Massimo Cirri http://www.ilpost.it/massimocirri Da venticinque anni divide le giornate in tre: psicologo al mattino; conduttore radiofonico (Radio Popolare, poi a Radio2 Rai con Caterpillar) al pomeriggio. La sera, spesso, è impegnato come autore teatrale. Sun, 12 Feb 2012 01:27:50 +0000 en hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.1.1 Niente cani sulle auto a noleggio http://www.ilpost.it/massimocirri/2012/02/12/niente-cani-sulle-auto-a-noleggio/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2012/02/12/niente-cani-sulle-auto-a-noleggio/#comments Sun, 12 Feb 2012 01:27:50 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=48 Continua...]]]> Stiamo andando a prendere il cane. L’allevamento è un bel po’ fuori Milano e ho dovuto noleggiare un’auto. Da un anno esatto non abbiamo più la macchina: quando si è rotta – non aveva ancora 14 anni e 297mila chilometri, ed è terribile vedere una vita che si spegne così giovane al casello di Melegnano – ho sofferto troppo. Qualche giorno dopo sono andato a seppellirla a Lodi, perché da lì veniva il carro attrezzi, e, straziato nella carne, mi son detto: “Mai più”. Così basta auto di proprietà, proviamo a vedere com’è senza. Con l’idea che se abiti in città si può fare. Combatto contro lo scetticismo argomentato della consorte. Tengo duro e vinco. E’ vero, Si può fare. Come il film con Bisio sui matti che lavorano e si riscattano dalla violenza del manicomio. Noi, semplicemente, siamo abbonati al car sharing e quando c’è da fare un viaggio più lungo noleggiamo una macchina. Ma quella contro l’ospedale psichiatrico e la schiavitù dell’auto di proprietà è la stessa identica battaglia di civiltà.

Oggi, mentre aspetto la consegna, l’impiegato mi racconta che c’è una crisi spaventosa e l’agenzia chiude la domenica perché in un’intera giornata se va bene si fanno due o tre noleggi. Quindi, chiedo io, domani che è domenica devo andare a riconsegnarla in un’altro posto invece di questo che è così comodo, sotto casa? Deve andare a Linate, dice lui, perché è l’unica agenzia aperta di domenica. O alla Malpensa. Comodo, penso io, e lo addebito al cane, che ancora non c’è ma già mi cambia la vita in peggio. Come previsto. Non dico nulla al noleggiatore della bestia imminente. Mi espongo con un “Con questo freddo”, tanto per fare conversazione. Lui ne conviene e mi racconta che ieri ha noleggiato un 500 a un russo che gli ha detto “Ma che freddo fa qui da voi in Italia”. E aveva un colbacco di pelo. Io, sarà il pensiero del pelo, ho un’atroce via di mezzo tra dubbio e intuizione. E alloro chiedo, con una nonchalance che barcolla: “Ma, scusi, curiosità, se uno avesse un cane, si potrebbe portarlo sulle vostre macchine?”. Lui dice di no, assolutamente. Niente cani sulle auto a noleggio. Non lo so che per portare il cane c’è bisogno di una rete divisoria? Sennò è pericoloso. Lo dice il codice della strada. Giusto, dico io, e vacillo. Mi salva l’arrivo dell’auto. “Poi ci sarebbe anche da ripulirle da tutto il pelo che lasciano i cani”, dice lui. Vero, dico io e vado. Arrivo a casa. “Tra dieci minuti partiamo”, dice mia moglie. “Babbo, andiamo a prendere il cane, dice la bambina, questo è il più bel giorno della mia vita”. Poi aggiunge “Per adesso”. Non sto neanche a pensare cosa avrà voluto dire. Devo guardare una cosa sul computer. Controllo sul sito del Car Sharing Milano. Sezione domande e risposte. Domanda: “E’ possibile trasportare animali?” Risposta: “No, il Regolamento lo vieta espressamente”.

Medito sul perché ho da sempre questa impressione che un cane muterà in peggio la qualità della mia vita. Ho l’intuizione: perché un cane limita la libertà. Sono quasi fiero della mia lucida analisi. Per mesi associavo alla parola “cane” un disagio diffuso ma indistinto. Ora invece so perché. Dico alla famiglia che li aspetto giù in macchina. Scendo e compro Quattroruote. Poi si parte.

