Marco Simoni http://www.ilpost.it/marcosimoni È economista e politologo, insegna alla London School of Economics; è esperto di capitalismo comparato e relazioni industriali e fa l'editorialista per l'Unità Tue, 14 Feb 2012 10:13:05 +0000 en hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.1.1 Perché in Italia c’è la precarietà? http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/02/14/perche-in-italia-ce-la-precarieta/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/02/14/perche-in-italia-ce-la-precarieta/#comments Tue, 14 Feb 2012 10:09:11 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=336 Continua...]]]> Perché in Italia c’è la precarietà? In Germania, Francia e Regno Unito ci sono più giovani che da noi con una durata media del posto di lavoro inferiore a un anno. Eppure in quei paesi, a differenza che da noi, non esiste un discorso pubblico e privato così drammaticamente concentrato sulla precarietà. Evidentemente, si tratta di un tema che non si può afferrare solo con riferimento alla durata dei contratti di lavoro.

La precarietà intesa come condizione esistenziale che restringe gli orizzonti delle persone al presente, impedisce scelte dalla prospettiva più ampia e porta con sé uno stato di sofferenza individuale può essere ricondotta a tre cause.

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Riforme modernizzatrici nel solco dell’identità http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/12/10/riforme-modernizzatrici-nel-solco-dellidentita/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/12/10/riforme-modernizzatrici-nel-solco-dellidentita/#comments Sat, 10 Dec 2011 20:52:23 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=329 Continua...]]]> Le misure più importanti contenute nella recente manovra non sono quelle più dibattute. Certo, mosso dall’emergenza dell’euro, il governo Monti non poteva che concentrarsi su temi di finanza pubblica che suscitano istintive e motivate reazioni.

Ma per disinnescare le ragioni che ci hanno portato ad un passo da baratro è necessario tornare a crescere altrimenti anche i sacrifici che vengono chiesti oggi potrebbero risultare inutili nel giro di pochi anni.

(continua a leggere sul sito del Sole24Ore)

 

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Tre cose sul nuovo governo http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/11/22/il-nuovo-governo/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/11/22/il-nuovo-governo/#comments Tue, 22 Nov 2011 11:04:34 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=319 Continua...]]]> Ora che è forse passata l’emozione per la visione dei venti outsider nei banchi centrali del Parlamento si può fare qualche riflessione. Al netto delle note di colore, questo governo tecnico ha tre caratteristiche particolari sia rispetto ai precedenti italiani degli anni ’90, che rispetto ai precedenti governi tecnici del mondo (una utilissima analisi si trova sulla rivista iMille).

La prima particolarità è la completa assenza di politici che invece, direttamente o indirettamente nelle forme di stretti collaboratori di politici recenti, si sono sempre trovati in ogni tempo e latitudine. Gli stessi Ciampi e Dini pur non essendo politici erano banchieri centrali, una funzione non elettiva ma certamente di stretto confine con la politica. Erano inoltre membri di quei governi persone che avevano in passato, o era evidente avrebbero avuto nell’immediato futuro, funzioni politiche: erano già o sarebbero diventati uomini politici. Ad esclusione forse – forse – di uno o due dei suoi componenti, sembra davvero difficile pensare i protagonisti di oggi impegnati nel 2013 in campagna elettorale.

La seconda caratteristica riguarda il programma. I precedenti governi tecnici, Ciampi e Dini, avevano un programma estremamente specifico e definito. Non si ripromettevano di riscattare il paese, compito politico per eccellenza, ma di cambiare la legge elettorale, fare un accordo sindacale o riformare le pensioni: capitoli importanti, ma pochi e molto chiari da completare prima di tornare alle urne. Invece, il programma di questo governo è in linea di principio limitato solo dal tempo a disposizione.

Quello illustrato da Monti potrebbe essere tranquillamente un programma d’inizio legislatura, contiene tutto.

