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Lettera aperta al Ministro Passera. “Piano città”, adelante, con juicio!

27 giugno 2012

Caro Ministro Passera,

ho avuto modo di seguire in questi giorni su alcuni quotidiani la notizia riguardante la firma del presidente Napolitano per il Decreto-Sviluppo intitolato “Piano città”, e, partendo da queste notizie, ho sentito l’urgenza di scriverLe questa breve lettera.

Come è spesso capitato nel nostro Paese, e in molti altri Paesi Occidentali, quando ci si confronta con una crisi drammatica e diffusa, si fa ricorso al mondo delle costruzioni per riattivare economie, occupazione, investimenti necessari a fare ripartire la macchina ingolfata dello Stato.

Si tratta di una dinamica elementare, che ha sempre portato risultati importanti per il Paese che ha avuto il coraggio di adottarla, ma che credo valga la pena di guardare con cautela.

Sulle stesse pagine dei giornali si riportano i primi, necessari elenchi delle città medio-grandi e dei loro progetti esistenti già sulla carta che potrebbero trarne giovamento. E da questo elenco sembra si dovrà partire subito.

L’imperativo alla base di questa azione è, infatti, il tempo.

Fare in fretta per avviare entro l’autunno molti di quei cantieri rimasti insabbiati nelle pastoie burocratiche di un sistema amministrativo che troppo spesso ha frustrato gli investimenti pubblici e privati, oltre che la voglia di trasformazione espressa dalle diverse comunità locali, facendo perdere, spesso, grandi occasioni e fondi che si erano già resi disponibili.

Ma, anche, fare in fretta per cercare di muovere rapidamente le risorse, per non sprecarle inutilmente, e attivare occupazione e lavoro per tante imprese italiane che hanno bisogno di ossigeno e di occasioni concrete per riprendere a operare.

Combattere il tempo che manca, in questa fase drammatica per il nostro Paese, è anche occasione per dare buoni esempi, per segnare il passo su di una possibile ripresa, e per cercare di allontanare i troppi avvoltoi della politica amica-nemica che non chiedono altro che argomenti per far desiderare il crollo di un progetto “alternativo” prima che prenda seriamente piede nel nostro Paese.

Ma la preoccupazione che sta dietro questa mia lettera è proprio legata a questo fattore. Perché la fretta, l’assenza di tempo hanno dato vita nel nostro Paese a opere incompiute o mal realizzate di cui non riusciamo più a liberarci, come è stato per i troppi “monumenti mancati” realizzati per i Mondiali di calcio o per la desolante periferia di palazzine su palafitte costruire “temporaneamente” per gli sfollati del terremoto Aquilano.

Le cronache giornalistiche parlano di una “Cabina di regia” composta dal Ministero dello Sviluppo, Infrastrutture, Economia, Beni Culturali, Regioni, Anci, Demanio e Cassa Depositi e Prestiti, ma mi domando se questo importante gruppo di esperti sarà coinvolto solo per valutare la necessaria regolarità procedurale e coerenza delle richieste, oppure se da questo gruppo ci si potrà aspettare, invece, una sorta d’indirizzo più ambizioso che individui e dichiari con chiarezza le strategie generali e gli obiettivi che questi progetti dovrebbero seguire.

Mi chiedo se i temi della qualità progettuale diffusa e della condivisione sociale partecipata e trasparente siano elementi a cui questa commissione guarderà.

E se così fosse, perché non sono stati chiamati in questo gruppo di lavoro i rappresentanti degli ordini professionali coinvolti in questo processo come gli architetti, i paesaggisti e gli ingegneri?

La mia domanda è se, dopo questa prima, urgentissima fase che partirà dai progetti già sul campo e dalle necessità espresse in maniera frammentaria e localistica dalle diverse amministrazioni, ci si potrà aspettare la produzione di una strategia unitaria e consapevole per il nostro Paese.

Che cosa considerate primario e urgente perché stia al centro del nuovo “Piano Città”? La riforma delle residenze sociali? Quella delle strutture scolastiche? Una diversa visione infrastrutturale che rifletta sull’impatto delle smart city nei prossimi anni e che riduca il traffico su gomma? La rottamazione del patrimonio edilizio degradato? Una visione diversa per i nostri centri storici che non siano una semplice cartolina per turisti? Una politica energetica e sostenibile diffusa e unitaria lungo tutto il Paese? Una crescita senza consumo di nuovo territorio? Un’azione decisa per una diffusa politica paesaggistica? Forme di defiscalizzazione per gli interventi virtuosi e pilota che sappiano integrare progetto, arti e scienze tra di loro?

Quali visioni di Paese e di qualità progettuale diffusa vuole consegnare il “Piano città” ai governi futuri imponendogli una strategia da continuare e rafforzare?

La delicatezza del momento non è unicamente economica, e Le assicuro che non  ne sto in alcun modo sottovalutando la gravità, ma è anche simbolica e culturale. Dopo decenni passati a cementificare senza criterio e consapevolezza una parte importante del nostro paesaggio, crede che la giusta strada sia ancora quella di avviare grandi opere pubbliche seguendo strategie invecchiate e superate dal tempo in cui stiamo entrando?