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In peggio http://www.ilpost.it/massimocirri/2012/02/10/in-peggio/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2012/02/10/in-peggio/#comments Fri, 10 Feb 2012 21:52:37 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=44 Continua...]]]> Domani, anche se nevica, andiamo a prendere un cane. Partiamo alle 14 perché dobbiamo essere all’allevamento alle 15,30. Io sono già nervoso perché la signora dell’allevamento ha detto al telefono, a mia moglie, che il cucciolo sarebbe meglio pagarlo in contanti. Poi sono nervoso perché prevedo che con il cane la qualità della mia vita avrà a peggiorare. Non so perché, di preciso, ma lo so. Da anni attraverso i giardinetti sotto casa per andare a far colazione al bar e ci vedo, in quel recinto fangoso senza erba, figure grigie raggruppate intorno a cani scalpitanti. Li ho sempre guardati con disprezzo, più i padroni che i cani. Niente di personale, ci mancherebbe, semplicemente un astio senza motivo. Da domani sarò come loro.

Mi chiedo com’è cominciata. Temo con un libro. È vero che i libri ti cambiano la vita. In peggio. Si intitolava Cani. Guida illustrata a oltre 300 razze di cani di tutto il mondo. Autore David Alberton. Nessuno lo aveva comperato, questo è sicuro. Semplicemente un giorno era nel soggiorno di casa mentre il giorno prima non c’era. Questo è certo. Un’indagine svolta successivamente, quando era già successo tutto, con un’accurata analisi della scena del crimine, ha appurato – è scritto a pagina in basso, accanto a una cucciolata a pelo raso – che Cani poteva essere venduto esclusivamente in abbinamento a Il Resto del Carlino, Il Giorno o La Nazione. Quotidiani forse rispettabili, ma mai acquistati. Allora perché Cani si è manifestato a domicilio? Poi è scomparso di colpo, così come era arrivato. Nessuno ci ha fatto caso. Solo dopo si è capito che se ne era impossessata Giulia, 11 anni e mezzo al momento del fatto. A 12 e qualche mese era già troppo tardi. La minore lo aveva completamente assorbito. Sapeva tutto sui cani. Distingueva tra il cane della Serra di Estrela – mole imponente e abbaiata impressionante – e il Rafiero do Alentaio, cane dal corpo possente non dissimile dal San Bernardo. E quel sapere non lo teneva per sé. Lo raccontava a tutti. Mai più di venti volte al giorno, per carità, ma tutti i giorni. Era dura, ma la si poteva ancora sfangare. Poi la ragazza ha investito la vaghezza settimanale per comprare una altro libro. Uno di famiglia. Per una vita ricca di soddisfazioni con il vostro cane. Autori – che dio li maledica – Cesar Millan e Melissa Peltier. Editore Salani. Maledizioni anche a lui. Per lei sono stati “I 15 euro meglio spesi della mia vita”. Per noi, il resto della famiglia, l’inizio della fine.

Perché poi ha cominciato a chiederlo. “Prendiamo un cane?” Lo ha fatto per un anno, educatamente, le va riconosciuto, e mai per più di trecento volte al giorno. Sulla sua determinazione si sono infrante le articolate argomentazioni della famiglia: stiamo in un appartamento, siamo in città, siamo sempre fuori, il cane starebbe ore da solo e diventa scemo, il cane perde il pelo, il cane bisogna portarlo fuori anche se piove, e quando andiamo in vacanza il cane dove lo lasci, e non che poi cresci e ti trovi un fidanzato e del cane te ne freghi e lui ci soffre, eccetera, eccetera, eccetera.
Io ho anche provato a metterla giù dura. Per sancire il valore ultimo dell’autorità paterna. “Prendiamo un cane?” “No”. “Perché?” “Perché no”.

Non è servito. Alla fine abbiamo ceduto. Per sfinimento, per ammirazione di tanta determinazione, per poterci dire che per i figli abbiamo fatto anche questo, perché non l’abbiamo mai vista desiderare qualcosa con tanta costanza. Per tutti i libri sui cani che ha letto dopo. E ne ha letti molti.
Così domani andiamo a prendere il cane. Si chiamerà Raska o Zam, questo non è ancora deciso. C’è ancora tempo. Ma la mia vita cambierà. Per colpa di un libro. In peggio. Coraggio.

