E viva l’Italia

Dopo la laurea, ho passato otto degli ultimi dieci anni all’estero, ho sposato una cittadina americana e i miei figli sono nati a Londra, dove vivo lavorando in un’istituzione frequentata da studenti e professori di oltre 140 Paesi. Questa mia vita non solo non ha affievolito la mia identità di italiano, ma l’ha resa più consapevole e per questo forse ancora più forte.
In prossimità del 150esimo anniversario si discute di due cose, della nostra storia e del significato stesso dell’italianità, spesso per lamentarne le caratteristiche deboli, soprattutto in paragoni – spesso superficiali – con gli altri grandi stati europei con cui aspiriamo a confrontarci, alimentando un complesso d’inferiorità che traspare anche nei cantori retorici delle nostre qualità. Non c’è dubbio che l’esperienza di altre latitudini faccia notare con evidenza costi e sofferenze che non siamo stati ancora in grado di sciogliere, e che pesano soprattutto sulle persone più lontane dalle fonti del potere. Eppure i caratteri del nostro approccio alle cose, alle persone e ai fatti della vita, emergono sempre dalle nostre azioni con una profondità di ricchezza che è la vera fonte della nostra reputazione, molto più degli aspetti folcloristici buoni per un giornalismo stereotipato.

La reputazione dell’Italia è il portato del modo in cui gli altri cercano di decifrare i caratteri della nostra comunità, non è una semplice derivazione dell’immagine dei nostri governi. Al contrario, davanti agli scandali più insopportabili, il sentimento che registro io è quello d’incredulità per la discrasia tra la conoscenza individuale di persone serie, laboriose, solidali, istintivamente empatiche, e l’immagine pubblica. Lo sguardo degli altri – che per tanti di noi non sono affatto stranieri, anche se non italiani – è allora fondamentale per raggiungere un equilibrio tra il rifiuto e il contrasto delle insufficienze, delle ingiustizie che derivano da un sistema bloccato, e la consapevolezza delle cose che siamo stati in grado, e siamo ancora in grado, di dare e di fare.

Rileggere e celebrare i nostri 150 anni di unità, serve anche perché nella storia unitaria si sono iscritte le decisioni individuali di chi ha scelto il lavoro e la lealtà; di chi ha scelto l’impegno per le proprie comunità e istituzioni, che della nostra unità si sono informate. E senza quelle decisioni non sappiamo se un decimo o un centesimo delle cose che facciamo oggi sarebbe possibile, o immaginabile. La storia dell’Italia unitaria è un luogo di contraddizioni estreme – nelle quali c’è stato anche un largo spazio per la giustizia, la crescita collettiva, per fatti ordinari e cose eccezionali – da cui viene la consapevolezza che portiamo sempre con noi, al di qua o al di là delle Alpi.

Dall’Unità di oggi

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