Per questa ragione sembra molto difficile la strada di chi pensa di riuscire a rivendicare alcune scelte e non altre: è un programma politico a tutto tondo sul quale per forza i partiti – tranne Casini che ne ha rivendicato l’adesione totale – avranno difficoltà a confrontarsi. Allo stesso tempo, visti i sondaggi e il credito di fiducia che i cittadini gli hanno conferito, il governicidio sembra essere per il momento escluso dalle opzioni delle forze in parlamento, il che renderà ancora più ardua, nel medio periodo, la differenziazione programmatica tra gli attuali partiti.

Se il governo fa la riforma fiscale, del mercato del lavoro, delle pensioni, la liberalizzazione delle professioni, la lotta all’evasione fiscale, la diminuzione di alcune imposte, la patrimoniale, come faranno a dividersi i partiti? Su conflitto d’interessi, giustizia, intercettazioni, fine-vita, fecondazione assistita? Ah, eccola allora la campagna del 2013, allo stato delle cose.

La terza caratteristica riguarda ancora la composizione. A differenza di precedenti governi tecnici, soprattutto in America Latina o altri paesi in gravi dissesti finanziari, non si tratta di marziani con esperienze essenzialmente confinate nelle grandi istituzioni internazionali, magari a Washington.

Per usare una metafora un po’ irriguardosa, il governo è forse composto da ufo, come suggerito da qualche giornalista, ma sono ufo nostrani, autoctoni. In altre parole, tutti i membri del governo sono profondi conoscitori non (solo) della astratta teoria alla base delle loro discipline, ma della realtà italiana. Le loro non sono generiche competenze, ma competenze molto applicate al contesto italiano ed europeo. A differenza dei governi tecnici in paesi in via di sviluppo, che impiegarono soluzioni neoliberiste tutte uguali in contesti molto diversi (da cui, come ha spiegato bene Dani Rodrik, il neoliberismo sta all’economia neoclassica come l’astrologia sta all’astronomia), i nostri ministri tecnici conoscono molto bene la realtà sulla quale sono chiamati ad operare e infatti le scelte che si prefigurano sono tutto tranne che la trasposizione meccanica di precetti astratti.

Questa è una ragione ulteriore per aspettarsi che questo governo possa essere non solo in grado di intervenire con politiche sensate, ma di farlo con una quantità ampia di misure che sul serio possono rimettere l’Italia su un binario positivo di crescita. Crescita che poi significa non solo avere più soldi, ma soprattutto avere più opportunità, più possibilità per tutti di lavorare e fare le cose che si sanno fare.

Queste riflessioni m’inducono a supporre che l’impatto di questo governo sarà maggiore di quello che implicitamente si tende ad assumere quando si ragiona sul futuro ancora con gli schemi di due settimane fa, con Alfano, Casini, Vendola, Di Pietro, Bersani, ognuno a tessere la propria strategia. E’ difficile prevedere le forme che il cambiamento prenderà e molto dipenderà dall’eventuale riforma della legge elettorale.

Per ora abbiamo un parlamento che non è in grado di togliere la fiducia al governo, un governo che suggerirà misure tagliate sulla realtà italiana che potrebbero essere più facili da spiegare e far accettare di quel che si pensa, proprio perché saranno riforme complessive e non saranno riforme di tagli lacrime e sangue che invece susciterebbero opposizioni da ogni angolo.

Potrebbe anche essere la fine dei “problemi di comunicazione”, pigro alibi che sentiamo ripetere da oltre dieci anni da politici con davvero poco da comunicare.

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Il bisogno di visione politica http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/11/09/il-bisogno-di-visione-politica/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/11/09/il-bisogno-di-visione-politica/#comments Wed, 09 Nov 2011 12:42:57 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=315 Continua...]]]> L’Italia ha affrontato la crisi economica globale con l’eredità di quindici anni di lento ma costante declino economico: è il solo grande paese, il Sole 24 Ore lo ha ricordato anche ieri nell’articolo di fondo, in cui la crisi ha distrutto tutta la – pochissima – ricchezza prodotta nei dieci anni precedenti. Se il prodotto interno non ricomincia a salire, il rapporto del debito sul Pil continuerà a crescere e non basterà cambiare un governo per tranquillizzare i mercati. Ma come è possibile che un’economia come la nostra, che entrava nella globalizzazione ricca di capitali – i famosi risparmi delle famiglie – di capitale umano, dell’esperienza di tantissime aziende che avevano fatto la loro fortuna proprio con le esportazioni, ha invece complessivamente arrancato per tutti gli anni 2000?

