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I guai di Bersani con il web

30 agosto 2012

Dovessi riassumere in due parole direi che quello che non funziona nella comunicazione sul web di Pierluigi Bersani è quasi tutto. Il segretario del PD non fa molto per nascondere la propria allergia per le complessità e le forme oscure della comunicazione sul web: il suo ultimo invito urlato a Grillo e Di Pietro ad uscire dalla rete per poter iniziare un duello ad armi pari nella piazza del Paese, ne è stata forse la dimostrazione più chiara ma non l’unica.

Purtroppo la voce in rete del segretario del PD è sempre la stessa, prevista e prevedibile: qualsiasi cosa scriva, su Facebook o su Twitter, la plastica finisce per sormontare il resto. Il valore sentimentale e umano che chiunque in rete può produrre e che ciascun lettore può percepire con facilità, a me pare manchi del tutto. Le parole di Pierluigi, quando non sono quelle dello staff che annuncia la lieta novella della partecipazione del segretario ad un talk show su Rai 1, sono le stesse che possiamo ascoltare al telegiornale o nel comizio di paese. Ne comprendono la sintassi e la grammatica (quasi sempre) ma non si adattano al luogo in cui vengono pronunciate.

Mentre sto scrivendo – lo so il paragone è improponibile- Obama sta rispondendo alle domande dei cittadini americani su Reddit. Dal suo computer personale, con il suo mouse. E con le sue parole adatte per la rete, modi e toni che si imparano e si affinano conoscendola e utilizzandola.

Che il segretario del maggiore partito riformista italiano subisca invece Internet in maniera così evidente è un limite, non solo comunicativo ma anche politico. E il giochetto difensivo di indicare le nefandezze di toni e linguaggi di Beppe Grillo, che certamente esistono e sono molto rilevanti (e con essi più o meno velatamente accennando a tutto quello che non va in rete), è solo una maniera per spostare da sé agli altri il fuoco del problema. Se il PD avesse in questi anni avuto cura dei propri elettori in rete, creando pazientemente relazioni e dialogo e non web TV repliche in sedicesimi dell’occupazione televisiva, forse, con molta fatica e dedizione, qualcosa sarebbe potuto accadere. Ora sembra francamente un po’ tardi e l’invito del segretario ad una pacata discussione sui linguaggi fascisti sul web ha raccolto sul suo sito – come è logico che sia – una decina di commenti in tutto. Se Bersani non fosse un neofita obbligato e avesse utilizzato costantemente i propri spazi di rete per dialogare con i propri elettori, le cose sarebbero andate diversamente.

Certo, ad osservare i due principali successi comunicativi del web politico italiano degli ultimi anni, il grillismo e Il Fatto Quotidiano, che sono due fenomeni differenti ma in qualche misura complementari, verrebbe da domandarsi se davvero ragionamento, confronto e crescita politica possano soppiantare le peggiori dinamiche di rete: complottismi, toni enfatici, linguaggi aggressivi sono parte integrante di simili successi di pubblico sul web, e chissà come mai i professionisti del giornalismo urlato di destra non hanno scelto pure loro di scendere in rete con la propria potenza di fuoco, a ravvivare ulteriormente l’immenso casino. Sono abbastanza sicuro che un proprio folto pubblico lo avrebbero subito trovato.

Tornando a Bersani, al quale ovviamente nessuno può imporre afflati digitali che non ha, è piuttosto evidente che il confronto politico in rete con Grillo non lo si potrà fare con i toni di Grillo (che paradossalmente ha trovato in rete un ambiente perfetto per la propria essenza comunicativa a senso unico e che si è allenato negli anni nella difficile arte del perfetto trolling a distanza di chiunque) e non sarà possibile nemmeno continuare a cullarsi in una retorica delle piazze come luogo in cui le cose accadono “per davvero”, estendendo magari il concetto ai salotti TV compiacenti o alle pagine dei giornali amici che, nella logica politica di Bersani e di molti altri, sono gli ambiti deputati alla comunicazione politica.

Proprio perché non è più così e anzi sia i giornali che le TV sono oggi avviluppate in un cortocircuito senza fine di richiami e citazioni che giungono spesso da internet, il destino di un leader senza rete rischia di essere assai complicato: non tanto e non solo per l’audience politica che lentamente si sposta verso la rete (specie, in Italia, verso Facebook) quanto perché la comunicazione di rete è in grado oggi di orientare l’agenda delle discussioni politiche che avvengono poi altrove. Nulla di tutto questo può essere spostato senza danni nel salotto televisivo di Bruno Vespa.

