L’uomo, qualunque

L’aspetto attuale più impressionante dei sondaggi e della statistica – che gli studiosi conosceranno in modo assai meno dilettantesco del mio – è che sono in frontale contraddizione con la crescente tendenza delle nostre società a convincerci del primato delle individualità, dell’affermazione delle differenze, a convincerci che siamo tutti speciali e a spingerci verso un’affermazione di sè continua e istantanea.
I sondaggi, invece, ci dicono che non contiamo un accidente e che siamo solo un’identica declinazione di pochi modelli replicabili. E il problema è che hanno ragione, dati alla mano. Io stesso che pure faccio queste riflessioni, non trovo razionalmente possibile che ci siano istituti che intervistando 5 mila persone capiscano come voteranno 20 milioni. Non ci credo, non riesco a crederci, e non attribuisco nessun valore ai sondaggi, se non di servire come standard per dire poi chi ha vinto e chi ha perso.
Però lo so che poi invece si dimostrerà che avevano ragione: con errori, certo, anche importanti politicamente. Ma piccoli piccoli in proporzione. E si dimostrerà che il mio voto non contava un accidente, perché il risultato poteva essere ottenuto anche solo intervistando mille, duemila o cinquemila persone: un campione, dove c’ero anch’io senza esserci. Io non esisto, non servo, dicono i sondaggi: e dicono che se esisto, sono prevedibile, terribilmente prevedibile.
Che è una cosa terribilmente frustrante in un’epoca che ha messo nei pensieri di tutti l’ambizione di distinguersi, contare, farsi notare, affermare se stessi. Ed è proprio per questo, credo, che i sondaggi ci irritano così e che attacchiamo le ricostruzioni della realtà basate sui sondaggi, definendole superficiali e riduttive: perché non possiamo accettarlo, di essere prevedibili, e i piccoli fallimenti dei sondaggi ci eccitano e gratificano. Ci fanno sperare di essere noi, quelli diversi che non erano stati previsti. Io-sono-diverso.
Ma non è vero, e hanno ragione loro, per quanto inconcepibile sia: siamo qualunque.


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