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	<title>Marco Simoni</title>
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	<description>Marco Simoni è economista e politologo, insegna alla London School of Economics; è esperto di capitalismo comparato e relazioni industriali e collabora con il Sole24Ore. Su Twitter è marcosimoni_</description>
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		<title>La donna che creò la classe media</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 10:12:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[margaret thatcher]]></category>
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		<description><![CDATA[Quanti sanno che la CBI, la Confindustria inglese, fu per i primi anni una strenua oppositrice della nuova politica economica di Margaret Thatcher? Io lo imparai negli anni del dottorato, quando avevo tempo di leggere gli archivi (comunque ora è &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2013/04/09/la-donna-che-creo-la-classe-media/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanti sanno che la CBI, la Confindustria inglese, fu per i primi anni una strenua oppositrice della nuova politica economica di Margaret Thatcher? Io lo imparai negli anni del dottorato, quando avevo tempo di leggere gli archivi (comunque ora è tutto online o quasi). Sono poche le figure che hanno lasciato un segno sulla storia economica – e dunque politica, sociale, civile, culturale – del pianeta quanto lei, ma non si comprende il significato del concetto stesso di leadership se sfuggono quegli anni del suo primo governo. è costume delle nostre latitudini prendersela con le leggi elettorali, e beati loro gli inglesi e francesi che sì riescono a governare. Eppure, la vittoria elettorale del 1979 dei Tory era stata preceduta da due tornate sostanzialmente non risolutive, con debolissime maggioranze di un Labour party molto diviso e incapace di far rispettare ai sindacati i patti che essi stessi sottoscrivevano, con una economia in caduta libera.</p>
<p>In quegli anni, ci consola un po’ ricordarlo, la Gran Bretagna era considerata “The Sick Man of Europe”, il malato d’Europa, epiteto che è ormai nostro da almeno un decennio. Arrivò poi Margaret Thatcher a convincere i britannici che l’inflazione era la causa di tutti i guai e stravinse le elezioni con il più massiccio spostamento di voti del secolo – pareggiato da Tony Blair quasi vent’anni dopo.</p>
<p>Il cambiamento di paradigma che proposero i Conservatori alle elezioni, e lei riuscì a mantenere, vide l’ostilità aperta di moltissimi dei suoi sostenitori, non appena si accorsero che quella politica finiva per danneggiarli: il primo ministro rispose alle critiche suggerendo che se l’industria inglese andava male era a causa di un management non molto capace, abituato a chiedere aiuto allo stato anziché risolvere problemi. Tenne duro, si alleò con l’industria finanziaria nascente, e vinse la battaglia culturale interna al punto che oggi le politiche “thatcheriane” sono considerate per antonomasia a favore degli imprenditori. Eppure all’inizio non era così, anzi sono costate carissime a molti imprenditori.</p>
<p>Erano anni in Inghilterra d’inflazione a due cifre per abbassare la quale si sacrificarono industrie alla crisi e milioni di lavoratori alla disoccupazione. Il prezzo sociale dell’aggiustamento fu molto alto, ma nessuno fu in grado di elaborare un’alternativa convincente per diciotto lunghi anni. Ne uscì un Regno Unito profondamente diviso da un punto di vista economico, con larghissime sacche di povertà e un numero impressionante di miliardari. Nei grandi centri urbani la polverizzazione sociale non si è più risolta, come dimostrarono i tumulti di due anni fa nelle periferie di Londra, i saccheggi di scarpe alla moda: senza politica, senza senso, paradosso di gesti collettivi mossi dall’individualismo più povero e superficiale.</p>
<p>Eppure la Thatcher ha lasciato anche una economia e una società molto dinamiche e libere, con una estesa e attenta classe media che ha potuto fiorire e diventare punto di attrazione internazionale quando al ventennio conservatore del tutto restrittivo si è sostituito un quindicennio laburista di segno opposto: concentrato sulla scuola e sulla sanità pubbliche, sulla apertura culturale, su una crescita attenta e calibrata di spesa sociale e culturale i cui frutti sono ancora ben presenti nonostante il cambio di governo e la successiva nuova vittoria dei Conservatori.<br />
Un’economia aperta e funzionante apre sempre le possibilità, un’economia stagnante castra invece ogni speranza. Una economia funzionante nutre la democrazia matura: senza crescita economica, senza opportunità, trionfano i populismi.</p>
<p>Dal punto di vista soggettivo, quel che rimane, e che si scorge nei tratti diffusi del popolo britannico, è l’amor proprio di chi preferisce combattere, vincere e perdere, piuttosto che galleggiare. In un leader questo amor proprio consente grandi cambiamenti che si portano dietro una nazione: nella vita di tutti, è l’amor proprio del semplice rispetto delle regole e del disprezzo sia degli alibi che delle ragioni terze alle proprie sconfitte.</p>
<p style="text-align: right;">(<a href="http://www.europaquotidiano.it/2013/04/09/non-condannate-la-donna-che-creo-la-classe-media/">Per <em>Europa</em></a>)</p>