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Lasciate stare i precari http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/10/27/lasciate-stare-i-precari/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/10/27/lasciate-stare-i-precari/#comments Thu, 27 Oct 2011 13:10:43 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=304 Continua...]]]> Leggo che anche un uomo prudente e solitamente immune da populismi da quattro soldi come Zingaretti ha incluso nel suo contributo al dibattito interno al PD l’idea di allineare “le aliquote fiscali e il prelievo contributivo dei contratti atipici ai livelli dei contratti a tempo indeterminato”. Tradotto: aumentare il costo del lavoro precario. Tradotto ancora: aumentare le tasse sul lavoro precario. Risultato (forse non cercato): diminuire gli stipendi dei precari.

Questa proposta era già emersa da qualche parte e finora l’avevo catalogata come una cosa che dice qualcuno che non sa di cosa parla, oppure di qualcuno alla ricerca di scorciatoie propagandistiche. L’ultima era stata Rosi Bindi qualche giorno fa che evidentemente sperando di lucrare qualche facile consenso da persone afflitte da una condizione economica gravissima, aveva tuonato “Il lavoro precario deve costare di più del lavoro regolare!” Ben detto! Salvo che gli ultimi ad aver provato a stabilire salari per legge sono stati i sovietici e la cosa non è che proprio abbia funzionato bene.

Allora, vorrei cercare di spiegare un paio di cose senza ironie e con un accorato auspicio: che chiunque vinca le prossime elezioni la smetta di infierire sui lavoratori precari. Che davvero, dopo tutti questi anni sarebbe proprio una cattiveria.

Iniziamo con due concetti semplici semplici. Il primo: i salari non possono essere imposti per legge, vengono decisi da occupati e datori di lavoro. Ci sono due modi: o con la contrattazione nazionale (o aziendale), come avviene per le grandi aziende e per il settore pubblico. O con una “contrattazione” individuale, come avviene per i lavoratori precari.

Ho messo le virgolette nel secondo caso perché i precari normalmente non contrattano proprio nulla, il salario viene imposto unilateralmente dai datori di lavoro: o prendi questa minestra – 800? 1000? Euro al mese per un contratto di sei mesi a co.co.pro senza maternità, senza ferie, senza nulla – o salti da quella finestra, anzi ringraziami pure per questa favolosa opportunità.

Non è che i precari sono scemi o masochisti, i precari non hanno alternative. In Italia i lavoratori precari sono sotto ricatto, permanente. Le ragioni di questa condizione sono leggermente complesse e hanno bisogno di uno spazio più lungo di questo post, e non c’entra niente la “cattiveria” dei datori di lavoro – pubblici e privati, ricordiamo, pubblici e privati, giornali ministeri partiti associazioni – che tra l’altro a causa dell’uso smodato di questi contratti hanno visto la produttività delle proprie istituzioni collassare negli ultimi vent’anni.

La condizione di ricatto da parte dei lavoratori precari fa sì che essi non possano scegliere, sono incastrati da un contesto economico che non gli lascia alternative. Allora se si aumentano le tasse sul lavoro precario, l’unico effetto sarà quello di far diminuire lo stipendio netto di questi lavoratori.

Il governo Prodi – Damiano ministro del lavoro che ieri ha persino rivendicato quella misura – nel 2008 decise di cambiare una riforma precedente e consentire ad alcune coorti di persone attorno ai 60 anni di anticipare l’andata in pensione. Siccome era una cosa che costava molto si decise di trovare i soldi tassando di più il lavoro precario, sbandierandolo come misura appunto che avvicinava il costo del lavoro precario a quello del lavoro normale. L’effetto fu un diretto trasferimento di reddito dai precari ai pensionati. Infatti, dal 2008 al 2010 il salario medio dei precari neo-laureati è passato da circa 1100 euro al mese a circa 850 euro al mese.