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Siamo seduti sopra una bomba ad orologeria http://www.ilpost.it/massimocirri/2011/11/12/siamo-seduti-sopra-una-bomba-ad-orologeria/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2011/11/12/siamo-seduti-sopra-una-bomba-ad-orologeria/#comments Sat, 12 Nov 2011 19:12:35 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=36 Continua...]]]> Ma forse possiamo ancora farcela.
Ieri il Senato ha approvato la legge di stabilità. Senza neanche leggerla. Oggi, anche se è sabato, la Camera ha approvato la legge di stabilità.
Oggi il Presidente del consiglio uscente sale al Quirinale per rimettere le dimissioni. Lui sale piano piano. Se la prende comoda. Ma il popolo lo sprona “Dai muoviti, pedala”. Come al giro d’Italia. Perché questo può essere l’ultimo giro d’Italia.

Domani è domenica. È l’ultimo giorno perché lunedi riaprono le borse e noi, in una domenica, ci giochiamo tutto.

Il Presidente Napo apre le consultazioni. Presto, perché la giornata è lunga. Cominciamo alle 5, 5 e mezza. La signora Clio gestisce l’anticamera: “Un caffè? Un biscottino?”
Napo deve consultare:
- i Presidenti di Camera e Senato. 8 minuti in tutto.
- gli ex Presidenti della Repubblica. Osar Luigi e Carlo Azeglio. Sono solo in due. Botta di culo. 6 minuti. Vai.
- i gruppi parlamentari di Camera e Senato. Se il gruppo c’è sia alla Camera e al Senato è una consultazione solo. Altrimenti sono due.
Quindi Napo consulta:
Lega Nord
PDL
PD
IDV
FLI Camera
UDC Camera
Misto Camera
Popolo e territorio Camera. Popolo e territorio alla Camera è fatto da:
Noi sud
Libertà e autonomia
Popolari d’Italia domani (ma lui li consulta oggi)
I Responsabili (C’è Scilipoti e la signora Clio ha finito il caffè. Succede, peccato)
Azione Popolare
Alleanza di centro di Pionati
La Discussione di Moffa

Poi – che ore si sono fatte? – Napo deve consultare ancora:
Per Terzo Polo Senato (Api di Rutelli e Futuro e FLI)
Misto Senato
Coesione Nazionale-Io Sud-Forza del Sud Senato
Unione di Centro, Südtiroler Volksparte e Autonomie Senato. Autonomie Senato vuol dire:
Unione Valdôtaine,
Maie,
Verso Nord,
Movimento Repubblicani Europei, Partito Liberale Italiano, Partito Socialista Italiano.

Finiti i socialisti sono finite le consultazioni.
Sospiro di sollievo.
La signora Clio mette su un teglia di lasagne. “Così mangiamo qualcosa”. Napo dice “Non è meglio se stiamo leggeri?”

La signora Clio fa un toast.

Finite le consultazioni Napo chiama al Quirinale Mario Monti. Se Mario Monti ci resta di stucco e dice : “Io! Ma dai, che sorpresa!” non è l’uomo giusto per questo momento difficile.
Monti Sale al Quirinale.
La signora Clio gli chiede se vuole un piatto di lasagne. Napo dice “Clio, per favore!”
Monti accetta l’incarico con riserva e esce dal Quirinale.

Monti deve fare un giro di consultazioni. Non è obbligato a sentire tutti. Correttezza istituzionale vuole però che li senta tutti. Lui se ne frega e dice subito che non vuole sentire Scilipoti. Scilipoti ci rimane male e chiede un piatto di lasagne. La signora Clio dice che sono finite. Succede.
Napo dice a Monti che se vuole le consultazioni può farle al Quirinale che è più comodo.
Monti fa le consultazioni
Monti scioglie la riserva. Sono le 6e54 di lunedì mattina e la signora Clio sta mettendo su la 79esima Moka di caffè della seconda repubblica.
Monti presenta la lista di 12 Ministri. Sono le 7e40
Uno dei ministri solleva una qualche perplessità. Napo e Monti gli sparano. La signora Clio occulta il cadavere sotto un tappeto. Sono le 8.32
Monti giura nelle mani di Napo. Sono le 8.39
Il primo degli 11 ministri pronuncia la formula di rito:
“Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”. Sono le 8.44
Napo fa segno di stringere.
L’ultimo ministro giura come se avesse una crisi d’ansia. Sono le 8,59

Sono le 9. Aprono le borse. La signora Clio lava le tazzine. Scilipoti piange. Viva l’Italia

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Noi si beveva la spuma http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/11/03/noi-si-beveva-la-spuma/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/11/03/noi-si-beveva-la-spuma/#comments Wed, 03 Nov 2010 07:07:00 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=31 Continua...]]]> Ruby racconta l’apice della sua serata a casa Berlusconi: “Ci siamo spostati in un salotto dove lui ci ha raccontato la barzelletta del Bunga Bunga, bevendo Sanbitter. Glieli portavo io”.