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  • mastrox

    Non c’è una singola virgola che non condivido in questo post. Mante, continua così!

  • jackg

    mi associo: righe di puro buon senso, niente da dire

  • riccardorinaldi

    Questa discussione è vecchia di almeno un paio d’anni, quando la parola d’ordine era sconfiggere Berlusconi e il berlusconismo.
    Ora questo problema è semplicemente inesistente di fronte agli altri mille problemi che Bersani e il suo Pd hanno. Il problema di Bersani non è come comunicare, ma cosa comunicare.
    Anzi, se un merito si può dare a Bersani è quello di non essere caduto nel vizio del personalismo, della “leaderizzazione” del partito (operazione tra l’altro impossibile in un organismo così eterogeneo come il Pd), a partire dalla scelta di non applicare il suo nome al simbolo fino proprio al suo modo di comunicare che è rimasto da “vecchia scuola”: aperto, dialogante, pacato, ovvero, l’esatto contrario del paradigma affermatosi su internet, sicuramente su quello italiano.
    La questione fondamentale è un’altra: se anche sapesse usare facebook, o twitter, cosa dovrebbe postare, o twittare? Aprirebbe un’interessantissima discussione sulla democrazia del web? O sui vizi virtù del giornalismo web 2.0? Wireless e digital divide? Oppure dovrebbe parlare di quello di cui non sta parlando, almeno mai con parole chiare: programmi di politica finanziaria, questioni etiche, collocazione del partito sull’asse destra-sinistra, europa, post-Monti…
    Finché non avrà nulla da dire su questi temi Bersani può anche parlare tutte le lingue del mondo, ma nessuno lo capirebbe lo stesso.
    Basti guardare un altro alfiere di internet, sicuramente più responsabilizzato di Grillo: Vendola. Sa usare sicuramente tutti gli strumenti di cui sopra, e li ha saputi sfruttare in alcuni momenti in cui poteva prendere un posizione seria: ora, che si trova in un ondeggiare tra alleanze, riforme elettorali possibili e avvenire incerto tutta la sua retorica web rimane tale, e assolutamente sterile.

  • cafonauta

    Ottimo post di Mante che condivido al 100%.

    RiccardoRinaldi ha pero’ evidenziato l’altro lato del problema completando l’analisi di Mante. L’esempio di Vendola è azzeccatissimo.

  • cargold

    Alla fine, ciò che conta, è dire ciò che la gente vuole sentirsi dire.
    Il paradigma è: Qualche populismo, qualche idea demagoga giusto per tenere alto il fuoco della vendetta contro la Casta e il gioco è fatto.

    Ma la politica è ben diversa, e il confronto, anche sul web, non dovrebbe mai prescindere dal dire la verità (anche cruda) piuttosto che qualche linea demagogica, senza peraltro indicare le modalità di attuazione una volta se ne avesse l’opportunità di farla diventare REALE.

    Quindi sinceramente aspetterei…altrimenti la fine è l’obbrobbio e l’immobilismo sociale/politico/economico che sta vivendo Parma…e un Paese intero in quella condizione sarebbe ben peggiore dell’attuale.

  • algernon2

    troppo giusto.

  • lucac

    Abbastanza condivisibile.
    Resta il fatto però che in Italia il web sposta una percentuale ridicola di voti.
    Dal punto di vista elettorale è quindi abbastanza irrilevante che Bersani o chiunque altro abbiano dimestichezza con il web. (il controesempio di Grillo non regge: quello è famoso per la TV mica per il blog)

  • biagio

    Perfettamente d’accordo con Riccardorinaldi.
    Diceva (pare) Catone il Censore: “Rem tene, verba sequentur”.
    Se sai cosa dire, il modo lo trovi, in tv, sui giornali, sul web.
    Ma il problema, appunto, è sapere che cosa dire, non come.

  • Pingback: Grillo: Bersani, "pirla" chi mi definisce nemico della rete – AGI – Agenzia Giornalistica Italia | Sindacato UNSIAU

  • ellebis

    Vendola usa sì gli strumenti web ma non li sa usare, a differenza, chessò, di Renzi.
    Un esempio di successo comunicativo in rete è sicuramente Pisapia in campagna elettorale, dovrebbe essere quello il modello.