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		<title>Sui diritti gay</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 12:33:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Simoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Io penso che i diritti debbano essere uguali per tutti. Ne ho parlato molte volte e non ho mai cambiato idea. Oggi questa mia posizione vive in un movimento politico che sul tema ha deciso di non avere una posizione &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2013/02/21/sui-diritti-gay/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io penso che i diritti debbano essere uguali per tutti. Ne ho parlato molte volte e non ho mai cambiato idea. Oggi questa mia posizione vive in un movimento politico che sul tema ha deciso di non avere una posizione ufficiale, ma di lasciare che gli individui possano liberamente esprimersi in Parlamento. Monti ha ieri sostenuto nuovamente una idea – personale, come quella di tutti noi – generica sulla necessità di maggiori diritti per i gay, e una ispirazione di principio che invece penso debba essere patrimonio comune, su una tensione “europeista” anche su questi temi.</p>
<p>Non avere una posizione ufficiale “di partito” porta con sé due conseguenze molto positive per chi, come me, ha a cuore il tema dei diritti in generale, e di quelli delle persone omossessuali in particolare. La prima conseguenza è di far sì che questi temi, così importanti, non si possano strumentalizzare per ragioni elettorali o di posizionamento politico interno, come invece è accaduto sistematicamente nella seconda Repubblica, a destra e a sinistra.</p>
<p>Anche Vendola che oggi recita la parte del paladino per il matrimonio gay, per anni – e due elezioni da governatore – se ne era detto contrario, sostenendo solo la timidissima difesa delle “coppie di fatto” che è cosa molto meno seria di qualsiasi unione civile europea.</p>
<p>Invece, è urgente smontare l’idea che su questi temi debba schierarsi un partito contro un altro: le questioni che riguardano la sfera esistenziale delle persone non sono questioni “di parte”, o “distributive” come si dice in economia. Pertanto, andrebbero trattate come tali, evitando di intestare a un partito o movimento – che è una “parte” per definizione – la loro potestà.</p>
<p>Specialmente in Italia, dove su questi temi c’è un ritardo spaventoso ed è urgente legiferare è importante che le decisioni che verranno sperabilmente prese vengano vissute e interpretate come patrimonio comune, frutto di una libera discussione parlamentare, e non “conquista” di una fazione politica magari da ribaltare alle elezioni successive.</p>
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		<title>Elogio del discernimento, invece</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2013 12:29:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Simoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È circolata ieri per un po’ la discussione su questo Buongiorno di Gramellini, che, riprendendo il blog di Cinzia Sciuto, faceva l’elogio della genericità contro i programmi elettorali dettagliati: ci interessano i valori e le utopie, suggeriva, tanto i governanti si &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2013/02/17/elogio-del-discernimento-invece/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È circolata ieri per un po’ la discussione su <a href="http://www.lastampa.it/2013/02/16/cultura/opinioni/buongiorno/elogio-della-genericita-T4HogWgB5QGpcW0XT9GDZL/pagina.html">questo</a> Buongiorno di Gramellini, che, riprendendo il blog di <a href="http://cinziasciuto.blogspot.it/2013/02/elogio-della-genericita-in-campagna.html">Cinzia Sciuto</a>, faceva l’elogio della genericità contro i programmi elettorali dettagliati: ci interessano i valori e le utopie, suggeriva, tanto i governanti si troveranno davanti comunque problemi imprevisti.</p>
<p>È una cosa su cui val la pena riflettere perché anche se suggestivo, a ben guardare l’elogio della genericità è esattamente quello che ci ha condotto fino a qui, tra i paesi che stanno peggio di tutto il mondo occidentale, quello in cui spazio per giovani non ce n’è, in cui i problemi si scaricano sul futuro, in cui non è mai responsabilità di nessuno. Abbiamo passato anni a votare a favore o a sfavore di umori e impressioni e questo ci ha abituato o assuefatto ad ascoltare propositi senza mai o quasi mai confrontarli con le cose che si fanno, che si sono fatte, e sulle loro conseguenze.</p>
<p><a href="http://www.sceltacivica.it/candidati/candidato.aspx?id_userreg=55&amp;c=15">Andrea Romano</a> ha pronunciato qualche tempo fa <a href="http://www.youtube.com/watch?v=eaBDpU1vwoU">un bel Ted</a> a Pisa sul coraggio in politica, proprio su questo: sull’importanza delle cose che si fanno, perché la realtà ha sempre una forza maggiore delle ideologie. Perché se è vero che le ispirazioni, i valori, il modo in cui si è, sono caratteristiche importanti per determinare il voto, come facciamo a riconoscerle? Secondo me in due modi: il primo è guardare al passato, alle cose che uno ha già fatto, al tipo di valori che quelle cose hanno riflettuto. Il secondo è ascoltare le cose che ci si propone di fare. Infatti, in generale, si è tutti a favore del bene e contro il male; pensiamo tutti – o lo speriamo almeno – che l’amore vinca sempre sull’invidia e sull’odio – come dice l’ineffabile Berlusconi. Però se non si cerca di spiegare almeno come si cerca di farlo vincere, quali scelte vanno prese e come, allora diventa solo un generico rincorrere la retorica, un solleticare istinti appunto: e che siano istinti anticomunisti d’antan, o istinti di appartenenza pura d’antan, poco cambia.</p>