Io invece ci sono rimasto male. Per il Sanbitter. Perché ho sempre creduto che la lussuria si abbeverasse d’altro: champagne dalle finissime bollicine, superalcolici di lusso, vini francesi e drink dai nomi esotici. Ma così son capace anch’io. Ma allora che trasgressione è? Dieci ragazze, Emilio Fede e Sanbitter a fiumi. Che tristezza. Che delusione. Dino, dammi un crodino.

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Chiedo aiuto alla Minetti? http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/10/31/chiedo-aiuto-alla-minetti/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/10/31/chiedo-aiuto-alla-minetti/#comments Sun, 31 Oct 2010 16:49:58 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=28 Continua...]]]> Vi capita un’emergenza. Un’emergenza piccola, niente di drammatico, non una questione di vita o di morte. Solo un inceppamento improvviso nel fluire delle cose quotidiane. Però avete bisogno di aiuto. E subito. A chi vi rivolgete? Ad una consigliera regionale? Alla vostra igienista dentale? Cercate vostra suocera? Un amico? Ma avete veri amici? Chiamate un amico potente? La Polizia? Un capo di gabinetto della Questura? Il portiere di casa? Luca Sofri che tanto non ha nulla da fare?
A chi chiedere aiuto?
Scrivetelo qui sul Post. Il primo gruppo di autoaiuto su chi chiamare quando si ha bisogno di aiuto.

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Il minigolf e il crollo del comunismo http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/07/28/il-minigolf-e-il-crollo-del-comunismo/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/07/28/il-minigolf-e-il-crollo-del-comunismo/#comments Wed, 28 Jul 2010 06:25:35 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=25 Continua...]]]> Ogni cosa ha il suo tempo e l’estate è il tempo giusto per il minigolf. D’altra parte avete mai visto qualcuno che gioca a minigolf in una sera piovosa di febbraio? Così in questa sera d’estate vi racconto il mio articolato rapporto con il minigolf.