Non crede che le scelte fatte nei prossime anni saranno decisive, non solo per risolvere la crisi attuale, ma, soprattutto, per dare una prospettiva differente al nostro Paese?

La mia non è una sollecitazione all’immobilismo, quanto, piuttosto a fare bene e diversamente rispetto agli anni passati. Non possiamo più permetterci la leggerezza incosciente di chi, per decenni, ha sperperato risorse e luoghi, perché ogni manufatto o scelta che verrà fatta oggi segnerà pesantemente l’identità dei luoghi che i nostri figli abiteranno.

Da anni penso che il nostro ritardo strutturale, oggi, rappresenti una straordinaria occasione di trasformare l’Italia in un inedito laboratorio sperimentale e progettuale in cui dare forma e sostanza a un Paese simbolo per il Mediterraneo e per l’Europa, e sarebbe un vero peccato vedere ripetere gli errori di sempre, e lo sfregio di nuove risorse e territorio proprio da un governo che della consapevolezza disciplinare e dell’intelligenza del fare sta facendo un importante cavallo da battaglia.

Adelante, con juicio, mi verrebbe da sperare, consapevoli che ogni scelta per le nostre città e i nostri territori è, oggi, ancora più delicata e fragile di quanto non sia mai stata prima.

La ringrazio per l’attenzione e La saluto cordialmente.

Luca Molinari

 

 

  • http://Dovelarchitetturaitaliana.blogspot.com stefanon

    Ho letto con interesse la lettera aperta, che presenta certamente una serie di considerazioni condivisibili, soprattutto sulla possibilità di sperimentare e sulla necessità di evidenziare un’idea di sviluppo. Lo scorso Aprile all’ANCE di Roma ho avuto modo di seguire la presentazione del Piano Città e ho scritto un pezzo sul mio blog, che lo racconta e forse può essere utile a capire meglio le ragioni iniziali, che spero non si siano perse nel frattempo:
    http://dovelarchitetturaitaliana.blogspot.it/2012/05/un-piano-per-le-citta.html
    Giusto il campanello d’allarme, perchè quello che ci hanno raccontato escludeva categoricamente nuovo consumo di suolo. Staremo a vedere.

  • laplap

    Sappiamo tutti che l’unico settore che crea in tempi rapidi occupazione e pil investendo trasversalmente settori che vanno dalla cartoleria al mobilificio è l’edilizia. La politica faccia la politica cioè dia gli obbiettivi i tempi e controlli i risultati. Purtroppo visto che lo stato permea il 70% del mondo civile dovranno essere previsiti agevolazioni per mettere in moto un circolo virturoso che dovrà rappresentare il futuro di un settore economico. Per fare presto basterebbe fare ciò che il resto del mondo fa normalmente: smontare una macchina burocratica che impedisce al settore di operare con certezza di ritorno degli investimenti e coscienza operativa, ma che favorisce solo le collusioni, le pastoie e chi più ne ha più ne metta, cercando nella migliore delle situazioni di non assumersi responsabilità. Una burocrazia fatta di leggi, regolamenti edilizi e urbanisitici responsabili e collusi dello scempio compiuto fino ad oggi. Per il resto architettura agli architetti e soprattutto urbanistica agli urbanisti ponendo al cento del sistema il vivere quotidiano, il cittadino, le nuove socialità, la qualità del costruito piuttosto che la rendita di posizione, realizzare connessioni tra futuro e passato senza essere schiavi di quest’ultimo, ma cacciando gli amici di regime che hanno distrutto e distruggono le nostre città senza capacità e senza visioni. Creare una società che sia capace di innovare è un processo che indubbiamente risente degli spazi di vita e dei sistemi urbani nei quali viviamo. Giustamente come dice lei necessitiamo percio’ di una nuova spinta sperimentale per uscire dalla crisi senza consumo del territorio, magari liberandone, alla ricerca di una maggiore efficacia di sistema.

  • fedrini

    Lettera interessante, che però a me sembra che possa tranquillamente riassumersi in quelle 10 domande centrali. Domande pertinenti, perfino troppo prudenti a dire il vero.
    I corollari che gli stanno intorno mi sembrano più discutibili: per esempio sarebbe veramente il caso di uscire dalla retorica della cementificazione madre di tutti i mali del territorio: se ci rimettessimo in testa che conta la qualità, che forse sarebbe il caso di fare uscire i soprindenti dalle pastoie della conservazione e magari creare dei soprindenti all’architettura e non ai beni architettonici (e secondo me c’è differenza); se si riuscisse ad uscire dalla logica burocratico amministrativa e valutare nel merito e non nel metodo; se si guardasse anche avanti invece che solo indietro.
    Insomma in realtà è un discorso che a mio parere investe l’idea stessa che un paese ha di se, significa molto di più che un semplice rilancio economico.
    Sulla fretta infine non sono proprio d’accordo. In fondo le cose si possono anche fare in fretta e bene, altrove succede ed è successo. È un concetto semplice: a parità di risultato, negativo o positivo, averlo fatto velocemente è sostanzialmente meglio. O perlomeno non si può far sempre finta che meri principi di efficienza non siano applicabili qui, bisognerebbe pretendere qualità e rapidità di esecuzione, le due cose non si escludono per forza.