<p>La conclusione secondo me per votare davvero seguendo l’istinto, cioè per far prevalere i propri valori e le proprie convinzioni, bisogna dare spazio alla lettura, alla riflessione, e al discernimento.</p>
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		<title>Ringiovanita</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Feb 2013 18:28:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Simoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri durante una discussione pubblica di presentazione di Scelta Civica, una signora ha detto una cosa bellissima. Parlava di lavoro, del fatto che fosse una dipendente della pubblica amministrazione, di quei lavoratori “spesso considerati negativamente” dall’opinione pubblica come nullafacenti. Era &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2013/02/09/ringiovanita/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri durante una discussione pubblica di presentazione di <a href="http://www.sceltacivica.it/marcosimoni" target="_blank">Scelta Civica</a>, una signora ha detto una cosa bellissima. Parlava di lavoro, del fatto che fosse una dipendente della pubblica amministrazione, di quei lavoratori “spesso considerati negativamente” dall’opinione pubblica come nullafacenti. Era quasi pronta alla pensione, e poi la riforma “in qualche modo mi ha ringiovanita, perché ora ho una prospettiva di lavoro più lunga e voglio partecipare alla riforma dei miei uffici”.</p>
<p>Intendiamoci: io credo che la riforma delle pensioni – anche al netto del cosiddetto problema degli “esodati” – sia stato un grande sacrificio. La stessa interlocutrice di ieri aveva un tono di ironia rassegnata. Però la riforma delle pensioni è stata una cosa che per venti anni è stata sempre, sempre approcciata col metodo del rinvio. Si approvava, ma non entrava in vigore mai, e mai toccava i lavoratori attivi. Poi si approvava differita. Poi si tornava indietro, e per farlo si aumentavano le tasse ai precari. Poi l’Italia stava fallendo e il Governo Monti l’ha finalmente completata.</p>
<p>Ci sono però almeno due modi di vivere una riforma dura, ma necessaria e in quanto necessaria, utile. Uno è il modo tipico: protestare, dire o lasciare intendere di volerla cambiare, guardare indietro. L’altro l’ha mostrato ieri la gentile dipendente pubblica: si guarda avanti, e si scoprono cose a cui prima non si era pensato.</p>
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		<title>Dalla parte di giovani e precari</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 22:26:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Simoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una ragione più di altre ha sempre animato il mio impegno, da ormai molti anni: il desiderio di difendere e promuovere gli interessi della parte della nostra società più svilita, offesa e sfruttata. La generazione immolata sull’altare dell’ideologia e del &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2013/01/24/dalla-parte-di-giovani-e-precari/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una ragione più di altre ha sempre animato il mio impegno, da ormai molti anni: il desiderio di difendere e promuovere gli interessi della parte della nostra società più svilita, offesa e sfruttata. La generazione immolata sull’altare dell’ideologia e del benaltrismo della classe politica degli ultimi vent’anni. Oppure, peggio, consapevolmente spremuta per tenere in piedi un’economia altrimenti al collasso. Parlo delle persone più giovani di me, quelle che da quindici anni vengono falcidiate con contratti precarissimi, senza un qualunque ammortizzatore sociale o un aiuto a trovare un’occupazione; senza assistenze per la maternità, o nessuna delle tutele elementari che sono presenti in qualunque Paese europeo.</p>
<p>Questa è anche la prima ragione per cui sono candidato con Scelta Civica; è il motivo per cui lavoro da più di tre anni con Italia Futura, parlando e <a href="http://www.italiafutura.it/ricerca/Marco%20Simoni">scrivendo</a> soprattutto di questo; è il motivo per cui ho visto nel governo Monti una prima, ancora breve nel tempo ma significativa, discontinuità. Ed è il motivo per cui, in una stagione politica passata e molto diversa, persi le speranze nella possibilità del centrosinistra italiano di occuparsi – nei fatti, producendo risultati concreti, reali – di questi temi. Su questo ognuno avrà la propria opinione, la mia si basa sulla constatazione di un fallimento costruito e difeso in due decenni. Non basta dirsi a favore dell&#8217;uguaglianza e dell&#8217;equità, bisogna fare cose, o almeno proporsi politiche, che l&#8217;equità la perseguano davvero.</p>
<p>Ciò che è importante è avere un’idea chiara, onesta – e sì, lasciatemelo dire, anche istruita – su come scartare di lato e invertire questa patologica condotta ventennale, su come restituire (e in alcuni casi dare) speranza a una generazione incastrata per ragioni indipendenti dalla propria volontà e dalle proprie azioni da un Paese chiuso e inospitale.</p>