È cambiato tutto un giorno di settembre del 1988. Poco dopo l’ora di pranzo. Fino ad allora ero, come la stragrande maggioranza degli umani, cieco sulla  verità del minigolf. Per me era “un gioco un po’ bizzarro e casuale dove il giocatore deve fronteggiare difficoltà caratterizzate da buffi ostacoli e strane piste sbattute lì, un po’ a caso, da chi ha realizzato il percorso”. Sono le parole che la FIGSP, Federazione Italiana Golf Su Pista, affiliata alla World Minigolf Sport Federation, WMF, ha scelto per descrivere l’ignoranza. Io avevo giocato nelle sere d’estate nella Riviera Romagnola, con i miei genitori e mio fratello, prima che tutto precipitasse e quella diventasse la Riviera del Peccato. Stavamo in pensione, la mattina c’era il rito della spiaggia, il pomeriggio la gita a San Marino o all’Italia in Miniatura. La sera era per la sala giochi – quante luci per noi che venivamo dalle notti buie della campagna – e il minigolf. La notte c’entra. L’ho capito studiando la storia sociale del minigolf sul sito della Federazione. Dopo il 1920 negli Stati Uniti – il minigolf è nato lì, potevano esserci dubbi? – è un fenomeno di massa: lo giocano le stelle del cinema e ci sono più di trentamila campi. Centocinquanta a New York, alcuni sulle terrazze dei grattacieli. È uno dei primi sport a potersi praticare anche di notte. Si gioca ad ogni ora: la sera, dopo il teatro, con gli impianti che chiudono alle 4 del mattino. Un pezzo di quell’eccitazion riviveva nelle nostre serate familiari nel minigolf di Cervia. Accanto alla sala giochi, perché il minigolf era l’estensione naturale della sala giochi. Un percorso tra i pini marittimi, delle specie di vialetti con dei muretti bassi ai lati, dai quale la pallina usciva solo se quando la colpivi eri fuori di cotenna come un broker cocainomane. E in quei tempi fortunati nessuno sapeva cosa fosse un broker. Tra il punto di partenza e l’obiettivo finale, la buca, c’era l’ostacolo da superare. Lì la fantasia del costruttore si esprimeva nei migliori esempi di arte lisergica degli anni ’70. C’erano castelli turriti, spirali stringenti, mulini a vento, cunette a tre gobbe, salti del fossato, tutti i monumenti nazionali e il ponte sullo stretto. Perché qualcuno aveva già intuito che il ponte sullo stretto era un affare. Ricordo barricate di Sette Nani, Biancanevi da attraversare e curve paraboliche con 3G di accelerazione lineare dalla quale la pallina usciva a velocità micidiale, più alta di quella impressa dal fiacco giocatore. Un mistero della fisica. C’erano anche grotte del diavolo, posti di blocco, ruscelletti e zone paludose con annesso Mastino di Baskerville in miniatura o in dimensioni reali. Si diceva di un impianto a Cesenatico in cui la pallina entrava nella bocca di un tunnel stretto stretto e usciva da una lì a fianco, ma attraversando la cucina del circolo pescatori sul Portocanale.
Davanti agli ostacoli più impegnativi il concorrente tentava e ritentava. Sempre meno determinato. Così si formavano lunghe code di altri giocatori in attesa che il malcapitato superasse lo scoglio. Per botta di fortuna o decisione del destino, raramente per capacità. Molti si stufavano e migravano oltre, verso la buca successiva: “Poi torniamo indietro e facciamo questa”.
C’era molta fortuna e poca abilità, almeno per come lo giocavamo noi. Il minigolf rappresentava quegli anni ’60, quando le cose sembravano poter andar bene per tanti in questo paese. Era un’estensione del flipper, una fotocopia ingrandita e distesa per terra. Tu ci potevi camminare dentro con la tua mazza, gli amici e la pallina d’ordinanza.
Quello che ti consegnava mazza, pallina e foglietto segnapunti stava in una casetta-ufficio che sembrava uscita dal condono edilizio di Hansel e Gretel. Ma aveva la faccia da persona normale, che stonava un po’ di fronte a quella palese violazione della normalità che era il minigolf. Passavo ore a chiedermi che mestiere facesse, nei mesi normali dell’anno, quello che in estate gestiva il minigolf. Perché sono sempre stato un bambino sensibile e tormentato. Anche per questo poi ho studiato psicologia. Il primo lavoro mi è capitato al servizio di salute mentale di Cusano Milanino. Hinterland di Milano ma zona di un certo tenore: lì a fianco del nostro sgangherato ambulatorio il Trapattoni stava restaurando la sua villa. In un intervallo di pranzo l’infermiere Armido ed io ci spingiamo per un panino fino a Paderno Dugnano. Una botta di vita. Sulla via del ritorno uno striscione ci avvisa che nel Minigolf Club di via Aldo Moro sono iniziati i Campionati Europei Assoluti. Di minigolf. “Non è possibile”, ci diciamo noi, “l’idea di Campionati Europei Assoluti di Minigolf è un delirio”. E siccome di deliri ci occupiamo andiamo subito a vedere.
Vediamo qualcosa a cui non siamo preparati: un minigolf da killer.
Schiere di giocatori freddi come chirurghi affrontano e superano ogni buca in due colpi secchi. Il primo per oltrepassare l’ostacolo ed avvicinarsi alla buca. Il secondo per metterla dentro. Sempre. Prima di tirare spazzolano la pallina, si concentrano come un monaco zen, mazza in mano e sguardo piegato a sinistra. Sferrano un colpo di calibrata energia e non sbagliano mai, una buca dopo l’altra. Sono dei grandi ossessivi. I migliori sono cecoslovacchi e di altri paesi dell’est. Hanno autocontrollo, distacco, impassibilità. Vengono da un altro mondo e sono professionisti di un minigolf mai immaginato. Sono comunisti. Completamente affascinati da quella rivelazione l’Armido ed io non capiamo che manca poco, un anno appena, e quel mondo crollerà. Sta già scricchiolando. Non lo capiscono neppure loro con le Skoda parcheggiate fuori dal minigolf club di Paderno Dugnano. Ma tutto torna, perché la storia ci dice che il minigolf ha sempre avuto i suoi apici nei momenti di crisi: negli Stati Uniti durante la Grande Depressione del ’29; nel blocco Sovietico poco prima della fine. Adesso potrebbe essere il nostro grande momento.
Armido ed io ci siamo concessi qualche minuto in più sul rigido intervallo di pranzo, in quei giorni per noi fondamentali del settembre ’88. Il ministro Brunetta ci perdoni. Tra l’altro: gira voce che su diciotto buche di minigolf nel campo del Dopolavoro Comunale di Venezia, al Lido, quattordici abbiano un Brunetta in gesso come ostacolo. Le altre quattro dei nanetti. Dopo quella volta l’Armido ed io non abbiamo mai più giocato a minigolf.

