Il Post
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La partita lenta

24 maggio 2011

A Cannes si vince per il voto di un presidente e di una manciata di persone. Come nella maggior parte dei festival. In questo gli Oscar e i nostri piccoli David hanno un meccanismo molto più convincente. Tanto negli Awards americani che nei nostri, i film vengono votati da una giuria molto numerosa, composta dalla quasi totalità della comunità artistica di riferimento. Di conseguenza i verdetti sono sicuramente più condivisi e meno condizionati dal giudizio soggettivo del singolo. Palma o non palma, This Must Be The Place sarà comunque un film di assoluta svolta per il cinema italiano.

Di Sorrentino si sa tutto. È inutile rappresentare l’ennesima voce del coro di chi dice che raramente il cinema ha avuto un autore che avesse allo stesso tempo un grande sguardo e una grande penna. Entrambi gli aspetti non potrebbero essere così straordinari se non si appoggiassero su altri due formidabili e meno celebri (al di fuori degli addetti ai lavori) talenti del nostro cinema: Luca Bigazzi alla fotografia e Umberto Contarello come cosceneggiatore. Bigazzi è tra i migliori DOP in Europa e ha firmato la fotografia di tutti i film di Sorrentino, eccetto il primo. Contarello era al primo lungometraggio con il regista napoletano.

Ho avuto la fortuna di lavorare su un altro progetto con Contarello, genio ingombrante e intellettualmente stravolgente. Ha firmato tanti film, non tutti perfetti, ma tutti segnati dalla capacità di spostare il punto di vista ed evitare l’ovvio in tutte le sue forme, mischiando fede (artistica) e una profonda ragione. In questa accoppiata risiedono le maggiori speranze per il futuro e il prestigio del nostro cinema.

Come detto, This must be the place è il primo film scritto insieme da Sorrentino e Contarello. Ma c’è stato un prodromo, un piccolo film che è stato in qualche modo la prova generale del sodalizio. Si chiama La partita lenta ed è stato tra i primi cortometraggi prodotti da Intesa San Paolo. Insomma: in attesa che This must be the place arrivi in Italia (si parla di ottobre), consoliamoci con il fratello piccolo.

 

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  • johnnyjohnny

    Anche critiche entusiastiche:

    “Sorrentino, best known for his film IL DIVO, is on the top of his game here, giving the film a really artistic touch, something it desperately needs. Each frame is beautifully composed and shot, with the camera moving with a lyrical mind throughout Sorrentino’s world [...] An intriguing look into loss, THIS MUST BE THE PLACE is a gorgeous miss.”

    “In the end, it all makes perfect emotional sense”.

    Per VARIETY “this is a film that brims with warmth, humanity and respect in ways one doesn’t often find in the work of coolmeisters like David Lynch and Quentin Tarantino…[...] It’s also that rare film directed by a non-American that gets not just the locales but also the cadence of the language absolutely right, with a script full of great lines and images of lingering beauty.”

    E The Guardian comunque ha parlato di un film “superbamente elegante” eh.

  • http://fabiofoggetti-impressioni.blogspot.com/ fabiofoggetti

    Sorrentino è bravo, davvero, ma non ho capito perchè avrebbe dovuto vincere. Non è che la Palma sia andata ad un brutto film, quella di Malick è veramente un’opera straordinaria. Ho trovato l’articolo discretamente vuoto.

  • pifo

    ” … di assoluta svolta … ”
    Bessegato, uno sguardo piu’ smaliziato alla storia del cinema italiano degli ultimi 20 anni e alle promesse puntualmente non mantenute, dovrebbe suggerirci toni piu’ sobri e meno intrisi di messianiche aspettative.

  • bessegato

    Dire che le maggiori speranze per il cinema italiano risiedono in una accoppiata di persone non mi sembra una speranza messianica. Mi sembra una speranza minima, sana e largamente condivisa per altro.

    @ FOGGETTI: Ho volutamente evitato di entrare nel merito del film, dal momento che nessuno dei lettori del Post può averlo visto.

  • pifo

    Saluteremo le svolte quando queste si saranno realizzate:
    quando il nostro cinema si sara’ fornito di un impianto industriale solido, diversificato e multiforme per dimensioni, finalita’ e ispirazioni, in grado di promuovere non solo i geni solitari ma anche la “massa artigiana” della quale esso ha bisogno; quando per le professioni del cinema verranno istituiti, al pari di altri paesi europei, percorsi formativi certi e standardizzati, possibilmente universitari, dai quali possano emergere, opportunamente assistiti, talento e passione. Parleremo di svolta quando il nostro cinema sapra’ liberarsi da quel “conformismo di parrocchia” che spesso lo contraddistingue nei propri comportamenti autoreferenziali e tornare, con continuita’ di idee e di risultati, a quella forma di critica sociale che accomuna, nella loro missione culturale, tutte le forme avanzate di “letteratura e arte”.
    Scopriremo cosi’ che vincere (o perdere) un festival e’ del tutto trascurabile
    Fino a quel momento sperare e’ d’obbligo ma salutare la “assoluta svolta” in un singolo prodotto, in una sola opera, in un singolo autore (o in una coppia) forse e’ solo una illusione.