Il meccanismo è semplice. Poniamo che un ente pubblico possa assumere un bel precario per sei mesi. Questo precario guadagnerebbe 1000 euro al mese al netto delle tasse. Se le tasse aumentano lo stipendio cala perché, dato che il lavoratore è sotto ricatto, gli verranno semplicemente offerti 900 euro anziché 1000, perché bisogna pagare più tasse.

Io spero di essermi spiegato e mi auguro davvero che serva a qualcosa. Dite e fate quello che volete, prendetevela con i banchieri, gli speculatori, chi volete voi. Ma lasciate perdere i precari, che davvero ne hanno subite abbastanza negli ultimi vent’anni.

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A Londra http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/08/10/a-londra/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/08/10/a-londra/#comments Wed, 10 Aug 2011 06:34:38 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=297 Continua...]]]> Londra aveva conosciuto manifestazioni di grave violenza solo pochi mesi fa, in occasione delle proteste per l’aumento delle tasse universitarie. Alla luce dei fatti di questi giorni, anche quella violenza era indicativa di qualcosa di più profondo, di un particolare malessere inglese in un fenomeno che coinvolge molti paesi europei: fratture sociali che si allargano e il dato generazionale sempre presente sia pur in modi che cambiano da paese a paese. Negli ultimi anni il crimine a Londra è diminuito, ma sono aumentati i reati e le violenze a colpi di coltello che hanno coinvolto giovani e giovanissimi.

Chi deve crescere dei figli a Londra, nel resto del paese la situazione è meno critica, impara presto che la scuola pubblica non è uguale per tutti. Dopo il terzo compleanno del primogenito bisogna “scegliere” a quale scuola elementare mandarlo. Le scuole ammettono i bambini sulla base della distanza fisica dalla porta di casa all’edificio scolastico, si tratta pertanto di una scelta solo teorica. In pratica, le poche scuole pubbliche di qualità pur ricevendo centinaia di domande possono offrire un posto solo ai bambini che abitano nel raggio di cinquecento metri. Ognuno pertanto va alla scuola che capita, o a quella che si può permettere.

Il sistema pubblico era stato affossato nel ventennio della destra Thatcheriana, e i pur massicci investimenti del Labour hanno lasciato ancora molta strada da compiere. Mancano le risorse alle scuole e sono insufficienti i servizi di comunità per contribuire a tessere una trama sociale degna di questo nome. Di conseguenza, nella maggior parte dei quartieri poveri di Londra, sterminate periferie di case basse che distano ore sui mezzi pubblici dal centro, le scuole elementari continuano ad avere risultati disastrosi, con anche il 40 per cento dei bambini che non supera l’equivalente del nostro esame di quinta.

In Inghilterra non c’è una discussione sulla precarietà, per due ragioni opposte. Per la corposa classe media con accesso – sia pur faticoso – all’istruzione di buona qualità, i lavori precari sono comunque accompagnati da tutele minime sconosciute ai nostri e sono normale gavetta di un futuro più stabile. Invece, per le masse, minoritarie ma nutrite, di lavoratori non qualificati, la precarietà occupazionale è l’unica forma esistente. Certo in presenza di diritti fondamentali, ma con limitatissime prospettive di crescita economica intergenerazionale, e persino di stabilità economica individuale.

Questo non vale solo per le comunità di origine Afro-Caraibica, protagoniste dei saccheggi delle scorse notti, ed è l’evidente conseguenza di un sistema formativo molto classista che accentua le problematiche economico-sociali. In tempi di crisi economica, il destino di un limbo da lavoratore povero senza prospettive diventa ancora più realistico, e i desideri consumistici e commerciali sempre più irrealistici.