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Ho visto una partita tutta intera http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/06/14/ho-visto-una-partita-tutta-intera/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/06/14/ho-visto-una-partita-tutta-intera/#comments Mon, 14 Jun 2010 20:41:38 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=22 Continua...]]]> (Tre considerazioni a margine di Italia-Paraguay)
Per la prima volta in vita mia ho visto tutta una partita di calcio. Dall’inizio alla fine. Non so perché l’ho fatto. Della finale del 2006 avevo visto il secondo tempo, il primo ero in treno tornando da Bologna. Viaggio tranquillo, ricordo, con un Eurostar piacevolmente poco affollato. La finale del 1982 uguale: secondo tempo a casa davanti alla tivù, primo in vespa sulla statale 66 da Maresca, montagna pistoiese. Viaggio tranquillo, statale deserta come in un film di Wim Wenders. Ma cosa c’ero andato a fare sulla montagna pistoiese? Anche stasera, ho ricostruito poi, devo essermi assentato per qualche minuto nel primo tempo. È stato per annaffiare le piante sul balconcino. Non ho così assistito al goal del Paraguay, i miei familiari non hanno ritenuto di avvisarmi, io non ho consultato con la dovuta attenzione il bollino sullo schermo e ho capito solo alla fine del primo tempo che non si era sullo zero a zero. Devo avere problemi nei primi tempi.

Prima considerazione
Infernale il rumore delle trombette sudafricane. Lo dico da figlio di tessitori, abituato al rumore dei telai nelle orecchie per tutta la giornata e da padre di adolescenti. Che sono uguali ai telai, ma senza i telai.

Seconda considerazione
I nostri calciatori sputano come lama. A Prato verrebbero multati senza pietà, perché è fatto divieto di sputazzare in pubblico.

Terza considerazione
Ma quanti telecronisti e commentatori ci sono?

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La volta che ho pensato di diventare matto http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/05/31/la-volta-che-ho-pensato-di-diventare-matto/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/05/31/la-volta-che-ho-pensato-di-diventare-matto/#comments Mon, 31 May 2010 07:33:41 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=16 Continua...]]]> Una volta ho avuto veramente paura di diventare matto. Ma matto davvero: fuori di testa, fuori come un balcone, fuori dal mondo. Lontano da tutti perché preso dentro un gorgo senza fondo. Solo con tutto il mondo che scoppia dentro. Una cosa da cagarsi sotto dalla paura. E infatti me la sono fatta sotto lì per lì quando è successo e poi – da uomo forte qual sono – ne sono rimasto impaurito per mesi.

Ne scrivo perché succede una cosa importante a Trieste, dal 21 al 24 giugno: c’è il primo Incontro Nazionale delle persone con disagio mentale. Si intitola Impazzire si può, perché si può guarire.

Le psichiatrie parlano poco della guarigione, gli viene meglio non so perché parlare della malattia. Ma dalla malattia si guarisce, anche da quella mentale e bisogna ricordarsene e bisogna che le psichiatrie lo ricordino alle persone che si rivolgono al loro sapere. Per non aggiungere una depressione alla depressione che casomai si ha già.

Per arrivare preparati al convegno alcuni cittadini hanno cominciato a scrivere di quella volta che sono impazziti. Non dico che sono come le mozioni per le primarie del Partito Democratico, ci mancherebbe. Più una sorta di laiche tesi pre-congressuali. Fatelo anche voi, se ne avete voglia. Qui sul Post, che a suo modo è un bel Centro di Salute Mentale diretto dal dr. Luca Sofri, o con una mail a cirri@tiscali.it

A me è successo così. Siamo in viaggio in Argentina, Elena ed io. Visitiamo parchi naturali, laghi, cascate. Andiamo a vedere le balene che spruzzano l’acqua e fanno i salti. Passiamo ore e ore in autobus, perché l’Argentina è lunga e larga. Io, prima di salire in autobus, mi procuro sempre ampie scorte di cibo ed acqua per affrontare il lungo viaggio senza rischiare la morte per fame e/o disidratazione. Poi scopro che il bus è sempre attrezzato con fornitissimo frigobar e ad orari regolari si ferma a far sosta in aree di servizio. Sono più o meno attrezzate, a volte su strade magnifiche, ma sempre dotate di acqua e di qualcosa da mangiare. Così, dato che apprendo dall’esperienza, dopo un po’, diciamo al settimo viaggio, smetto di ammassare derrate nel comparto portaoggetti sopra il sedile e mi godo di più il tutto. Partenza compresa. Già che ci sono mi addebito anche una mentalità del colonialista diffidente, impaurito e sospettoso. Ma sto leggendo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, e ne sento l’influsso.

