Perché in Italia c’è la precarietà? In Germania, Francia e Regno Unito ci sono più giovani che da noi con una durata media del posto di lavoro inferiore a un anno. Eppure in quei paesi, a differenza che da noi, non esiste un discorso pubblico e privato così drammaticamente concentrato sulla precarietà. Evidentemente, si tratta di un tema che non si può afferrare solo con riferimento alla durata dei contratti di lavoro.
La precarietà intesa come condizione esistenziale che restringe gli orizzonti delle persone al presente, impedisce scelte dalla prospettiva più ampia e porta con sé uno stato di sofferenza individuale può essere ricondotta a tre cause.
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Lei la sa sicuramente (nonché ovviamente) più lunga di me, ma provo a darle una spiegazione dal basso.
Secondo me, oltre a quelli che cita, c’è un altro motivo, legato a una certa forma di “cialtroneria” (la prego di tenere presenti le virgolette) simmetrica e molto italiana: quella del datore di lavoro e quella del lavoratore.
La prima riguarda la concezione padronale e paternalistica di stampo ottocentesco tipica di tanti imprenditori nostrani, che di solito preferiscono la mansuetudine e l’economicità alla preparazione facendo emergere in modo drammatico la dicotomia insanabile tra bassa professionalità/bassa retribuzione e alta professionalità/alta retribuzione. In altre parole: il datore di lavoro “medio” tra uno che sa fare così così e può essere pagato poco e uno che sa fare molto bene e deve essere pagato tanto, molto spesso sceglie il primo. Della qualità finale chi se ne frega, tanto la gente non capisce niente e alla fine, in qualche modo, si aggiusta tutto. Mettiamo una tettona mezza nuda nello spot e buonanotte.
La seconda riguarda la formazione del lavoratore “medio” che in Italia pare poco mirata a settori specifici. Insomma è molto facile trovare uno che sappia fare un po’ di tutto alla meno peggio piuttosto che uno veramente bravo in un solo e specifico settore.
Verrebbe da dire che questo secondo aspetto discende in eguale misura sia dal primo che dal modello formativo italiano, anch’esso probabilmente arretrato.
Mi sbaglio? Non è una domanda retorica.
Scusa Simoni, ma perchè dopo l’accenno alle realtà tedesche, francesi ed inglesi, che potrebbero contribuire a fare un po’ di chiarezza nel “confuso” dibattito italiano sulla precarietà, restringi il campo alle cause e criticità del nostro sistema e rinunci a qualche confronto ulteriore?
Oltre alla stranezza della proporzione inversa fra disagi reali inferiori (per numero di soggetti coinvolti sia in assoluto che in percentuale sugli occupati) e disastri sociali denunciati – in Italia – forse ci sono anche altri specificità nazionali interessanti, “che fanno la differenza”.
1) in Italia, la possibilità tedesca, inglese o francese di pagare bassi salari per lavori a profilo professionale “di base”, tolto l’apprendistato (comunque “strapagato” rispetto agli altri Paesi) non esiste: tutto a minimi contrattuali nazionali (gli stessi del popolo dei garantiti a tempo indeterminato);
2) gli interinali (manodopera gestita da agenzie di intermediazione) hanno comunque salari medi ma il loro vero problema è che, con la crisi, sono stati i primi a saltare; prima della crisi 2008-2009 c’era solo una piccola parte di protesta, gestita quasi sempre da chi rappresenta i garantiti e rivolta solo a contrastare il trasferimento agli interinali di posti lavoro dei garantiti (e non a tutelare i i precari..).
Il cuneo fiscale che massacra il (costo del) lavoro italiano è, in buona parte, ascrivibile proprio al fatto che non c’è modo di sottrarre (legalmente, perchè il lavoro nero, prolifera alla grande invece), una parte di posti di lavoro alla griglia contrattuale (di 150 CCNL, ecc. ecc.) e quindi fioriscono gli stratagemmi e le sporcaccionate imprenditoriali di tutti i tipi, dal ti pago 1000 ma mi ridai 300 alle lettere di licenziamento prefirmate, ecc.
Discutere sulla precarietà è porre male il problema: sono le attuali condizioni del mercato del lavoro e i paletti anni settanta che non consentono di modificare, adattare, sviluppare, nulla che non coincida con le attuali forme di rappresentanza datoriale e dei lavoratori. Si deve avere il coraggio di scoprire il velo di ipocrisia che nasconde – agli occhi delgi italiani – le soluzioni che funzionano in altri Paesi e che definiscono altri modelli di welfare e di sindacato.
Non sto dicendo che dovremmo buttare tutto il nostro modello nel cestino ma smettere di pensare di avere solo noi il problema e solo noi, ovviamente, la soluzione giusta.
Tutti gli altri sindacati (e partiti di sinistra, ecc.) sono forse meno imbecilli (o venduti, ecc.) di quanto ci piaccia pensare in casa nostra.
Vista l’ultima uscita di Landini sulla FIOM di lottaedilotta, benedetta da Susanna Camusso della CGIL “che non fa compromessi”, è possibile che il dibattito sulla precarietà e sulle soluzioni possibili diventi.. precario.
Adesso si vedrà chi fà tana e per chi;-)
“è possibile che il dibattito sulla precarietà e sulle soluzioni possibili diventi.. precario”
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sfott1 pure i precari… in francia alcune aziende licenziano con la scusa della crisi, ma è una balla; queste aziende fatturano più degli altri anni, non sono in crisi, eppure licenziano per diminuire i costi (di produzione immagino)