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Rivoglio la mia fretta

21 aprile 2010

Eccomi qui, ancora bloccato in America. Il clima è soleggiato e confortevole, mia suocera è di origini siciliane e ha mantenuto intatto l’istinto di ospitalità e cura. Nessuno si aspetta che io rispetti scadenze o impegni: un vulcano, diamine, mica un raffreddore.

È il tempo giusto per pensare alle cose importanti, per assaporare la vita con calma, per arrendersi alla forza della natura che ci sovrasta e prendere atto dei nostri limiti, dell’inutilità del nostro agitarsi frenetico, in una vita che non sta mai ferma, e non riflette mai su se stessa e che invece dovrebbe riscoprire i ritmi di una volta.

Ma quante cavolate si stanno sparando in questi giorni sui giornali e in rete? Da quando in qua l’autoreferenzialità indulgente, di qualcuno che si guarda l’ombelico sotto il sole è diventata un valore? La facciamo tanto lunga quando sono i politici ad essere autoreferenziali salvo poi scoprire che si tratta del desiderio di tutti? Ma che fesserie. Questa inattività forzata mi sta facendo ammattire, sono lontano da casa, ho milioni di cose da fare, non posso essere là dove dovrei essere per la mia famiglia, i miei colleghi e i miei compagni di merende. L’essere connessi, presenti, impegnati, indaffarati, le cose da fare, le responsabilità ineludibili, sono cose sane, che danno senso di essere ai momenti di riposo, ozio, distrazione.

In una società nella quale gli strumenti di distrazione di massa hanno raggiunto una pervasività tale da dominare la vita di milioni di persone, inneggiare alla calma mi sembra incredibile: come una persona obesa che inneggi al cibo spazzatura. Il commento giusto secondo me è che perdiamo già tanto tempo in facezie, tempo libero, entertainment coca-cola, ci mancava solo il vulcano!

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