Il vero scandalo insopportabile di queste settimane di attesa, che finalmente sono terminate con un finale degno di mezzogiorno di fuoco, non è la compravendita di deputati. La pochezza etica da tutti denunciata, e come tale percepita dall’uomo della strada e per questo giudicato con alzata di spalle dai consumati detentori della sapienza politicante italiana, non è il vero scandalo.
Non è vero scandalo non perché avveniva già nell’Italia giolittiana, o perché avviene spesso nelle democrazie maggioritarie, dove tanti voti parlamentari di importanza epocale sono stati determinati da pressioni economiche individuali su singoli deputati che hanno bisogno di fondi per sé e per la propria rielezione. L’Italia si era affrancata per cinquant’anni da queste pratiche per la forza civilizzatrice delle grandi forze identitarie del dopoguerra. Terminato il dopoguerra dopo cinquant’anni di Guerra fredda, forze dal pensiero politico drammaticamente debole hanno preso il sopravvento. Ma il pensiero è debole perché le persone che lo incarnano sono le stesse: ormai orfane delle ideologie erano, e sono, anime senza bussola, in attesa perenne di un Godot identitario che non potrà mai arrivare, perché il tempo è diverso. E’ anche tempo di uomini e donne che possano non vendersi tutti e sempre, sull’onda dell’urgenza e del potere, ma che abbiano un radicamento altrove, e pertanto siano forti anche senza un riferimento extrasensoriale e trascendente, come erano le identità che hanno formato tutti i politici che oggi contano in Italia.
La ragione dello scandalo è quella che prova un paese che nella sua vita quotidiana è lontano dal giorno della marmotta a cui hanno giocato i politici italiani per tre settimane. Il giorno della marmotta è un film surreale, molto popolare in America e in Italia, in cui un signore si sveglia ogni mattina, ed è sempre lo stesso giorno. I giornali sono gli stessi, i commenti sono gli stessi, i saluti dei passanti e le frasi di circostanza sono le stesse. E come in quel film da tre settimane nella politica e sui giornali si discute come se fosse sempre lo stesso giorno, anche se non è così. E lo hanno capito con grande lucidità i ricercatori e gli studenti che protestano, non solo contro chi promette meritocrazia senza averla mai conosciuta, e senza averne pagato gli oneri per goderne gli onori. Protesta contro un paese che sistematicamente impedisce ai sogni di realizzarsi, o molto più prosaicamente, di lavorare a chi ne ha voglia, talento e capacità. Un paese che ha rinunciato a investire sul suo futuro, un paese che ha fatto di una interpretazione miope e limitante del valore dell’esperienza, la sua bussola. L’esperienza è importante perché consente di cambiare la rotta intrapresa, non perché si batta sempre e comunque la stessa strada. Il conservatorismo diffuso, senza colore politico, ha strozzato il paese, ma un paese che ha più energia di quello che vogliono, in malafede, far credere i suoi dirigenti, e che i suoi giovani tentano di esprimere, nelle forme bellissime e vitali di canti e urla senza violenza, delle manifestazioni-flash, in cui si legge Dante, a tutti, sull’autobus.
E allora il vero scandalo è di chi, eletto a grandi responsabilità, di rappresentare l’intera nazione, che a rileggere la frase bisognerebbe sentire il sangue tremare nelle vene, si lambicca nei giorni della marmotta mentre il paese è in crisi e il futuro vero e concreto sembra diradarsi in un miraggio. Lo scandalo è il tempo buttato, l’attenzione su politici di terz’ordine che cattura necessariamente ogni mezzo di comunicazione, la voce sprecata a parlare e discettare di cose di importanza alcuna per la vita delle persone e il futuro di tutti noi. L’Italia questo scandalo non lo sopporta e non lo sconterà a poco prezzo. La dignità di chi lo perpetra è segnata senza rimedio.


