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La volta che ho pensato di diventare matto

31 maggio 2010

Una volta ho avuto veramente paura di diventare matto. Ma matto davvero: fuori di testa, fuori come un balcone, fuori dal mondo. Lontano da tutti perché preso dentro un gorgo senza fondo. Solo con tutto il mondo che scoppia dentro. Una cosa da cagarsi sotto dalla paura. E infatti me la sono fatta sotto lì per lì quando è successo e poi – da uomo forte qual sono – ne sono rimasto impaurito per mesi.

Ne scrivo perché succede una cosa importante a Trieste, dal 21 al 24 giugno: c’è il primo Incontro Nazionale delle persone con disagio mentale. Si intitola Impazzire si può, perché si può guarire.

Le psichiatrie parlano poco della guarigione, gli viene meglio non so perché parlare della malattia. Ma dalla malattia si guarisce, anche da quella mentale e bisogna ricordarsene e bisogna che le psichiatrie lo ricordino alle persone che si rivolgono al loro sapere. Per non aggiungere una depressione alla depressione che casomai si ha già.

Per arrivare preparati al convegno alcuni cittadini hanno cominciato a scrivere di quella volta che sono impazziti. Non dico che sono come le mozioni per le primarie del Partito Democratico, ci mancherebbe. Più una sorta di laiche tesi pre-congressuali. Fatelo anche voi, se ne avete voglia. Qui sul Post, che a suo modo è un bel Centro di Salute Mentale diretto dal dr. Luca Sofri, o con una mail a cirri@tiscali.it

A me è successo così. Siamo in viaggio in Argentina, Elena ed io. Visitiamo parchi naturali, laghi, cascate. Andiamo a vedere le balene che spruzzano l’acqua e fanno i salti. Passiamo ore e ore in autobus, perché l’Argentina è lunga e larga. Io, prima di salire in autobus, mi procuro sempre ampie scorte di cibo ed acqua per affrontare il lungo viaggio senza rischiare la morte per fame e/o disidratazione. Poi scopro che il bus è sempre attrezzato con fornitissimo frigobar e ad orari regolari si ferma a far sosta in aree di servizio. Sono più o meno attrezzate, a volte su strade magnifiche, ma sempre dotate di acqua e di qualcosa da mangiare. Così, dato che apprendo dall’esperienza, dopo un po’, diciamo al settimo viaggio, smetto di ammassare derrate nel comparto portaoggetti sopra il sedile e mi godo di più il tutto. Partenza compresa. Già che ci sono mi addebito anche una mentalità del colonialista diffidente, impaurito e sospettoso. Ma sto leggendo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, e ne sento l’influsso.

Poi una mattina andiamo a vedere i pinguini. Sono migliaia di migliaia e stanno su una spiaggia in riva al mare. Ci si arriva dopo ore di buche su una strada che attraversa la Patagonia. Il pinguino un po’ ti destabilizza: per la numerosità, lo starnazzamento, il muoversi a ondate. Perché tu ci passi in mezzo, lui ti guarda mentre cova, tu lo guardi mentre cova e si capisce che  un po’ gli stai sui coglioni. Ma ti dice anche, con quel guardarti da pinguino, che lui di te se ne frega. L’orca è peggio. Tu vai avanti sul sentiero che attraversa la colonia dei pinguini e guardi un altro pinguino che cova. Lui ti guarda e te capisci che eccetera eccetera. Quando arrivi al mare, dopo migliaia di interazioni uomo-pinguino, il mare è limaccioso e atlantico. A te viene di tenerti abbastanza distante dalla battigia. Per via dell’orca assassina.