<p>Oggi, in Italia, si può portare avanti una agenda politica preoccupata dell’equità solamente se si persegue una decisa <span style="text-decoration: underline"><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-08-13/solo-crescita-creare-equita-063847.shtml?uuid=AbLR5jNG">strategia di crescita economica</a></span>. Riproporre spesa pubblica, o politiche industriali novecentesche, come – nelle diverse variazioni sul tema – suggeriscono a turno Tremonti e gli strateghi economici del PD significa ingannare gli elettori, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, rischiare di vanificare gli sforzi di risanamento finanziario dell’ultimo anno.</p>
<p>Per questo un programma con al centro crescita ed equità non può che prescindere da ricette ideologiche, che – indipendentemente da tutto – hanno il grave e semplice problema di non funzionare, di replicare le ingiustizie presenti. Di essere, nei fatti, un modo come un altro per conservare lo <em>status quo</em>, quello che sembra essere l’unica bussola nell’Italia di oggi.</p>
<p>E non può rinunciare a prendere esempio dai modelli europei; a trarre insegnamento da quelli che queste cose le hanno già provate, come i Paesi scandinavi, rinunciando una volta per tutte a pensare che – come, uno dopo l’altro, ci hanno recentemente risposto Massimo Mucchetti e Bruno Vespa – “sarebbe bello” ma non è possibile perché siamo in Italia, come se l’essere italiani fosse una malattia genetica (e perciò incurabile).</p>
<p>Non sono sicuro che sia così importante domandarsi se questa visione, di tutela concreta ai più deboli, sia progressista o conservatrice – anche se un’idea della risposta ce l’ho –, però sono sicuro che nell’attuale quadro politico c’è soltanto una formazione che ha un’idea chiara e informata sul fare, e come fare, queste cose: la nostra Scelta Civica.</p>
<p>Ah, poi, presto parliamo anche di diritti.</p>
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		<title>Mi candido, con Monti</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 16:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Simoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo è il mio blog ed è quindi giusto usarlo – oltre che per articoli e commenti – anche per raccontare quello che mi succede, specie se si tratta di una cosa così importante. Sono candidato alla Camera dei Deputati, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2013/01/14/mi-candido-con-monti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo è il mio blog ed è quindi giusto usarlo – oltre che per articoli e commenti – anche per raccontare quello che mi succede, specie se si tratta di una cosa così importante. Sono candidato alla Camera dei Deputati, collegio di Roma e provincia, nella lista Scelta Civica con Monti Presidente.</p>
<p>Come si dice in questi casi, è impossibile riassumere in poche righe il senso di una candidatura che ho accettato con emozione e onore – e nella quale spero di riuscire a portare ciò che mi ha insegnato la mia professione, e ciò che ho imparato dalle persone che ho conosciuto e dalle cose che ho fatto negli ultimi 38 anni.</p>
<p>È da tempo che racconto quel che credo, dando le mie opinioni attraverso una presenza online abbastanza regolare. Ho scritto a lungo per l’Unità (<a href="http://cerca.unita.it/?f=fir&amp;key=Marco%20Simoni&amp;orderby=1">qui</a> i miei articoli), scrivo per il Sole24Ore (<a href="http://argomenti.ilsole24ore.com/marco-simoni.html">qui</a> i miei articoli) e naturalmente su questo blog. Sei mesi fa è uscito un <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8831711563/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&#038;camp=3370&#038;creative=23322&#038;creativeASIN=8831711563&#038;linkCode=as2&#038;tag=wittgenstein-21">mio libro</a> che spiega le ragioni del nostro declino economico – poi diventato sociale e culturale –, che ha radici politiche non aggirabili con uno degli alibi normalmente impiegati: da “è tutta colpa del liberismo” a “è tutta colpa degli immigrati”. Sono scorciatoie logiche per autoassolversi e non mettere in gioco la propria parte di responsabilità nell’inazione cui è stato condannato il nostro Paese negli ultimi vent’anni, un Paese che – nonostante tutto questo – è pieno di motivi di ottimismo e fiducia a patto di comportarsi da adulti, rifiutare gli alibi, capire gli errori commessi, cercare di fare cose diverse e nuove.</p>
<p><iframe width="610" height="458" src="http://www.youtube.com/embed/vk5Jg-mAeVY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>So che alcuni, anche fra persone che stimo, hanno perplessità su un aspetto o sull’altro della formazione politica che si è creata. Un po’ è inevitabile: non era mai successo nella storia della nostra Repubblica – una lista nazionale, composta solo da persone che non sono mai stati parlamentari, organizzata senza strutture politiche pre-esistenti. Poi ci sono altre obiezioni, di sostanza, a cui mi piacerebbe dare una risposta, e nei prossimi giorni conto di provare a farlo.</p>
<p>Per ora posso soltanto dire che la scelta di candidarmi è stata possibile – oltre, ovviamente, al supporto infinito della mia famiglia che ora mi segue da lontano: viviamo a Londra da molti anni, i miei figli sono nati là – grazie al lavoro incredibile che sta facendo Italia Futura, assieme alle altre associazioni che hanno promosso la lista di Scelta Civica a sostegno di Mario Monti. È un lavoro eccezionale su tantissimi livelli, politici, organizzativi, comunicativi, compiuto da persone speciali – proprio quelle che ciascuno di noi vorrebbe nel proprio movimento politico – che, in pochissime settimane, stanno cercando di cambiare la politica italiana.</p>
