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La pensione è un dovere/3

1 giugno 2010

Penso che l’articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica sia la definitiva dimostrazione che in Italia è in corso uno scontro generazionale tra vecchi e giovani, ma uno scontro che è stato cominciato e continua ad esser alimentato dai vecchi. Con rare eccezioni, i giovani, soprattutto quelli impegnati politicamente, continuano ad essere rispettosi e ragionevoli, a parlare di concordia intergenerazionale, eccetera. I vecchi invece menano e basta.

Ilvo Diamanti, a 58 anni (fonte Wikipedia), non può essere certo considerato vecchio, nondimeno questo articolo lo inserisce di buon grado nella schiera della difesa corporativa di chi, avendo compiuto i 40 anni all’inizio degli anni ’90, è rimasto immune ai tagli, dalla flessibilizzazione, alle misure di austerità, pur avendo goduto di tutti i privilegi connessi alla spesa eccessiva degli anni precedenti. Questa difesa corporativa non dipende dalla biografia personale, ma dall’uso spregiudicato di due concetti fondamentali comuni in tutte le difese corporative. Primo: “di giovani, all’università, non ne vedo più” (giuro che è un virgolettato preciso e non una mia trascrizione tendenziosa). Secondo: senza di noi il diluvio, se gli over 65 fossero costretti ad andare in pensione essi non sarebbero sostituiti da nessuno e l’università scomparirebbe.

Come moltissimi, sono un fedele lettore delle rubriche di Diamanti, caso raro in Italia di applicazione rigorosa delle scienze sociali all’osservazione della realtà nazionale. Rimango di stucco dunque a constatare che la difesa corporativa, e una specie di risentimento sociale nei confronti delle (ormai non più) giovani generazioni sia talmente diffuso tra coloro che sono nati attorno agli anni ’50, da essere più forte di qualsiasi amore per la logica, e la solidità delle proprie argomentazioni.

Primo: forse se il professor Diamanti non vede giovani è perché l’università italiana da almeno quindici anni tende ad espellerli, per una enorme quantità di ragioni che non ha solo a che fare con le scarse risorse a disposizione. Se si provasse a bandire un posto da professore ordinario di sociologia, o sociologia politica, davvero competitivo (nel senso: davvero basato solo sul record di pubblicazioni e insegnamento, fuori da logiche baronali e spartitorie) e vedrà che magicamente compariranno davanti ai suoi occhi decine se non centinaia di under 40 perfettamente qualificati. Bisognerebbe prendere in considerazione l’ipotesi che questi candidati ipotetici non si vedono quotidianamente perché sono a Londra o a Boston o perché magari non sono italiani. Sarebbe una manna dal cielo per la nostra università se i professori non fossero tutti italiani, come avviene in tutte le università del mondo che producono ricerca di livello internazionale.

Secondo, davvero è possibile sostenere che la sopravvivenza dell’università dipende dal mantenimento in ruolo delle generazioni degli anni ’30, ’40 e ’50? Questa affermazione è di una tale enormità antiscientifica da essere persino difficile da confutare. Se fosse vero, dovremmo cercare di impedire agli universitari di andare in pensione, per poter avere almeno nominalmente una università operante almeno per un altra ventina d’anni, e poi saremo perduti.

L’articolo di Diamanti è particolarmente significativo, secondo me, proprio perché viene da una delle poche persone che avrebbe potuto leggere con favore l’idea di rendere obbligatorio il pensionamento a 65 anni, come avviene già in università come la mia e appoggiarne l’attuazione. Infatti, è evidente che si tratta di una persona che corrisponde al ritratto che avevo suggerito del professore “emerito per davvero” e non per ragioni di potere baronale. Anche se Ilvo Diamanti andasse in pensione a 65 anni, sono certo che l’Università di Urbino dove ora è di ruolo (ma anche la Bocconi, la Luiss, o qualsiasi altra università in cui volesse insegnare) gli offrirebbe subito una cattedra annuale da professore emerito per continuare a tenere i suoi corsi, e mantenere alto il prestigio dell’istituzione. Gli offrirebbe certamente un ufficio di appoggio. Gli chiederebbe di mettere la sua foto negli opuscoli informativi per attrarre studenti.

Il professor Diamanti continuerebbe a scrivere su Repubblica, a fare le sue ricerche, scrivere i suoi libri, con in più la serenità di essere sgravato da ogni incombenza amministrativa e di programmazione, che finirebbe in mani più “giovani”, assieme alla sua cattedra da ordinario.

Naturalmente questo ragionamento potrebbe essere confutato con un altro luogo comune: non si risolve tutto così. Certo che no: se i nuovi posti da professore così liberati venissero assegnati con le stesse logiche usate ora dai baroni in carica probabilmente cambierebbe poco, se il governo invece cancellasse i posti e basta, chiudendo le università, ci sarebbe poco da fare se non votare per un governo diverso; se dovessero arrivare le cavallette ci vorrebbero altre cose ancora.

Il punto semplice, che non è mai stato confutato finora, è che per chi è un vero ricercatore e, come dice Diamanti nei tratti autobiografici del suo articolo, concepisce la sua attività come una passione e non come un “lavoro”, la pensione a 65 anni non muterà (anzi aumenterà) l’apporto che col suo lavoro può dare alla società. Chi invece occupa la poltrona di professore per esercitare un vuoto potere accademico fine a se stesso, o per chiedere parcelle maggiorate nelle sue consulenze da professionista, potrà finalmente lasciare un po’ di aria libera nei palazzi stanchi delle nostre università. Caro Diamanti, davvero le sembra una pessima idea?

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