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	<title>Lorenzo De Rita</title>
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	<description>Dirige The Soon Institute - un collettivo di inventori che sviluppano prototipi per la società che verrà. Ha aperto recentemente una casa editrice che pubblica libri difficili ed è il co-fondatore di jointhepipe.org </description>
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		<title>Pietro e Cecrope</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Apr 2013 17:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pietro era un grande industriale conosciuto in tutto il mondo. Cecrope era un educatore e poeta sconosciuto ai più. Sia uno sia l’altro &#8211; per motivi e in modi totalmente differenti &#8211; hanno fatto parte della mia adolescenza come figure &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2013/04/27/pietro-e-cecrope/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pietro era un grande industriale conosciuto in tutto il mondo. Cecrope era un educatore e poeta sconosciuto ai più. Sia uno sia l’altro &#8211; per motivi e in modi totalmente differenti &#8211; hanno fatto parte della mia adolescenza come figure alloparentali e mi sono stati maestri di vita.</p>
<p>Pietro aveva lo sguardo fisso sul futuro ed era capace di inventarsi orizzonti ancora inesistenti. Se qualche volta lo distoglieva era solo per osservare le mani della gente, perché credeva che dalle mani si può capire il carattere intimo di una persona. Le sue preferite erano quelle dei suoi operai, che raccontavano storie di fatica, sacrificio e altruismo. Gli piacevano pure quelle di pittori e musicisti, anche loro impastatori come i suoi operai, ma di colori e note.</p>
<p>Cecrope invece aveva lo sguardo attento. Badava ai dettagli, anche ai più minuscoli, perché era convinto che la vera immaginazione non fosse quella fantastica che evade dal reale rifugiandosi in mondi inventati. La vera immaginazione era l’attenzione, che non ha paura della realtà, ma anzi la affronta a viso aperto, gli entra nelle viscere e la cambia. Guardava i muri delle classi delle scuole e si chiedeva &#8220;come fosse possibile che intere generazioni d’insegnanti avessero potuto tollerare ammuffiti rifacimenti di Paperino penzolanti per uno scotch&#8230;&#8221;. Il suo insegnante ideale doveva considerare la questione estetica come un fatto etico. Perché la bellezza era un fatto etico per lui; se una cosa era bella, non poteva che essere giusta e se era giusta non poteva non essere bella.</p>
<p>Pietro e Cecrope erano “uomini-clorofilla”: assorbivano esperienze ed erano avidi di scoperte, non per un fine personale, ma per il puro gusto di disseminarle in giro rinnovate di significati e impreziosite dalla loro sensibilità &#8211; a disposizione di tutti, soprattutto dei più giovani.</p>
<p>La loro generosità era la loro intelligenza e generosi lo erano molto.</p>
<p>Una generosità di cui ho beneficiato anch’io ricevendo in dono qualche elettrone della loro saggezza, che a mia volta ho elaborato (per quanto ne sono stato capace) e reimmesso nel mio ecosistema personale, sentimentale e professionale.</p>
<p>Da Pietro, per esempio, ho ricevuto il suggerimento di cercare le <em>idee felici</em>, (perché quelle belle e geniali sono vanitose, quelle grandi sono megalomani e quindi disumane e quelle brutte sono brutte e basta…). Le idee per lui avevano un’anima, avevano a che fare con le emozioni, qualcosa al limite dell’amore; l’aspetto intellettuale lo interessava di meno, lo trovava più banale, perché prevedibile e meccanicistico.</p>
<p>Da Cecrope ho ricevuto una definizione ribaltata della parola “inconcludenza”, che nel suo modo di vedere non è l’incapacità di concludere qualcosa, ma la capacità di non finire, e cioè di mantenere viva la possibilità che una cosa diventi qualcos’altro. Il pensiero non può essere veramente creativo se non indulge nell’essere inconcludente, diceva.</p>