<p>Quando le cose stanno così, non c&#8217;è altra possibilità che l’essere determinati: a fare del proprio meglio; e quando questo meglio non è abbastanza, impegnarsi per fare ancora di più. Sperando di essere, da candidato, all&#8217;altezza di quelle persone, del loro lavoro e del loro impegno.</p>
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		<title>Un&#8217;alternativa ai neo-marxisti del PD</title>
		<link>http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/10/11/crisi-economica-europea/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Oct 2012 10:22:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[italia futura]]></category>
		<category><![CDATA[stefano fassina]]></category>

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		<description><![CDATA[Il PD è in testa a tutti i sondaggi e il suo responsabile economico, nella sostanza non smentito dal segretario, afferma testualmente che l’Agenda Monti “non funziona” ed è la “meno adatta ad affermare le priorità della fase”. Affermazioni serie &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/10/11/crisi-economica-europea/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il PD è in testa a tutti i sondaggi e il suo responsabile economico, nella sostanza non smentito dal segretario, afferma testualmente che l’Agenda Monti “non funziona” ed è la “meno adatta ad affermare le priorità della fase”. Affermazioni serie sul futuro del paese, su cui io, come gli altri promotori di Italia Futura, sono in netto disaccordo. Al contrario, le speranze dell’Italia di invertire il suo trend di declino economico ventennale passano per un approfondimento della agenda di questo governo, un approfondimento di legislatura, sostenuto da una maggioranza politica.</p>
<p>Ho l’impressione che la differenza di opinione non discenda da obiettivi divergenti: tutti vogliamo un paese più forte economicamente e più coeso socialmente, un welfare allargato e sostenibile, maggiori opportunità di lavoro e impresa. A fare la differenza è l’analisi sulle ragioni della crisi italiana che portano Fassina a sostenere proposte implausibili rispetto a quegli obiettivi. Innanziatutto la nostra afasia economica non dipende solo dalla crisi degli ultimi cinque anni: sono circa vent’anni che la nostra produttività è in declino. Secondo, se certamente le discipline di bilancio imposte dall’Unione Monetaria non erano sufficienti a garantire stabilità di lungo periodo, la tesi che attribuisce a quella disciplina la causa della crisi attuale è priva di fondamenta. In altre parole: la governance dell’Euro era imperfetta perché le mancavano dei pezzi, non perché sostenesse l’esigenza di bilanci in ordine nel medio periodo. Limitare il coordinamento tra gli Stati al rispetto di parametri quantitativi arbitrari ha infatti impedito di cogliere che, sotto quella parvenza, una serie di paesi approfittava della protezione garantita dall’Euro per evitare di risolvere le proprie questioni.</p>
<p>Quel che stupisce della situazione attuale, infatti, è che i problemi maggiori di paesi assai diversi come la Grecia, la Spagna, l’Italia, l’Irlanda, ruotano tutti attorno a un rapporto distorto e opaco tra economia e politica. In Grecia si sono truccati i conti pubblici per coprire le spese clientelari; in Spagna le casse di risparmio locali gestite dai politici hanno gonfiato la bolla edilizia e continuato ad alimentare il debito ben oltre il 2007-2008; in Irlanda una commistione inaccetabile tra politica e finanza ha scaricato sui cittadini il costo della crisi delle banche. In Italia, una politica priva di visione per il futuro del proprio paese ha approvato decine di riforme – costantemente confermate da successivi governi di centrodestra o centrosinistra – che hanno distrutto l’organizzazione economica della prima Repubblica senza configurare un modello nuovo, senza modernizzare il paese, e nella totale trascuratezza dei punti di forza del sistema produttivo nazionale.</p>
<p>Non c’è dubbio che molti commentatori, anche conservatori, suggeriscono oggi a Gran Bretagna e Unione Europea di allentare le morse dell’austerità che, in questo momento, sembrano controproducenti. Ma attribuire a quei commentatori la difesa delle municipalizzate di nomina partitica, la difesa irriducibile della pletora di enti decisionali, o – per evitare facili polemiche – il sistema di tassazione più ostacolante d’occidente, è una caricatura di quel dibattito che, al contrario, è estremamente pragmatico. Con pragmatismo allora ci si chiede quanto sia plausibile pensare di invertire il declino ventennale dell’Italia con investimenti pubblici finanziati da debito che può chiamarsi “Eurobond” ma sarebbe di fatto garantito dalla Germania? Quanto è realistico chiedere ai tedeschi di approvare politiche monetarie che ne riducano la loro stessa competitività così che l’Italia possa sfigurare meno nei mercati internazionali senza dover compiere la stessa fatica riformatrice che i tedeschi (e i danesi, e gli svedesi) hanno compiuto oltre dieci anni fa?</p>