Poi una mattina andiamo a vedere i pinguini. Sono migliaia di migliaia e stanno su una spiaggia in riva al mare. Ci si arriva dopo ore di buche su una strada che attraversa la Patagonia. Il pinguino un po’ ti destabilizza: per la numerosità, lo starnazzamento, il muoversi a ondate. Perché tu ci passi in mezzo, lui ti guarda mentre cova, tu lo guardi mentre cova e si capisce che  un po’ gli stai sui coglioni. Ma ti dice anche, con quel guardarti da pinguino, che lui di te se ne frega. L’orca è peggio. Tu vai avanti sul sentiero che attraversa la colonia dei pinguini e guardi un altro pinguino che cova. Lui ti guarda e te capisci che eccetera eccetera. Quando arrivi al mare, dopo migliaia di interazioni uomo-pinguino, il mare è limaccioso e atlantico. A te viene di tenerti abbastanza distante dalla battigia. Per via dell’orca assassina.

Poi risaliamo in bus e si parte, diretti verso l’interno. Per visitare non so cosa. Lì commetto quello che poi mi apparirà come l’errore fatale: mangio la mela. L’avevo comperata al mattino, in una bancarella alla stazione degli autobus, insieme ad altre due: per gioia da frutta e non per obbligo da sopravvivenza. È una bella mela argentina rossa. Ma anche Biancaneve pensava la stessa cosa, penserò poi. Povera illusa. Perché dopo aver mangiato la mela mi sale una certa nausea. Non avrò masticato bene – penso – mangio sempre troppo in fretta perché son nevrotico. Forse sono le buche sulla strada che mi fanno rimbalzare lo stomaco. Forse c’è un anticrittogamico sulla buccia della mela che non ho lavato come andrebbe fatto. Una mela  avvelenata. È già successo, si veda appunto il caso Biancaneve. Fatto sta che la nausea persiste ed è come se si inghiottisse tutto. Succede  piano piano. Il fuori conta sempre meno. La Patagonia scorre dal finestrino per ore, cespuglio dopo cespuglio. Nel bus quasi tutti dormicchiano. Io non riesco a stare concentrato, presente. Chiedo a Elena dove stiamo andando. Lei me lo dice: andiamo in un paesino dell’interno, si chiama Gaiman, c’è poco da vedere ma qualcosa c’è. Staremo lì solo una notte. “Ah, giusto, dico io, Gaiman”. Perché mi sono ricordato. Me lo dimentico subito, perché quella nausea che adesso ha i tratti di qualcos’altro – angoscia? – mi mangia i pensieri. Se li mastica come io avevo masticato la mela. Così richiedo ad Elena – “Scusami – dov’è che stiamo andando?” Lei me lo rispiega. Io, già che ci sono, le chiedo dove siamo stati ieri e l’altro ieri. Perché non me lo ricordo più. Lei neanche se ne accorge di questo disorientamento, siamo in giro da settimane e cambiamo posto quasi tutti i giorni. Quando arriviamo a Gaiman andiamo a vedere l’attrattiva locale, il museo dei coloni gallesi. È pieno di servizi da tè, perché i gallesi prima colonizzavano e poi bevevano il tè. Lì tutto precipita. Continuo a chiedere ad Elena dove siamo perché non lo so più. Poi, con un’accellerazione da pazzi, tutto quello che c’è intorno sparisce perché da sotto arriva sempre più forte un’onda. In un attimo è una valanga: percezioni, emozioni, sensazioni, cose, migliaia di pensieri prima di essere pensati mi salgono tutti insieme alla coscienza, alla testa, al cervello che ne so. So che sto soffocando, che non si può vivere così, che sto friggendo nell’olio bollente. Che sto perdendo il controllo, impazzendo. Che potrei rimanere così per sempre. Sparato via dal mondo per un eccesso di mondo. Flashato. Ho una paura folle. Mi salvo – credo – perché mi viene in mente qualcosa che ho letto sulla psicosi del viaggiatore. Che viaggia, viaggia e a volte si perde di mente. “Non è per sempre, mi dico cercando di sentirmi in quell’ingorgo assordante di percezioni, paure, voci”. Finisce che il peggio passa. Quel torrente di lava si abbassa un po’ di intensità, il mio terrore smette di crescere, mi viene la speranza che finisca. Così finisce. Ci metto ore a tornare una sorta di pseudo tranquillità. Poi dormo per un giorno. Mesi a ripensarci, risentendo quella paura. Ho anche fatto dei pensieri su cosa succedeva in quel periodo nella mia vita da farmi perdere l’orientamento. Ma l’ho pensato poi. Allora è andata così. Di Gaiman non ricordo altro.