<p>Per una strana coincidenza erano entrambi di Parma, entrambi avevano cognomi molto famosi e a entrambi era stato dato lo stesso nome dei loro illustri nonni.</p>
<p>Ma se oggi si trovano a condividere il titolo di questo post è per un’ulteriore coincidenza: entrambi erano nati cento anni fa, nel 1913. E per celebrare l’importante anniversario le persone che gli volevano bene li hanno ricordarti a pochi giorni uno dall’altro (con un evento pubblico a Parma per Pietro e uno a Roma, in una forma più minimalista come si confaceva al personaggio, per Cecrope).</p>
<p>Ricordarli ancora, qui su queste pagine, non è solo un personale atto di riconoscenza nei confronti di due persone che mi mancano moltissimo. Ma è anche perché – almeno a giudicare dall’attuale situazione politica del nostro paese e anche quella economica e quella sociale – ho il timore che la loro essenza clorofilliana manca moltissimo un po’ a tutti.</p>
<p>Sembra che qualcosa si sia interrotto nella catena di trasporto degli elettroni culturali della nostra società. È come se non fossimo più in grado di fare &#8220;ossidoriduzione&#8221;. Gli intermediari, gli attrattori, i reagenti, sono scomparsi dal nostro organigramma sociale.</p>
<p>Basta darsi un’occhiata in giro: ognuno pensa al proprio rendiconto, immagazzina quanto più può, ma si guarda bene dal reimmettere in circolo nuove energie. Viviamo come elementi sparsi, incongruenti e refrattari tra loro incapaci di comunicare, di trasmettere, di interpretare.</p>
<p>Il ponte che veniva usato per trasportare linfa vitale da una parte all’altra della nostra società è stato distrutto con badilate di egoismo.</p>
<p>Rimangono solo le due sponde ora: da una parte i giovani che non vogliono più i vecchi e dall’altra i vecchi che i giovani non li vogliono ancora; da una parte quelli che offendono e dall&#8217;altra quelli che si sentono offesi; da una parte quelli che usano parole troppo difficili da capire e dall’altra quelli che usano parole troppo facili di cui non c’è niente da capire; da una parte quelli che aspettano, ancorati alle loro ragioni e opinioni, che gli altri si convincano di passare nella loro sponda e dall’altra quelli che aspettano che siano invece gli altri a fare il passo verso di loro.</p>
<p>Possiamo fare due cose: rimanere a guardare  l’Italia ingiallire come un organismo senza clorofilla, o ricominciare a guardare mani e muri.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>E adesso?</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2012 11:58:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Una rana e uno scorpione s’incontrarono davanti a un fiume. Entrambi volevano passare dall’altra parte, e se la rana non aveva difficoltà, lo scorpione era preoccupato, perché non sapeva nuotare. “Per piacere, mia cara rana, mi porteresti dall’altra parte &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/12/03/e-adesso/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Una rana e uno scorpione s’incontrarono davanti a un fiume. Entrambi volevano passare dall’altra parte, e se la rana non aveva difficoltà, lo scorpione era preoccupato, perché non sapeva nuotare.</p>
<p>“Per piacere, mia cara rana, mi porteresti dall’altra parte del ruscello?” chiese lo scorpione, con la voce più dolce che gli riuscì di fare.</p>
<p>“Fossi matta!” gli rispose la rana “non provare nemmeno ad avvicinarti, non ho nessuna voglia di farmi pungere”.</p>
<p>“Ma ragiona, ranocchietta: se tu mi aiuti a passare il fiume prendendomi sulla groppa, io mai e poi mai ti pungerei; se lo facessi, annegherei, perché non so nuotare!”.</p>
<p>La rana ci pensò su, e alla fine decise di aiutare lo scorpione, un po’ perché era un animale generoso e dopo tutto lo scorpione non aveva fatto niente di male. E così lo scorpione saltò in groppa alla rana e tutti e due si buttarono in acqua.</p>
