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Ennio Brion, ovvero come fare bene il committente d’architettura in Italia

13 novembre 2011

Zanuso cercava questi volumi e linee inedite attraverso una ricerca giocosa e trasversale, aveva una serie di punti di riferimento non scontati. Io lo consideravo un vero e proprio illuminista, veniva dal Lago di Como, aveva un’intelligenza che lo contraddistingueva e gli ha permesso di affrontare, durante la sua carriera, tanti temi diversi, sempre innovativi: le poltrone imbottite per Arflex, le macchine da cucire Necchi, gli stabilimenti e infine il lavoro con noi.

Questo è stato il punto di partenza e l’origine della nostra collaborazione, che ho sempre seguito, fin da quando ero studente, e che in seguito ho portato avanti con altri maestri che completavano la vena di Zanuso in altri settori: c’erano i fratelli Castiglioni, Franco Albini, Mario Bellini. Ho sempre pensato che una pluralità di proposte possano muovere un sano spirito di competizione, che rende il lavoro più stimolante.

Per quanto concerne l’architettura, il modello è stata l’Olivetti. Ho imparato dall’azienda di Adriano Olivetti il concetto che tutto è comunicazione, intesa in senso allargato. La comunicazione dell’azienda diviene lo stabilimento stesso, insieme agli showroom, al design, alla pubblicità. È una comunicazione differenziata per temi, molto concentrata e indirizzata in maniera unitaria, all’insegna della qualità totale. Il modo di produrre, il prodotto, il luogo della produzione, dell’esposizione, la comunicazione sono tutti momenti strettamente connessi tra loro.

Da questa visione unitaria è scaturita l’architettura, una mia grande passione, e il primo lavoro importante l’abbiamo fatto proprio con Marco Zanuso: la nuova fabbrica della Brionvega, un edificio che in seguito ricevette anche il premio In/Arch.

In questa occasione ho imparato la necessità di abbinare l’architetto al paesaggista, allora era Pietro Porcinai, del quale avevo visto la realizzazione a Pozzuoli della sede della Olivetti, progettata dall’Ingegnere Luigi Cosenza, un esempio altissimo di integrazione con il paesaggio. Tutta l’opera, nel suo insieme, in realtà è spazio che nasce dalla collaborazione tra l’architetto e il paesaggista.

LM: M’interessa la tua relazione con l’Olivetti, evidentemente è stata il tuo modello di riferimento, è stata un’esperienza industriale che hai studiato. Hai incontrato Adriano Olivetti?

EB: Si ho conosciuto Adriano Olivetti nel 1960, poco prima che morisse improvvisamente, in seguito sono diventato amico di Roberto Olivetti, il figlio. Ero un giovane entusiasta e fu un incontro veramente speciale. Visitare Ivrea è stata un’esperienza fondamentale, credo che sia un modello che andrebbe tuttora rivisto e ripensato, di fatto le aziende leader di alcuni settori studiano ancora l’esempio dell’Olivetti.

LM: Quando ho visto le bellissime fotografie di Gianni Berengo Gardin, del vostro stabilimento Brionvega realizzato da Marco Zanuso, ho pensato a due cose: ai modelli sudamericani di Amacio Williams e, dall’altra parte, alla facciata vetrata continua delle officine Olivetti di Ivrea di Figini e Pollini, quasi una citazione. Come è stato il rapporto con Marco Zanuso sulla fabbrica Brionvega?

EB: Lui era entusiasta del luogo in cui era collocata la fabbrica, alle pendici di Asolo, in una località vicino a dove era nato mio padre, a San Vito di Altivole.

Abbiamo deciso di collocare la Brionvega lì perché era un modo per tornare alle nostre origini e portare lavoro in quell’area. Siamo negli anni ’60, in quel periodo il Veneto era ancora una regione sottosviluppata, iniziava in quegli anni lo sviluppo in determinati distretti, c’era a Montebelluna, ad esempio, lo sviluppo di alcuni calzaturifici.

Seguendo l’esempio dell’Olivetti volevamo fare il masterplan di tutta la zona industriale, in cui non c’era ancora niente, neanche le infrastrutture, vi erano solo dei terreni. Volevamo occuparci dell’area e dare un’unitarietà allo sviluppo della zona, ma l’operazione fu impossibile, io dopo un breve periodo me ne andai dalla Commissione Edilizia.

Con Zanuso e Porcinai, desideravo creare un modello virtuoso, un assetto per lo sviluppo, il mio rammarico è non essere riusciti a generare un’importante area di nuovo paesaggio industriale diffuso. Credo che con la fabbrica Zanuso abbia fatto uno dei suoi capolavori, era un progettista con molto pudore, non era un grande esibitore, in tutta la sua attività è stato un uomo che si è promosso poco.

LM: Parlando del Complesso Monumentale Brion, hai chiamato Marco Zanuso per la fabbrica e Carlo Scarpa per la tomba di famiglia, come nasce questo rapporto con Scarpa? Perché avete contattato proprio lui?

EB: Il rapporto con Carlo Scarpa nasce sempre da quella passione per il design che poi è andata verso l’architettura. Avevo letto sulla rivista Ottagono un saggio, che mi piacque molto, sul negozio Olivetti di Scarpa a Venezia, in cui si paragonava la scala del negozio a quella di Michelangelo alla Biblioteca Laurenziana.

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