Poi risaliamo in bus e si parte, diretti verso l’interno. Per visitare non so cosa. Lì commetto quello che poi mi apparirà come l’errore fatale: mangio la mela. L’avevo comperata al mattino, in una bancarella alla stazione degli autobus, insieme ad altre due: per gioia da frutta e non per obbligo da sopravvivenza. È una bella mela argentina rossa. Ma anche Biancaneve pensava la stessa cosa, penserò poi. Povera illusa. Perché dopo aver mangiato la mela mi sale una certa nausea. Non avrò masticato bene – penso – mangio sempre troppo in fretta perché son nevrotico. Forse sono le buche sulla strada che mi fanno rimbalzare lo stomaco. Forse c’è un anticrittogamico sulla buccia della mela che non ho lavato come andrebbe fatto. Una mela  avvelenata. È già successo, si veda appunto il caso Biancaneve. Fatto sta che la nausea persiste ed è come se si inghiottisse tutto. Succede  piano piano. Il fuori conta sempre meno. La Patagonia scorre dal finestrino per ore, cespuglio dopo cespuglio. Nel bus quasi tutti dormicchiano. Io non riesco a stare concentrato, presente. Chiedo a Elena dove stiamo andando. Lei me lo dice: andiamo in un paesino dell’interno, si chiama Gaiman, c’è poco da vedere ma qualcosa c’è. Staremo lì solo una notte. “Ah, giusto, dico io, Gaiman”. Perché mi sono ricordato. Me lo dimentico subito, perché quella nausea che adesso ha i tratti di qualcos’altro – angoscia? – mi mangia i pensieri. Se li mastica come io avevo masticato la mela. Così richiedo ad Elena – “Scusami – dov’è che stiamo andando?” Lei me lo rispiega. Io, già che ci sono, le chiedo dove siamo stati ieri e l’altro ieri. Perché non me lo ricordo più. Lei neanche se ne accorge di questo disorientamento, siamo in giro da settimane e cambiamo posto quasi tutti i giorni. Quando arriviamo a Gaiman andiamo a vedere l’attrattiva locale, il museo dei coloni gallesi. È pieno di servizi da tè, perché i gallesi prima colonizzavano e poi bevevano il tè. Lì tutto precipita. Continuo a chiedere ad Elena dove siamo perché non lo so più. Poi, con un’accellerazione da pazzi, tutto quello che c’è intorno sparisce perché da sotto arriva sempre più forte un’onda. In un attimo è una valanga: percezioni, emozioni, sensazioni, cose, migliaia di pensieri prima di essere pensati mi salgono tutti insieme alla coscienza, alla testa, al cervello che ne so. So che sto soffocando, che non si può vivere così, che sto friggendo nell’olio bollente. Che sto perdendo il controllo, impazzendo. Che potrei rimanere così per sempre. Sparato via dal mondo per un eccesso di mondo. Flashato. Ho una paura folle. Mi salvo – credo – perché mi viene in mente qualcosa che ho letto sulla psicosi del viaggiatore. Che viaggia, viaggia e a volte si perde di mente. “Non è per sempre, mi dico cercando di sentirmi in quell’ingorgo assordante di percezioni, paure, voci”. Finisce che il peggio passa. Quel torrente di lava si abbassa un po’ di intensità, il mio terrore smette di crescere, mi viene la speranza che finisca. Così finisce. Ci metto ore a tornare una sorta di pseudo tranquillità. Poi dormo per un giorno. Mesi a ripensarci, risentendo quella paura. Ho anche fatto dei pensieri su cosa succedeva in quel periodo nella mia vita da farmi perdere l’orientamento. Ma l’ho pensato poi. Allora è andata così. Di Gaiman non ricordo altro.

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  • rosita

    Io avevo trent’anni,ero nella solita spiaggia pomeridiana, leggevo Anna Karenina e mi piaceva un sacco. A un certo punto ho provato una sgradevole urgenza di alzarmi, il cuore impazzito e la sensazione del pericolo vicino. Ho tentato di tutto: sciacquarmi il viso, camminare nell’acqua, fare ripetutamente pipì, bere a ripetizione. Ma il mio cuore non aveva più ritegno, e soprattutto pensavo di star per morire. La faccio breve. Visita al pronto soccorso, valium datomi a forza (non lo volevo) e un anno di paura di diventare matta. L’ansia tornava quando meno me l’aspettavo. Fino al giorno in cui guardando una ragazza bere un caffe’ al bar ho pensato: “Deve essere bello essere normali”! E allora ho iniziato a raccontare quello che mi succedeva, a prendere qualche goccia di tavor e a cominciare a guarire. O meglio a bere il cappuccino al bar!