<p>Erano già a metà del percorso, proprio in mezzo al fiume, quando la rana strinse forte gli occhi, perché a questo punto della favola doveva sentire un dolore acutissimo alla schiena. Però, non sentendo niente, riaprì subito gli occhi, e disse: “Ma come? Non mi hai punta? Allora vuol dire che non moriremo tutti e due”.</p>
<p>Lo scorpione le rispose: “Ci ho provato ed è stato giusto così, perché pungere fa parte della mia natura. Ma non è servito, ranocchietta. La mia puntura non ti ha punto.”</p>
<p>“E adesso? Che cosa farai, adesso?” domandò la rana.</p>
<p>“Indietro da solo non puoi tornare, perché non sai nuotare; se vieni con me dall’altra parte del ruscello, tutti penseranno di te che sei uno scorpione che non sa usare il suo pungiglione; e anche restare qui in mezzo al guado, non è possibile” disse la rana preoccupata per il futuro della favola.</p>
<p>Lo scorpione aprì le sue cinque paia di occhi laterali e guardò alla sua sinistra, e poi anche alla sua destra. E poi di nuovo a sinistra. E poi di nuovo a destra. Poi guardò da nessuna parte restando a fissare il vento che intanto si era fatto meno forte.</p>
<p>Un&#8217;ape operaia che passava da quelle parti, vide lo scorpione a cavalcioni della rana in mezzo all&#8217;acqua e gli gridò : “Scorpione, non so come aiutarti ad uscire da questa situazione, sono solo una semplice ape, ma se vuoi ti presto il mio pungiglione&#8230;”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un minuto e mezzo</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Nov 2012 13:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri, insieme a un gruppetto di Italiani di Amsterdam, ho seguito il dibattito televisivo dei candidati alle primarie del centrosinistra. Dopo tante domande poco appuntite e risposte stemperate, il moderatore ha chiesto a ciascuno dei partecipanti di chiudere la serata &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/11/13/un-minuto-e-mezzo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>Ieri, insieme a un gruppetto di Italiani di Amsterdam, ho seguito il dibattito televisivo dei candidati alle primarie del centrosinistra. Dopo tante domande poco appuntite e risposte stemperate, il moderatore ha chiesto a ciascuno dei partecipanti di chiudere la serata dicendo <em>qualcosa di centrosinistra</em> in un minuto e mezzo.</p>
<p>Delusi e frustrati dalle risposte, abbiamo cominciato a inanellare un filotto di giudizi, battute sarcastiche e critiche. Chi si accaniva sugli arzigogoli lessicali di Vendola: “Se diventa primo ministro, t’immagini che disastro per i traduttori simultanei del G8?” e chi si faceva scuotere i nervi dall’autocompiacimento, autostima, autoreferenzialità, autotutto di Renzi.</p>
<p>A un certo punto un amico, quello che probabilmente più di tutti i presenti è riuscito col tempo ad assorbire meglio la cultura olandese della tolleranza, ci consiglia di fare meno gli sbruffoni e ci sfida a pensare cosa avremmo detto noi in quel tempo esiguo e in quel contesto plasticoso da concorrenti di quiz preserali.</p>
<p>Allora mi sono immaginato per un momento nel ruolo di sesto candidato. Forse avrei detto qualcosa del genere:</p>
<p><em>“Una volta l’Italia era un paese fantastico abitato da gente capace ancora di gesti e pensieri straordinari. Cose da Italiani, appunto. </em></p>
<p><em>Un paese dove per esempio (lo raccontava Luciano De Crescenzo in un suo libro), quando uno era allegro, perché qualcosa era andata per il verso giusto, invece di pagare un caffè, ne pagava due. Il secondo era per il prossimo cliente e veniva chiamato “caffè sospeso”. Un caffè che aspettava qualcuno che non aveva soldi, che entrava nel bar e chiedeva se per caso ci fosse un “sospeso” per lui. </em></p>
<p><em>Succedeva a Napoli nel Rione Sanità. Non succede più, </em><em>nè</em><em> lì </em><em>nè</em><em> altrove &#8211; e se succede ancora non ha certo più lo stesso sapore di una volta. </em></p>
