Inizio anni novanta. Viaggio di nozze con mia moglie, perché ci siamo sposati. Passiamo alcuni giorni su una nave postale che gira per le isole del Cile. Paesaggi mai visti e neanche immaginati. Piove continuamente e ogni tanto grandina. Terre verdissime, alberi che arrivano al mare. Fermate in porti minuscoli, case di legno con il tetto di un colore e le pareti di un altro, entrambi assurdi. A volte ci fermiamo in mare, ma scendono lo stesso famiglie e animali che traghettano sulla barchetta di qualcuno che è venuto a prenderli. Poi spariscono dietro un’isola e la nave riparte. Si chiama Calbuco, non è nuovissima perché da qualche parte c’è scritto che è stata immatricolata in Francia nel 1935. Altre fermate davanti ad accampamenti di pescatori nomadi, che stanno in tenda nel posto più piovoso del mondo.
Manca qualche settimana a Natale e sale a bordo un prete che gira per le isole a portare gli auguri alle sue comunità disseminate in quel delirio di isolette, insenature e fiordi. Ha le mani grandi e gli scarponi numero 48. Due canotti. È di Cinisello Balsamo ed è contento di stare lì con quella che chiama la sua gente. Poi dopo qualche giorno scende anche lui. Scendono quasi tutti perché quel pezzo di Cile abitato è finito, ma la Calbuco prolunga il viaggio di tre giorni per andare fino ad un ghiacciaio in una lontana laguna. Una estensione del tragitto per turisti, una sperimentazione per vedere se c’è mercato.
Non dev’essere granché perché siamo in pochi. Due tedeschi, un impiegato della compagnia di navigazione e qualcun altro. Poi c’è l’equipaggio. Gli ufficiali, due o tre, sono tutti giovanissimi. Anche noi siamo giovani, penso io adesso, ma loro sembrano quasi bambini. Uno pilota – ma forse è un marinaio – mentre gli altri sfogliano continuamente i libroni delle mappe. A volte molto molto freneticamente. Schivano gli iceberg che cominciano a comparire. Sono piccoli, ma neanche la nave è grande. Poi compare in plancia il capitano. È tracagnotto, con i tratti un po’ indigeni. Noi lo guardiamo e ce lo diciamo tutte le volte:
Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano.
Guardalo nella notte che viene, quanto sangue ha nelle vene.
Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero,
fuma la pipa, in questa alba fresca e scura che rassomiglia un pò alla vita. E poi il capitano, se vuole, si leva l’ancora dai pantaloni e la getta nelle onde e chiama forte quando vuole qualcosa, c’è sempre uno che gli risponde.
Riflettiamo anche, mia moglie ed io, in quei giorni a bordo della Calbuco, su questo essere in mezzo ai ghiacci tropicali, se il futuro è una palla di cannone accesa e se noi la stiamo quasi raggiungendo.
Adesso penso che siamo andati avanti tranquillamente. Forse.



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