<p>Proseguire l’Agenda Monti non significa dunque, come mostrato già ieri dalla prima riduzione dell’Irpef, vivere in uno stato permanente di austerità, come suggerisce la caricatura che ne compie la sinistra neo-marxista (che non è un insulto ma una semplice descrizione accademica). È al contrario passare dall’essere una democrazia infantile – in cui per ogni problema c’è un responsabile che non siamo noi, e una soluzione che viene da fuori – ad una democrazia adulta che si preoccupa innanzitutto di organizzare in maniera efficiente il modo in cui si fa economia.</p>
<p>Per fare questo non basta – anche se è necessario – liberalizzare i mercati che non lo sono e investire in formazione e ricerca: è fondamentale riformare il modo in cui lo Stato entra nei processi di produzione. Tasse e burocrazia sono ormai talmente pervasivi da essere diventati argomento di conversazione casuale come la pioggia o il solleone. Allo stesso modo, la risposta ai recenti fenomeni di corruzione locale non può essere solo di tipo morale, perché il ladrocinio può avvenire solo dove la discrezionalità ingiustificata è estesa. L’eccesso di discrezionalità che il potere politico – politico, non lo Stato che dovrebbe essere imparziale – esercita in continuazione in Italia, a differenza di qualunque degli stati europei dal più liberale al più coordinato, è il primo ostacolo da rimuovere per rimettere in grado l’Italia di crescere, e quindi svolgere un ruolo di traino nel consesso europeo.</p>
<p style="text-align: right;">(<a href="http://www.ilfoglio.it/">Pubblicato sul <em>Foglio</em></a>)</p>
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		<title>I più insider di tutti</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Oct 2012 12:32:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lazio]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa è necessario fare per riconciliare la società italiana con la propria espressione politica? Gli ultimi scandali alla regione Lazio lasciano la sensazione di una missione impossibile. Paradossalmente, tuttavia, non credo sia la disonestà a motivare la crisi di rappresentanza &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/10/05/crisi-politica/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa è necessario fare per riconciliare la società italiana con la propria espressione politica? Gli ultimi scandali alla regione Lazio lasciano la sensazione di una missione impossibile. Paradossalmente, tuttavia, non credo sia la disonestà a motivare la crisi di rappresentanza in cui si trova il paese ( oltre il 70% degli elettori dichiara di volersi astenere o votare un partito di protesta). Certo, la tentazione di stabilire un nesso di causa e effetto tra malaffare e antipolitica rimane forte. Eppure, sia le tendenze qualunquistiche che gli scandali non sono mancati nella prima Repubblica, ma una sostanziale fiducia nel sistema politico non veniva meno. Allo stesso tempo è evidente che i politici onesti e laboriosi rimangono la stragrande maggioranza. Eppure, la crisi di rappresentanza c&#8217;è.</p>
<p>Io credo siano due le ragioni principali che hanno eroso la fiducia dell&#8217;Italia nei propri rappresentanti, ragioni di carattere economico legate al modello di capitalismo che si è configurato a partire dagli anni &#8217;90. In una società in declino economico ventennale, sempre più divisa tra insider e outsider, i politici appaiono come i più insider di tutti. Gli insider hanno opportunità negate agli outsider, accedono a un reddito dignitoso e stabile mentre gli outsider vivono nella precarietà anche se sono professionisti iperqualificati; gli insider hanno la possibilità di costruirsi un futuro, gli outsider no.</p>
<p>Le somme vertiginose che i gruppi consiliari gestivano nella totale discrezionalità erano comunque milioni di euro che garantivano alle aziende che venivano assunte di resistere alle intemperie della crisi. La distanza diventa dunque immediatamente percepibile &#8211; al netto di qualunque illegalità &#8211; tra un ristoratore o un editore legato ad un politico locale e il suo collega privo di tale legame. Il caso dei fondi ai gruppi consiliari è allora un esempio in sedicesimi, ma di immediata comprensione soggettiva, di quanto avviene su scala maggiore e relativo alla influenza impropria che i partiti continuano ad esercitare sull&#8217;economia italiana. Dai consigli d&#8217;amministrazione delle aziende di servizi locali, ai vertici delle Asl, passando per le grandi aziende nazionali, appare evidente che i partiti hanno perso il ruolo che esercitavano nell&#8217;economia chiusa, organizzata in poche categorie professionali e produttive, ma hanno mantenuto un largo potere discrezionale particolarmente visibile e presente a livello locale.</p>
<p><strong>(<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-10-05/insider-diventato-poltrona-palazzo-063916.shtml?uuid=AbU70hoG">Continua a leggere sul <em>Sole 24 Ore</em></a>)</strong></p>