  • vsgaudio

    (…)
    E già di nuovo a oriente ai più remoti confini della Terra Esterna
    si erge da tutti e 4 i lati una luz azula e su di essa poggia il cielo,
    proteso d’un balzo, in guisa di volta, al di sopra di entrambe le Terre
    al di là di questo, ha la sua propria sede Iddio
    e il vento sopra con la diagonalità e l’inclinazione ripida
    della sua allure lieve e laterale e lenta in avanti
    la sua maniera azzurra di camminare, Aurélia Steiner
    mi guardò con un’aria stolidosaccente assolutamente indescrivibile:
    “Pertanto è affatto impossibile che gli astri ruotino verticalmente
    intorno alla Terra!”

    Sul lato settentrionale delle Terra Esterna c’è la Patagonia
    a dismisura e attorno ad essa, la luna e il sole
    percorrono le loro orbite circolari ma eccentriche,
    l’ombra della Patagonia è ciò che noi chiamiamo notte
    anche quando in estate il sole è più alto
    e la montagna dell’isola di Navarino,se si guarda a mezzogiorno,
    o è il monte Sarmiento sulla penisola Brecknock, se si guarda al tramonto,
    si rastrema verso la vetta, di conseguenza le notti divengono
    più brevi, le escursioni della sera e del mattino più ampie
    Aurélia Steiner leggera e laterale, sia che sia in jeans o che
    indossi il pantaloncino bianco da ciclista in cotone ed elastam
    della Cotonella, di bolina stretta come se ricevesse il mezzovento
    con un angolo di circa 30° sopra il culo la luna è molto vicina
    e sebbene i corpi siano dotati di peso e tendano verso il basso,
    il fuoco cerca sfogo verso l’alto cosicché la Terra del Fuoco
    precipiterebbe all’infinito se non fosse per Aurélia Steiner
    che ceñe la luz atlantica, aperta al vento massimo
    trattiene la luce atlantica, e l’intera baracca che poggia sul nulla
    mentre l’Inferno precipita verso il basso,
    dentro abissi sempre più foschi di rosso,(…)

    (V.S.Gaudio, da: Aurélia Stiner d’Ushuaia, copyright 2007)

  • http://www.myspace.com/gct79 Gaetano

    Non avevo visto che anche L’EMINENTISSIMO DR CIRRI scrive su Il Post….
    W CATERPILLAR!!!

    Egregio dr Cirri io venero lei e il suo collega.. se non ci foste bisognerebbe inventarvi!!!

  • http://noalbavaglio.splinder.com/ paolo rosetti

    Dott. Cirri, la mia stima per lei cresce ogni giorno di più. E questo, nonostante Caterpillar. O grazie a Caterpillar, forse … ;-)

  • avirili

    a me è successo una notte di 2 anni fa, ero stata alzata fino a tardi a leggere la storia di alfredino rampi, ricostruita da massimo gamba nel suo “Vermicino – L’Italia nel pozzo” (con questo non intendo parlar male del libro, che anzi è molto ben scritto).
    nel pensare a quel bambino intrappolato nel pozzo buio e stretto, senza potersi muovere, senza che nessuno riuscisse a fare qualcosa per salvarlo, mi è venuta un’angoscia incredibile che ancora adesso non riesco a spiegarmi.
    sono rimasta con la luce accesa tutta la notte e molte notti dopo di quella, ho pensato che non avrei dormito mai più. poi pian piano mi è passato ma ancora adesso ci ripenso con terrore perché non ho mai capito come sia successo.

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  • alberto

    mi ricorda tanto la mia esperienza del ’92, quando volontariamente mi calai un ‘acido’…anche io pensai di non riprendermi più…poi dopo un paio di giorni tutto tornò normale? me lo sto ancora chiedendo.

  • Alberto veneziano

    Bafana Bafana … waka waka … akuna matata bafana bafana … PEPEREPEEEE PEEE PEPEREPEEE … bafana bafana akuna matata wuwuzela … PEPEREPEEE PEPEREPEEEE PEPEREPEEE pata pata … awana gana bafana bafana … PEEEEEPEREPEEEEE …
    Non voglio impazzire; non voglio diventare razzista; Non voglio impazzire; NON VOGLIO DIVENTARE RA-ZZI-STA!

  • valeria senese

    CIRRI sei proprio bravo!purtroppo io ancora adesso ci sono dentro e sarebbe troppo lunga raccontarlo.pero’leggere le esperienze degli altri,condividere,fa proprio un gran bene.grazie di averne parlato.