Tuttavia i saccheggi organizzati con i messaggini del telefonino di ultima generazione non rappresentano alcuna rivolta o protesta politica. Sono organizzati da persone che rimangono fuori dai meccanismi di rappresentanza collettiva e che non sono portatrici di identità al di fuori del piccolo orizzonte di quartiere. Essi rimangono, e vengono giudicati, per quel che sono: saccheggi, devastazioni, rapine operate con la scusa della motivazione antipoliziesca per rimediare l’ultimo modello di scarpe da ginnastica. Allo stesso tempo, essi pongono con forza la questione politica della coesione sociale che il governo del Labour aveva provato ad affrontare, anche con qualche successo: con serie misure contro la povertà; nella scuola e nella sanità; nei centri per l’orientamento di giovani e giovanissimi, centri anche di socialità e incontro fondamentali in una città come Londra frammentata in quartieri dai debolissimi legami sociali autonomi. Questi centri sono sorti ovunque negli scorsi quindici anni e sono stati i primi a essere colpiti – letteralmente chiusi – dai tagli del governo di Cameron.

La lezione di oggi è che si trattava di politiche insufficienti, ma semplicemente tornare indietro fa apparire lo slogan della ‘Big Society’ di David Cameron come un espediente retorico privo di contenuti.

Dall’Unità di oggi, 10 agosto 2011.

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Chi tradisce il Primo Maggio? http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/05/03/chi-tradisce-il-primo-maggio/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/05/03/chi-tradisce-il-primo-maggio/#comments Tue, 03 May 2011 08:09:54 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=290 Continua...]]]> Cosa rimane del Primo Maggio appena trascorso? Una polemica sul suo valore simbolico, decine di commenti sull’apertura facoltativa dei negozi a Firenze che, per i contrari, priverebbe i lavoratori precari di un giorno di riposo. Se non fosse triste sarebbe grottesco. La forza del Primo Maggio era nella sua universalità, il Primo Maggio parlava a tutti, era un giorno di festa che celebrava pari dignità di ogni lavoro, era un giorno in cui ricordare i sacrifici collettivi di cui tutti godevano i frutti. E invece ci si è ridotti a fare della questione locale della difficile convivenza del sindaco di Firenze con i sindacati uno strumento di polemica nazionale, che aiuta almeno a offuscare le risposte che sono state date alla manifestazione del 9 aprile sulla precarietà.
Infatti, ancora una volta, a parte le facili parole di solidarietà, l’atteggiamento della politica e del sindacato nei confronti di chi ha organizzato e partecipato a quella giornata è stata di paternalistica condiscendenza. Eppure è quello il tema centrale del lavoro oggi, ed eluderlo come è stato fatto – questo sì – svuota di significato qualunque Primo Maggio, riempie di ignavia sia l’organizzazione dei concerti che le parole sull’unità sindacale che vengono reiterate in automatico da sindacalisti, politici, commentatori.

Nella sostanza, esiste una sola proposta di innovazione sul tema del lavoro insicuro: quella del contratto unico, che sostituisca la selva di contratti precari ben noti a tutti gli under 40. Per il centrodestra la discussione non si pone, dato che il problema per il governo non esiste. Per evitare di confrontarsi con essa, Susanna Camusso in compagnia di buona fetta di centrosinistra, rispolvera il mantra secondo cui è sbagliato togliere i diritti a chi è protetto per darne ai più giovani. Peccato che nessuno abbia proposto di togliere diritti a chi li ha. Nessuna delle diverse proposte di «contratto unico» suggerisce di togliere diritti a chi li ha, mentre si suggeriscono meccanismi per dare più diritti a chi non ne ha. Si tratta di un trucco retorico vile: distorcere una proposta sgradita per motivi che evidentemente non si vogliono esplicitare.

La realtà è che dal 1996 a oggi il numero dei lavoratori insicuri è continuato ad aumentare, con effetti negativi sull’economia ma soprattutto sulla vita di milioni di persone. Senza interventi sui contratti – che certo non sono sufficienti per la crescita – essi continueranno ad aumentare, e continueranno a calare i lavoratori sindacalizzati.

Questo è stato il Primo Maggio appena trascorso, la difesa di un simbolo che sta sbiadendo anche per responsabilità di chi dovrebbe tutelarlo e che finge di non sapere che i simboli universali restano tali solo se si rinnova il senso della loro sostanza.