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		<title>Cosa l&#8217;Italia può fare per l&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Sep 2012 09:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[mario monti]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Europa dei tecnici che, da Draghi a Monti, di fatto governa buona parte del sud Europa e degli altri Stati in crisi di debito, svolge con grande determinazione il suo compito. Senza possibilità né mandato di cambiare le variabili politiche &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/09/14/italia-guida-economia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Europa dei tecnici che, da Draghi a Monti, di fatto governa buona parte del sud Europa e degli altri Stati in crisi di debito, svolge con grande determinazione il suo compito. Senza possibilità né mandato di cambiare le variabili politiche di fondo, le scelte tecniche hanno il compito di trovare la soluzione più efficiente alle condizioni date.</p>
<p>Dopo il piano-Draghi che consente alla Bce acquisti difensivi di debito pubblico, il passaggio successivo sarà nella direzione dell&#8217;unione bancaria, e poi?<br />
Similmente a quanto avviene in Italia, anche in Europa si sta esaurendo il tempo dei tecnici che, come è giusto, lascia aperta la questione di fondo che riguarda le asimmetrie persistenti tra i Paesi europei, questione politica che ancora non ha conosciuto una discussione realistica.</p>
<p>Si sono sentiti e letti auspici di &#8220;salto in avanti&#8221; verso forme di federalismo fiscale e solidarietà economica, auspici che spesso si risolvono in una richiesta indiretta di trasferimenti dagli Stati più ricchi a quelli a crescita stagnante &#8211; magari sotto forma di garanzia per Eurobond. Tuttavia, infervorarsi oggi sostenendo l&#8217;urgenza di eleggere direttamente un presidente degli Stati Uniti d&#8217;Europa, o argomentare la necessità di piani di grandi opere continentali in sostanza finanziate dai tedeschi non serve ad avvicinarsi ad una soluzione politica realistica e fattibile.</p>
<p>È diventato ormai chiaro infatti che lo sviluppo politico dell&#8217;Unione Europea non dipende dallo scontro tra la destra liberista e la sinistra sociale: Hollande e la Spd sono entrambi saldamente nel solco di Sarkozy e Merkel. Il tema, come sempre è stato, riguarda i rapporti tra le nazioni nella loro interezza, deve essere rispettoso dunque sia degli interessi dei diversi popoli che dei cicli politici che li rappresentano.<br />
Il tema profondo, finora eluso, è che la differenza di trend economici è specchio della distanza tra le democrazie del nord, che hanno ristrutturato il loro contratto sociale per adeguarsi ai ritmi dell&#8217;economia globalizzata, e quelle del sud che &#8211; anziché giovarsi delle mani legate dall&#8217;euro, come si augurava negli anni 80 Francesco Giavazzi &#8211; si sono sentite, al riparo nell&#8217;euro, con le mani libere.</p>
<p>Dell&#8217;Italia e della sua incapacità di ridurre il debito approfittando dei bassissimi tassi d&#8217;interesse, si è scritto molto; come del carattere incoerente delle riforme degli anni 90. La crisi Greca è, in maniera ancora più trasparente, figlia della irresponsabilità della classe politica che ha occultato artificialmente il buco di bilancio creato per acquistare consensi a colpi di assunzioni pubbliche e pensionamenti a pioggia. Spiega Luis Garicano sul <a href="http://blogs.lse.ac.uk/">blog</a> della <em>London School of Economics</em>, che la responsabilità della attuale crisi spagnola sia da attribuire alle Cajas, banche regionali dai vertici di nomina politica, spesso scelti tra burocrati di nessuna competenza. Le Cajas hanno perseguito negli anni di tassi bassi pratiche clientelari e hanno continuato ad accumulare debiti anche dopo e durante la crisi finanziaria.</p>
<p>Da un punto di vista economico non c&#8217;è dubbio che la condizione dell&#8217;Italia sia molto più solida di quella degli altri paesi mediterranei, e siamo stati in grado con duri sacrifici ma anche con relativa facilità di aggiustare i nostri conti. Ma a questo punto, per poter rafforzare i legami politici con i Paesi del nord Europa, i Paesi del sud devono dimostrare altro che semplici cifre in ordine, o indici di flessibilità del lavoro in ribasso. È evidente e comune a questi paesi &#8211; in grado diverso, certo &#8211; la necessità di un cambio di rotta nei processi di funzionamento dell&#8217;economia e del suo rapporto con lo Stato. Un cambiamento che deve trasmettere il senso dell&#8217;abbandono di pratiche corporative, chiuse e discrezionali, e un avvicinamento leggibile alle pratiche più trasparenti del nord Europa. In altre parole, una volta risolto il problema tecnico, il punto politico per i Paesi in ritardo di crescita è quello di avviare un percorso di riforme endogene, pratiche nuove che sia possibile raccontare in maniera credibile ai partner europei.</p>
<p>Proprio per la sua maggior forza economica l&#8217;Italia potrebbe svolgere su questo un ruolo di guida per i Paesi mediterranei, che dovrebbero rivendicare su se stessi l&#8217;onere della prova, promuovendo una iniziativa politica che per una volta, anziché seguire indicazioni esterne si appropri di una agenda di riforme comuni, rivendicandone l&#8217;utilità e il percorso. In questo modo si potrebbero perseguire due obiettivi: stimolare nuovi processi di crescita economica solida mentre si mostra ai partner europei l&#8217;utilità e l&#8217;opportunità di un ulteriore rafforzamento dei legami comuni con chi, fino ad ora, ha confermato le peggiori previsioni dell&#8217;inizio degli anni &#8217;90.</p>
<p>(<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-09-14/roma-capitale-riforme-europee-063914.shtml?uuid=Ab94UKdG&#038;fromSearch">Pubblicato sul Sole 24 Ore</a>)</p>
