Il senso del PD per il digitale

Il Partito Democratico ha un problema grosso come una casa con il digitale. Non da oggi, si tratta di una situazione consolidata che viene dal passato, che affonda le radici nell’insipienza dei DS e dei vecchi democristiani nei confronti della politica delle reti.

Una storia vecchia che, per chi la conosce, parte dalla approvazione della legge sull’editoria del 2001, passa per la totale assenza dei temi dell’innovazione nei programmi politici del centro sinistra in almeno tre tornate elettorali, attraversa il pessimo mandato di Paolo Gentiloni come Ministro delle Comunicazioni e arriva fino ai giorni nostri.

Nulla è cambiato in questi anni da quelle parti: i temi dell’innovazione sono stati trattati come piccole bandiere di modernità ma non sono mai riusciti a superare generiche dichiarazioni di intenti. Nel frattempo, sullo sfondo, il centro sinistra su simili temi si è mostrato, nei fatti, identico al centro destra. Lo è tutt’ora in uno strano mix nel quale è molto difficile distinguere l’incompetenza dalla malafede. Volendo essere gentili dovremo dire che le scelte di campo del PD attuale sui temi rilevanti del digitale sono scelte isolate ed incompetenti: si veda al riguardo l’imbarazzante offensiva di Francesco Boccia sulla cosiddetta google tax.

Il PD non ha voluto in questi anni fare la scelta di campo che i suoi elettori probabilmente si attendevano: fra la tutela delle lobbies dell’industria dell’informazione e dei contenuti e gli interessi dei cittadini ha scelto di schierarsi ogni volta con i primi.

Così ieri il sottosegretario all’editoria Legnini in occasione della furtiva approvazione del regolamento Agcom sul diritto d’autore in rete ha prodotto questo tweet:

 

Anche qui dobbiamo navigare a vista fra due possibilità: o Legnini non sa di cosa parla ed ha avallato con sintetica brevità il blitz dell’Autorità incurante di ogni critica e perplessità di cittadini associazioni ed esperti, oppure il sottosegretario è semplicemente solidale con la fitta rete di interessi economici che avvolgono il diritto d’autore in Italia. Quella che sostiene la SIAE, che aumenta l’equo compenso, che scrive norme assurde populiste ed inapplicabili come quella degli emendamenti di Boccia alla legge di stabilità. Non è nemmeno chiaro se il punto di vista su Twitter del sottosegretario sia espresso a titolo personale (glielo ho domandato ma Legnini per ora non ha ritenuto di rispondermi) o rispecchi quello del suo partito. Io immagino che la risposta giusta sia la prima, per la semplice ragione che il PD su temi del genere un parere univoco argomentato e chiaro, come sempre, non è in grado di esprimerlo.

Agcom ha approvato in fretta il regolamento, che è una trappola normativa inventata da Paolo Romani e sostenuta dai rappresentanti berlusconiani in Agcom e dal precedente Presidente Calabrò, per sottrarre alla magistratura il controllo sui temi della legalità dei contenuti in rete. Da un decennio del resto le major dell’intrattenimento e del software premono perché siano saltate la garanzie di legge a tutela dei cittadini in modo che i propri interessi siano più efficacemente tutelati. Il PD ha un punto di vista al riguardo? Non sembrerebbe.

La fretta di Agcom era talmente tanta che nemmeno hanno ritenuto di attendere l’insediamento dell’unico commissario in quota PD, Antonio Nicita al posto del dimissionario Decina. Si tratta di una sgarbo bello e buono che però non dovrebbe meravigliarci. Lo sgarbo di Cardani a Nicita non è nulla rispetto a quello che l’Autorità ha fatto a noi cittadini ma è ugualmente sintomatico di una pressione molto forte. Nicita del resto se anche si fosse opposto, come fece in passato eroicamente Nicola D’angelo, avrebbe semplicemente impedito ad Agcom di annunciare l’unanimità di una decisione comunque scontata. Un professore della Bocconi messo a capo di Agcom da Mario Monti, un pubblicitario berlusconiano, un economista democristiano vicino a Brunetta e Tajani ed un oscuro funzionario in quota UDC sono del resto l’unanimità che ha prodotto il regolamento sul diritto d’autore e questo è avvenuto anche perché il PD esprime nomi per le poltrone ma non ha una posizione politica sul digitale. Oppure ce l’ha, ma per ovvie ragioni si vergogna a farcela sapere.

Io spero che il regolamento Agcom, che prevedibilmente sarò bloccato dal TAR del Lazio, sia l’ultimo colpo di coda di un berlusconismo strisciante che ha in questi ultimi 15 anni invaso ed intossicato ogni centro di potere. Spesso questo è avvenuto con l’imbarazzante vicinanza ideale del centro sinistra, una vicinanza spesso giocata sulla mancanza di una chiara linea politica sui temi della politica delle reti. Sul formidabile egocentrismo di alcuni, sulla superba incompetenza di altri.

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