(l’Unità di oggi)

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Le telefoniste non vanno in Paradiso http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/04/26/le-telefoniste-non-vanno-in-paradiso/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/04/26/le-telefoniste-non-vanno-in-paradiso/#comments Tue, 26 Apr 2011 10:21:47 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=282 Continua...]]]> È quasi il primo maggio, e per capire qualcosa del nostro paese è bello guardare in successione Tutta la vita davanti, film del 2008 diretto da Paolo Virzì, e La classe operaia va in Paradiso, del 1971, di Elio Petri. Sullo sfondo delle storie dei protagonisti sono film che parlano del mondo del lavoro e di chi si sforza di non soccombere. Protagonista degli anni Settanta un operaio che a 31 anni ha già accumulato 15 anni di fabbrica; nell’Italia di oggi una brillante neolaureata costretta a lavorare in un call centre. I registi parteggiano per loro, mentre raccontano la debolezza dei lavoratori rispetto ai manager e ai proprietari e mostrano l’alienazione che produce il lavoro subordinato e massificato, che può portare alla follia. Non c’è nessun deus ex machina da aspettare: anche i capi locali sono schiacciati dal contesto aspro, che diventa in queste storie un dato esterno, come la neve o il caldo.

Eppure, nel 1971, il sindacato – i colleghi, amici o nemici – riesce a sconfiggere gli estremisti e ridare al protagonista il modo di tenere duro, proseguire il suo lavoro in fabbrica. Invece i sindacati, nel 2008, vengono da fuori, sono intrusi in un mondo che non conoscono: nel migliore dei casi sono inutili, nel peggiore dannosi. Soprattutto, la prospettiva dei protagonisti è diversa. Negli anni Settanta, il regista racconta di una comunità di simili e il protagonista è solo un operaio dalla personalità speciale. Le scelte non sono mai veramente tali, dall’impegno individuale non si può davvero ricavare nulla, conta la solidarietà e il senso di classe per rimanere a galla. Al contrario, il film di Virzì, la sua capacità di raccontare l’Italia di oggi, si basa sulla discrasia di una laureata brillante – senza natali illustri che le avrebbero garantito tutto – che si trova nel più umile dei contesti, senza altra possibilità, ma anche come fosse una straniera, parlasse un’altra lingua. E non ha alcuna indulgenza nei confronti della ragazza madre di periferia e delle sue irresponsabilità: esistono le scelte, e quelle sbagliate ci perdono.

Nel 1970 la storia si chiude, finisce, è definitiva: rimane l’epitaffio del “Paradiso dietro il muro” immaginato dagli operai per tenere la speranza accesa. Invece, il film di Virzì non chiude. Rimane il dolore della protagonista per “quei mesi strani e complicati” lasciando intendere che il finale vero vada scritto, e chissà. In questo punto interrogativo – una speranza per il futuro – si svela con grande forza il meccanismo inceppato della società e del lavoro dell’Italia di oggi. Un meccanismo che può prendere strade diverse: quelle conservatrici e pigre – che dominano la politica e i sindacati di questi tempi – non porteranno molto lontano.

l’Unità di oggi

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Idoli di latta http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/04/18/idoli-di-latta/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/04/18/idoli-di-latta/#comments Mon, 18 Apr 2011 11:42:55 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=269 Continua...]]]> Vorrei commentare con sobrietà la proposta del ministro Meloni, accolta con apprezzamenti positivi dall’opposizione, di modificare la Costituzione per consentire l’elezione alla Camera al compimento del 18esimo anno e al Senato al compimento del 25esimo anno, mentre ora i limiti di età sono rispettivamente di 25 e 40 anni.