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		<title>Parigi-Sulcis, ritorno al reale</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Sep 2012 15:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[alcoa]]></category>
		<category><![CDATA[francois hollande]]></category>

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		<description><![CDATA[Due fatti tra loro distanti meritano invece di esser letti assieme. In Francia, Hollande, dopo aver vinto una campagna elettorale attingendo a una retorica classicamente socialista, ha presentato un pesantissimo piano di austerità. Rimane la retorica contro i ricchi e &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/09/12/parigi-sulcis-ritorno-al-reale/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due fatti tra loro distanti meritano invece di esser letti assieme. In Francia, Hollande, dopo aver vinto una campagna elettorale attingendo a una retorica classicamente socialista, ha presentato un pesantissimo piano di austerità. Rimane la retorica contro i ricchi e a favore del lavoro, ma è solo retorica.<br />
La sostanza è che la classe media riceverà un duro colpo di nuove tasse e lo stato francese dovrà notevolmente asciugarsi per poter ridurre il deficit, e quindi interrompere l’accumulazione di debito prima che sia troppo tardi.<br />
A favore del lavoro dovranno arrivare forme di liberalizzazione e miglioramenti della produttività tramite un aumento della flessibilità: nessuno si aspetti un «allargamento del perimetro dello stato» come auspicato pochi giorni fa dalla Cgil in Italia.</p>
<p>Il secondo fatto è avvenuto a Roma, con la pesante – ed eccessiva – contestazione degli operai di Alcoa nei confronti del responsabile economico del Pd Fassina, a cui va naturalmente la solidarietà mia e di tutte le persone civili. La contestazione è tuttavia significativa perché rivolta a chi negli anni passati si è maggiormente distinto per attacchi verbali molto netti contro qualsiasi cambiamento dal modello di lavoro degli anni ‘70 come codificato dallo statuto dei lavoratori, nonché esplicito promotore di un rinnovato intervento pubblico in economia.</p>
<p>Perché i due temi sono legati? Perché parlano entrambi del fatto che segnare dei punti politici solleticando – in buona fede o meno – la nostalgia dei gloriosi giorni della lotta di classe è un anacronismo che non solo non avvicina la soluzione di alcuno dei problemi che hanno davanti i popoli europei, ma consuma riserve di democrazia che invece andrebbero protette con parole di verità.</p>
<p>Quando nel 1983 Mitterrand compì la famosa «svolta a U» abbandonando lo slogan del “Keynesismo in un solo paese” lo fece dopo due anni di fallimenti e una politica inflattiva che causava continui attacchi al franco, pregiudicando la stabilità finanziaria. In altre parole, Mitterrand ci provò e poi si rese conto che la politica socialista tradizionale non funzionava più e serviva dell’altro. La manovra di Hollande invece non è una vera sorpresa né per noi né per lui. Lo sarà tuttavia per coloro i quali avevano creduto ancora una volta a promesse che non si potevano mantenere. Va in scena nuovamente il copione che vede da un lato delusione e sondaggi in picchiata mentre il presidente chiama alla responsabilità: ma non è un problema solo per lui, è un colpo grave, in un momento di crisi, alla credibilità della democrazia che non può fondarsi sulla sistematica discrasia tra le parole e i fatti.</p>
<p>Per questa ragione la contestazione degli operai dell’Alcoa deve essere un campanello di allarme per chi abbia a cuore la politica e il suo ruolo. Tuonare a giorni alterni contro le riforme del ministro Fornero, mentre si approvano in parlamento le sue riforme, fa parte della stessa identica discrasia di Hollande. Una “doppiezza” che punta a massimizzare i consensi con parole d’ordine dal sapore nostalgico – e forse può riuscirci nel breve periodo – ma in realtà è un bluff dal fiato cortissimo che finisce inevitabilmente per indebolire ancora una volta la credibilità della politica.</p>
<p>L’altro ieri su <em>Repubblica</em> si calcolava che costerebbe 400mila euro all’anno per operaio il salvataggio del Sulcis. La Alcoa sembra, ad oggi, destinata alla chiusura a meno di ulteriori investimenti pubblici a fondo perduto. Sono capitoli di irresponsabilità politiche del passato che oggi vengono al pettine e che causeranno una grande sofferenza per i lavoratori coinvolti, come sofferenza crescente sta causando la ventennale stagnazione economica in molte aree del paese.</p>
<p>Per superare le sofferenze servono due cose: un progetto chiaro e credibile, che non lasci intendere il ritorno ad un passato che – anche in paesi più robusti del nostro – non tornerà in quelle forme. Serve poi un progetto comune, che riguardi tutti e non solo chi urla di più, e che ridisegni nuove opportunità, che sia in grado di dare un senso collettivo nazionale ai fatti personali che altrimenti diventano incomprensibili e inaccettabili ingiustizie. E chissà, potrebbe essere persino un progetto che entusiasma, e capace di ridurre le sofferenze al minimo perché in grado di creare nuove speranze. </p>
<p>(<a href="http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/137064/parigisulcis_ritorno_al_reale">Pubblicato su <em>Europa</em></a>)</p>
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