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Pensiero numero tre: I muscoli del capitano http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/05/10/pensiero-numero-tre-i-muscoli-del-capitano/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/05/10/pensiero-numero-tre-i-muscoli-del-capitano/#comments Mon, 10 May 2010 10:18:27 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=12 Continua...]]]> Inizio anni novanta. Viaggio di nozze con mia moglie, perché ci siamo sposati. Passiamo alcuni giorni su una nave postale che gira per le isole del Cile. Paesaggi mai visti e neanche immaginati. Piove continuamente e ogni tanto grandina. Terre verdissime, alberi che arrivano al mare. Fermate in porti minuscoli, case di legno con il tetto di un colore e le pareti di un altro, entrambi assurdi. A volte ci fermiamo in mare, ma scendono lo stesso famiglie e animali che traghettano sulla barchetta di qualcuno che è venuto a prenderli. Poi spariscono dietro un’isola e la nave riparte. Si chiama Calbuco, non è nuovissima perché da qualche parte c’è scritto che è stata immatricolata in Francia nel 1935. Altre fermate davanti ad accampamenti di pescatori nomadi, che stanno in tenda nel posto più piovoso del mondo.

Manca qualche settimana a Natale e sale a bordo un prete che gira per le isole a portare gli auguri alle sue comunità disseminate in quel delirio di isolette, insenature e fiordi. Ha le mani grandi e gli scarponi numero 48. Due canotti. È di Cinisello Balsamo ed è contento di stare lì con quella che chiama la sua gente. Poi dopo qualche giorno scende anche lui. Scendono quasi tutti perché quel pezzo di Cile abitato è finito, ma la Calbuco prolunga il viaggio di tre giorni per andare fino ad un ghiacciaio in una lontana laguna. Una estensione del tragitto per turisti, una sperimentazione per vedere se c’è mercato.

Non dev’essere granché perché siamo in pochi. Due tedeschi, un impiegato della compagnia di navigazione e qualcun altro. Poi c’è l’equipaggio. Gli ufficiali, due o tre, sono tutti giovanissimi. Anche noi siamo giovani, penso io adesso, ma loro sembrano quasi bambini. Uno pilota – ma forse è un marinaio – mentre gli altri sfogliano continuamente i libroni delle mappe. A volte molto molto freneticamente. Schivano gli iceberg che cominciano a comparire. Sono piccoli, ma neanche la nave è grande. Poi compare in plancia il capitano. È tracagnotto, con i tratti un po’ indigeni. Noi lo guardiamo e ce lo diciamo tutte le volte:

Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano.
Guardalo nella notte che viene, quanto sangue ha nelle vene.
Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero,
fuma la pipa, in questa alba fresca e scura che rassomiglia un pò alla vita. E poi il capitano, se vuole, si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde e chiama forte quando vuole qualcosa, c’è sempre uno che gli risponde.

Riflettiamo anche, mia moglie ed io, in quei giorni a bordo della Calbuco, su questo essere in mezzo ai ghiacci tropicali, se il futuro è una palla di cannone accesa e se noi la stiamo quasi raggiungendo.
Adesso penso che siamo andati avanti tranquillamente. Forse.

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Pensiero numero due: Futura http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/05/06/pensiero-numero-due-futura/ http://www.ilpost.it/massimocirri/2010/05/06/pensiero-numero-due-futura/#comments Thu, 06 May 2010 10:44:43 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/massimocirri/?p=8 Continua...]]]> Anni ottanta. Mia moglie, che non è ancora mia moglie, dorme. Dormendo russa. Io mi sveglio, intontito dal sonno cui sono stato sottratto e a cui vorrei subito tornare. La sveglio e le dico “Russi”. Lei dice “Americani”. Fredda e indisponente. Si riaddormenta subito. Io la apprezzo e la detesto. Ma i russi e gli americani sono il mondo di allora. Il bipolarismo perfetto?

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