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Ennio Brion, ovvero come fare bene il committente d’architettura in Italia

13 novembre 2011

LM: Gino Valle fino a che punto è riuscito a seguire il Portello? Perché è mancato nel 2003.

EB: Valle è riuscito a seguire tutto il progetto del Centro Commerciale e poi ha modificato il progetto degli edifici per uffici sulla piazza, che era già progettata inclinata. Nel frattempo gli avevo proposto come altri architetti Cino Zucchi e Guido Canali e lui aveva accettato.

Nelle diverse evoluzioni si può notare come il progetto sia migliorato, all’inizio gli edifici di Valle era disposti a pettine, l’intervento di Canali ha migliorato quella prima impostazione; anche il primo progetto del verde era molto diverso, il monte pensato da Andreas Kipar è differente da quello poi realizzato su progetto di Charles Jencks.

Quello che mi rende enormemente felice è che adesso tutto il progetto si tiene con un’enorme energia, che si sente quando si è all’interno dello spazio.

LM: Ho l’impressione che il filo comune del tuo lavoro come committente sia il fatto che hai un rispetto quasi sacro per l’architetto. Quando scegli un autore lo rispetti profondamente e questo rispetto poi ritorna nel rapporto con l’architetto che tende a dare il massimo, se osserviamo tutte le opere fatte con te ci troviamo sempre di fronte a delle architetture molto importanti, questo significa che il tuo rapporto con l’architetto genera una tensione molto positiva!

EB: Praticamente con tutti gli architetti con cui ho lavorato sapevo quello che mi dovevo aspettare, le proposte che mi facevano erano in linea con quello che cercavo.

LM: C’è alla base una tua conoscenza molto consapevole degli autori?

EB: Certo, per esempio Canali sono andato a vedere i suoi lavori diverse volte a Parma, di Zucchi ho potuto osservare i progetti a Venezia, ho letto i suoi libri sui cortili milanesi e i suoi studi su Asnago e Vender, sono tutti elementi che danno un particolare rilievo al personaggio.

Di Gino Valle sono andato nel ’63 con Marco Zanuso, a vedere gli edifici che aveva progettato a Udine e gli uffici della Zanussi a Porcia. Il mio orgoglio è di aver saputo con tutti che cosa mi sarei dovuto aspettare, non avere mai spiacevoli sorprese, solo sorprese positive.

LM: Sei un grande committente, nel tuo salotto negli ultimi 30 anni sono passati tutti i grandi architetti, sei una persona a cui piace ascoltare, creare occasioni d’incontro, conferenze; vorrei a questo punto chiederti un pensiero su come si è trasformata Milano, Milano è sempre stata il tuo centro, come l’hai vista cambiare?

Ti adoperi per costruire parti di città e proietti un desiderio di qualità, in rapporto all’architettura ma anche nel complesso, come vorresti che diventasse Milano nei prossimi anni?

EB: La mia formazione risale agli anni ’60, ero giovane ma molto curioso e attento, guardavo la rivista Stile e Industria per il design, le riviste d’architettura di Milano e le diverse Triennali erano dei punti fondamentali per me. Allora l’orgoglio di Milano era di essere una Capitale, si aveva la consapevolezza di essere il centro, successivamente, con la Contestazione e gli Anni di Piombo, il terrorismo, tutto il fermento creativo si è affievolito, la borghesia si è ritirata.

Venivo sempre in queste aree, del Portello, con Marco Zanuso, c’era l’Alfa Romeo, c’era Luraghi, De Nora, i grandi progettisti e amministratori, che hanno fatto l’Alfa Romeo, l’azienda era frequentata da Mangiarotti e Zanuso che portavano i loro disegni.

In quel periodo c’era un rapporto molto stretto tra la borghesia produttiva e quella creativa, che la rappresentava perfettamente; la politica era assente, i valori erano riconosciuti, c’era un forte spirito di ricostruzione.

Per la Milano dei prossimi anni vorrei che tornasse quello spirito propositivo perché Milano se lo merita, ha le potenzialità ma ha bisogno di avere una committenza orgogliosa e consapevole, a tutti i livelli. Il poter essere committenti è un privilegio e una responsabilità che va adempiuta con consapevolezza, generosità, con il desiderio di costruire per la città qualcosa che rimanga, ad uso degli altri, che gli stranieri vengano a vedere, come noi andiamo negli Stati Uniti a vedere le loro architetture.

Un esempio virtuoso è Carlo Scarpa a Venezia, con quattro opere, la Fondazione Querini Stampalia, l’Accademia, la Biennale e il negozio Olivetti, riesce ad attirare persone dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Svezia, dal Giappone, che si commuovono a vederle.

Ci vuole una committenza consapevole che va rispettata, ricordata e riconosciuta.

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