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Sulle larghe intese D’Alema si contraddice

20 luglio 2010

In maniera ciclica, è tornata la discussione sulle “larghe intese”. Il PD, immaginiamo anche per evitare speculazioni, ha deciso di esplicitare la sua linea attraverso una intervista di D’Alema al Corriere. In estrema sintesi, D’Alema suggerisce al centrodestra, escluso il Premier e gli uomini a lui più vicini, di varare un governo di “salute pubblica” al fine di portare a termine una serie di riforme fondamentali per il paese. La maggioranza del PD e la sua principale componente di minoranza si sono schierate attorno a D’Alema dando l’impressione di una strategia condivisa, il che certamente aggiunge chiarezza sugli obiettivi del gruppo dirigente del principale partito di opposizione. Come tutte le decisioni di questo genere, questa impostazione è esposta a numerose critiche, ma solo a posteriori sarà possibile un giudizio sulla sua efficacia.

Mi interessa qui sottolineare, tuttavia, una contraddizione profonda tra questa proposta e la linea – tipica di D’Alema e di uomini a lui vicini – a difesa del primato della politica e di denuncia della pericolosità della “antipolitica” sia nella versione qualunquista del movimento di Grillo, che nella versione tecnocratica di molti economisti mainstream.

Infatti, auspicare le larghe intese implica accettare l’idea che esistano una serie di riforme strutturali – più importanti delle altre – su cui tutte le persone ragionevoli potrebbero (e pertanto dovrebbero) convenire. Questa convinzione è stata, negli ultimi venti anni, tipica delle organizzazioni internazionali, dal Fondo Monetario all’OECD e, similmente ai movimenti populisti presenti in vari paesi occidentali, si fonda sull’idea che le divisioni politiche siano accessorie rispetto al governo delle persone ragionevoli. Non c’è dubbio che un governo dignitoso della società contemporanea richieda un alto livello di specializzazione e competenza per evitare scelte dannose.

Tuttavia, sostenere che il bene del paese dipenda dal superamento delle distinzioni di partito significa affermare che quelle distinzioni sono artificiali, e dunque dannose per il bene del paese. In altre parole, significa ridurre il ruolo della politica al piccolo cabotaggio e a conflitti sulle risorse marginali, una volta che il grosso delle decisioni sia stato preso.

Eppure non Blair né la Thacher, né Reagan né Obama, né Mitterand e nemmeno Andreotti o Moro hanno mai messo in campo riforme profonde e durature senza sottolinearne il carattere politico, parziale e fortemente orientato dalle loro idee, dalla loro prospettiva e dalla loro visione. Queste sono le caratteristiche della politica democratica, che definisce a maggioranza cosa sia il bene comune. Se si rinuncia a quest’idea, si sta rinunciando al primato della politica: questo sono le “larghe intese”.

11 commenti

  1. adrix says:

    Non capisco questo punto di vista. Per essere valida una riforma strutturale in campo economico dovrebbe NON essere condivisa da ma imposta dalla maggioranza “politica” che ha i numeri per farlo, se ho ben capito. Non mi pare esista “politica” diversa dal governare una comunità di decine di milioni di cittadini, tuttavia. Il percorso logico mi pare un pendio scivoloso (“se ti metti d’accordo su questa riforma allora sottindendi che potresti farlo su tutto”), evidentemente fallace.

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