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Riforme modernizzatrici nel solco dell’identità

10 dicembre 2011

Le misure più importanti contenute nella recente manovra non sono quelle più dibattute. Certo, mosso dall’emergenza dell’euro, il governo Monti non poteva che concentrarsi su temi di finanza pubblica che suscitano istintive e motivate reazioni.

Ma per disinnescare le ragioni che ci hanno portato ad un passo da baratro è necessario tornare a crescere altrimenti anche i sacrifici che vengono chiesti oggi potrebbero risultare inutili nel giro di pochi anni.

(continua a leggere sul sito del Sole24Ore)

 

  • francescofinucci

    Ha centrato il problema. La questione non riguarda questo o quel settore, il problema riguarda il modo stesso di fare know-how e ricerca in Italia. Se si guarda a questo aspetto, credo sia indicativo che tra i paesi in cui la spesa pubblica per l’istruzione è più bassa sono proprio alcuni tra i paesi in cui il rischio default è stato più grave (Italia e Spagna) o è stato evitato con in vero e proprio atto d’imperio (Grecia). L’aspetto pubblico della formazione, oltre a quello all’interno delle aziende (al quale lei probabilmente si riferiva), credo sia fondamentale. Lei giustamente cita i monopoli, la mancata privatizzazione, ma la stessa crisi del debito italiano appena attraversata (e non per forza da considerare finita) mette in evidenza, oltre a queste criticità, anche un ruolo cruciale dell’aspetto più umano dell’economia. Le problematiche che riguardano l’Italia (interessi di lobby, incapacità cronica di gestire i monopoli di stato, mancate privatizzazioni) si inseriscono in un contesto culturale semi-feudale, dove il clientelarismo si impone come norma delle relazioni tra poteri. Una soluzione economica, in tal senso, non può bastare, anche se improntata ad una nuova via verso la crescita, diversa dallo sfruttamento schiavistico della Cina, ma anche dal modello tedesco.
    E’ questo l’apporto che più delle conciliazioni improponibili può dare Monti: una normalizzazione, almeno in campo politico. L’idea che il parlamento non sia un ring, e che il giornalismo non sia una nuova forma di servizio di vassallaggio.
    Il rischio è che, per l’ennesima volta nella nostra storia, ci si ritrovi a dimostrare la caratteristica dell’italiano che Monicelli ha descritto alla perfezione: La necessità di lasciare che qualcuno pensi per noi. Monti non è il messia, il cambiamento DEVE essere culturale, prima che economico.