Questa proposta è una buffonata indecorosa. Mi astengo dall’estendere questo giudizio e le sue implicazioni al fatto che è la prima proposta che io ricordi a suscitare un plauso unanime della classe politica. Voglio invece sottolineare come si tratti di una misura di per sé assolutamente inutile dal punto di vista strutturale e degli effetti reali. Innanzitutto, la probabilità che qualche deputato diciottenne o qualche senatore trentenne possano alterare il comportamento legislativo delle camere, dunque avere effetti concreti, è vicina allo zero, sarebbero comunque una pagliuzza nel mare. Secondo, la possibilità che questo possa mutare la rappresentatività degli eletti è altrettanto vacua, specialmente in presenza della attuale legge elettorale che affida la composizione delle camere alla nomina dei candidati in un rigido ordine di eleggibilità da parte di un pugno di leader, legge elettorale approvata dal centrodestra e non modificata nei due anni del centrosinistra.

E’ chiaro che un provvedimento del genere avrebbe un risultato solamente simbolico, di una classe politica che vuole dimostrare, accanto ai fatti, in maniera appunto simbolica, la propria apertura al futuro rappresentato dai più giovani tra gli adulti di una popolazione. Ma senza i fatti, e fatti negli ultimi quindici anni non ci sono stati – anzi, ci sono stati e sono tutti sistematicamente andati nella direzione opposta – i simboli diventano idoli di latta che coprono di ridicolo chi li costruisce, chi li sostiene e chi li applaude.

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E viva l’Italia http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/03/15/e-viva-litalia/ http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/03/15/e-viva-litalia/#comments Tue, 15 Mar 2011 16:04:52 +0000 Il Post http://www.ilpost.it/marcosimoni/?p=262 Continua...]]]> Dopo la laurea, ho passato otto degli ultimi dieci anni all’estero, ho sposato una cittadina americana e i miei figli sono nati a Londra, dove vivo lavorando in un’istituzione frequentata da studenti e professori di oltre 140 Paesi. Questa mia vita non solo non ha affievolito la mia identità di italiano, ma l’ha resa più consapevole e per questo forse ancora più forte.
In prossimità del 150esimo anniversario si discute di due cose, della nostra storia e del significato stesso dell’italianità, spesso per lamentarne le caratteristiche deboli, soprattutto in paragoni – spesso superficiali – con gli altri grandi stati europei con cui aspiriamo a confrontarci, alimentando un complesso d’inferiorità che traspare anche nei cantori retorici delle nostre qualità. Non c’è dubbio che l’esperienza di altre latitudini faccia notare con evidenza costi e sofferenze che non siamo stati ancora in grado di sciogliere, e che pesano soprattutto sulle persone più lontane dalle fonti del potere. Eppure i caratteri del nostro approccio alle cose, alle persone e ai fatti della vita, emergono sempre dalle nostre azioni con una profondità di ricchezza che è la vera fonte della nostra reputazione, molto più degli aspetti folcloristici buoni per un giornalismo stereotipato.

La reputazione dell’Italia è il portato del modo in cui gli altri cercano di decifrare i caratteri della nostra comunità, non è una semplice derivazione dell’immagine dei nostri governi. Al contrario, davanti agli scandali più insopportabili, il sentimento che registro io è quello d’incredulità per la discrasia tra la conoscenza individuale di persone serie, laboriose, solidali, istintivamente empatiche, e l’immagine pubblica. Lo sguardo degli altri – che per tanti di noi non sono affatto stranieri, anche se non italiani – è allora fondamentale per raggiungere un equilibrio tra il rifiuto e il contrasto delle insufficienze, delle ingiustizie che derivano da un sistema bloccato, e la consapevolezza delle cose che siamo stati in grado, e siamo ancora in grado, di dare e di fare.

Rileggere e celebrare i nostri 150 anni di unità, serve anche perché nella storia unitaria si sono iscritte le decisioni individuali di chi ha scelto il lavoro e la lealtà; di chi ha scelto l’impegno per le proprie comunità e istituzioni, che della nostra unità si sono informate. E senza quelle decisioni non sappiamo se un decimo o un centesimo delle cose che facciamo oggi sarebbe possibile, o immaginabile. La storia dell’Italia unitaria è un luogo di contraddizioni estreme – nelle quali c’è stato anche un largo spazio per la giustizia, la crescita collettiva, per fatti ordinari e cose eccezionali – da cui viene la consapevolezza che portiamo sempre con noi, al di qua o al di là delle Alpi.

Dall’Unità di oggi

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