorevoli. Nelle intenzioni di questo progetto ci sarebbe l’idea di rendere il wifi obbligatorio e gratuito negli esercizi commerciali ed in altri luoghi pubblici e privati. Ecco una bozza del primo comma dell’art 1:

Entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge, al fine di facilitare l’accesso alla rete internet, tutti gli esercizi commerciali, le associazioni culturali aperte al pubblico, i taxi, gli esercenti attività di noleggio con conducente, i bus privati, i treni e gli aerei registrati in Italia hanno l’obbligo di dotarsi di collegamento alla rete internet e renderla disponibile tramite tecnologia wireless basata sulle specifiche dello standard IEEE 802.11 (wifi), consentendo l’accesso a tutti a titolo gratuito e senza necessità di utilizzare credenziali di accesso e password.

Una delle questioni irrisolte della internet italiana è quella della frequente e spesso intenzionale confusione fra gratuità e libertà. E poiché a questo cortocircuito logico ho dedicato un intero capitolo del libretto che ho pubblicato recentemente, corro il rischio di annoiarvi tutti citandone un breve passaggio che ha molte attinenze con la notizia di oggi:

Quindi se sei un albergatore o McDonald’s potrai decidere di offrire l’accesso a internet come servizio aggiuntivo alla tua clientela, se sei Bongo Wireless potrai creare un’azienda che mette gli hotspot negli aeroporti e altrove e si fa pagare il servizio. Da noi invece free significa sempre gratis, pagato da qualcun altro, oppure pagato da nessuno, come nei nostri sogni più lieti e nei panegirici dei nostri politici. Così nell’arco di un decennio una semplice modalità di collegamento a Internet come il wi-fi è passata in Italia da vietata per legge a gratuita per legge: nel resto dei paesi normali è sempre stata placidamente free. Abbiamo molto bisogno di una rete internet libera, soprattutto in Italia: tuttavia, se vogliamo mantenerla tale, nella maggioranza dei casi non potrà essere gratuita nè potrà essere pagata sottobanco in vece nostra dai nostri stessi controllori.”

Cosi nell’euforica proposta di legge in questione (il cui testo non è ancora disponibile sul sito della Camera ma può essere rintracciato in rete qui) non è chiaro chi si assuma i costi del servizio (la sensazione è che gli estensori pensino che una volta acquistati router ed hotspot il grosso sia fatto), non si capisce come lo Stato possa imporre ad aziende private di offrire un servizio di connessione a Internet gratuitamente alla propria clientela, non si capisce nemmeno se la duplicazione dei servizi di accesso in un contesto nel quale le connessioni di bassa qualità costano ormai pochissimo sia sostenibile in nome di presunti diritti dei cittadini.

La mitizzazione dei wifi gratuito ha creato in questi anni danni considerevoli a tutti noi: sembra di capire che un simile campo di distorsione della realtà voglia continuare a dar segno di sè. Se escludiamo il tema dell’offerta di connettività per i turisti, che è un tema rilevante e da considerare e se escludiamo per sovrapprezzo anche la opportunità di ridurre il digital divide offrendo accesso negli edifici dell’amministrazione, nelle biblioteche, nei musei e forse nelle corsie degli ospedali (che fanno storia a se in quanto luoghi di un ulteriore divario geografico ben evidente) tutto il resto, in particolare eventuali imposizione all’imprenditoria privata, per dirla con un eufemismo tranchant, sono sciocchezze demagogiche. La politica utilizza simili proposte per raccontare la propria presunta modernità (in realtà è vero l’esatto contrario), illude i cittadini di avvolgerli con ulteriori servizi gratuiti che ovviamente gratuiti non sono e che, nelle rare evenienze in cui vengono messi a regime e poi valutati nel loro impatto, raccontano quasi sempre di soldi della collettività spesi male a fronte di servizi modestissimi.

Ma tutto questo ai retori dei diritti digitali non interessa, come non li interessa che gli spazi che le reti pubbliche ovunque nel mondo si sono in questi anni ricavati sono, come sempre è accaduto nella storia di Internet, spazi nei quali i diritti sono legati all’infrastruttura, non alle modalità di accesso né tantomeno a ridicole imposizione statali con un retrogusto vagamente ricattatorio.
Se la politica vuole davvero ampliare i diritti digitali dei cittadini si adoperi per mantenere la rete neutrale e il più libera possibile. Libera non significa gratuita, magari se lo ripetiamo mille volte alla fine qualcuno capirà.

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