<p><em>Quell’Italiano allegro e un po’ spaccone da ‘oggi offro io&#8217; non c’è più. Nei caffè non ci sono più caffè sospesi ad aspettarci e cosa ancora più grave non ci aspettiamo neanche che ci siano. Abbiamo perso l’abitudine alla generosità e alla solidarietà. Ora giriamo per le strade delle nostre città avvolti in cappotti di paura per il futuro, con il bavero alzato per non vedere cosa e chi ci sta attorno. </em></p>
<p><em>Ecco, diventassi io il capo del governo, la prima cosa che farei, prima di qualsiasi riforma sul lavoro, delle pensioni o della sanità, sarebbe quella di reintrodurre l’usanza del sospeso. </em></p>
<p><em>Non mi limiterei, però, al caffè. </em></p>
<p><em>Inviterei gli Italiani a entrare in libreria a comprare un libro e lasciarne uno sospeso; ad andare al cinema e lasciare un paio di biglietti sospesi; ad andare in farmacia e lasciare un farmaco sospeso; andare in un museo, dal benzinaio, in macelleria, dal calzolaio e lasciare un sospeso. </em></p>
<p><em>Farei dell’Italia un paese sospeso. Dove tutti possono dare il meglio di se’. Anzi, dove quel meglio da tutti, siamo lì tutti ad aspettarcelo; che sia in un bar, in una scuola, in una pista d&#8217;atletica, in un museo, in un contratto di lavoro o in parlamento.<br />
</em></p>
<p>Beh, temo che il mio minuto e mezzo da sesto candidato sia finito, e sia tempo di lasciare la parola ad altri post.</p>
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		<title>Oggi è stata piuma</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Oct 2012 07:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo post affronta un tema molto delicato: la carezza. Delicato perché parlare di carezze, non è facile. Non lo è mai in generale, per via di quel retrogusto di stucchevole tenerezza intrisa nel gesto e nel significato che la parola &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/10/10/oggi-e-stata-piuma/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo post affronta un tema molto delicato: la carezza.</p>
<p>Delicato perché parlare di carezze, non è facile. Non lo è mai in generale, per via di quel retrogusto di stucchevole tenerezza intrisa nel gesto e nel significato che la parola stessa evoca. E, a maggior ragione, non lo è di questi tempi. Ci sono così tante facce da schiaffi che affollano le cronache di queste ultime settimane, che altro che carezze.</p>
<p>Mazzate, ceffoni e calci nel sedere, uno gli rifilerebbe se solo capitassero a tiro.</p>
<p>Miserabili come quell’amico del giaguaro che buca le ruote all’auto di un disabile per vendicarsi di avergli fatto prendere una sacrosanta multa; o come quel subumano che ruba il telefonino a un uomo tramortito al suolo dopo aver avuto un incidente stradale; o anche quell’avvoltoio in giacca e cravatta che si è infilato in tasca cento milioni di Euro di tasse che gli erano stati affidati da 400 comuni; per non parlare di quel Batman che va ghiotto di ostriche e SUV, o di gladiatori e maiali vari.</p>
<p>Gentaglia che ti fa venire il prurito ai polpastrelli, che lo sganassone te lo ruba dalle mani (pazzesco, anche quello ti rubano…).</p>
<p>Eppure, sarò incosciente, o idealista, o semplicemente dolciastro d’animo, ma anche a costo di scivolare nel barile della melassa buonista e impiastricciarmi di sentimentalismo, io ci voglio provare a spiegare il perché se una mano “po’ esse fero o po’ esse piuma” &#8211; come diceva Mario Brega in un film di Verdone &#8211; è più forte quando è piuma.</p>
<p>Per farlo prenderò a prestito la<em> Teoria Delle Carezze</em> elaborata da una donna da cui molto probabilmente ho ereditato il fondo dolciastro del mio carattere: mia nonna materna, Adalgisa.</p>
<p>Gliela sentii dire, quella teoria, quando avevo più o meno dodici anni e il sangue che mi colava dal naso dopo aver dato una nasata al pugno di uno dei miei sette fratelli (a casa mia non si litigava spesso, ma quando succedeva, potevi essere sicuro di due cose: uno &#8211; la rissa era epica, e due &#8211; se c’ero di mezzo io, ero io quello che le prendeva).</p>
<p>La teoria consisteva in questo.</p>
<p>Ogni giorno riceviamo una carezza in dono (nella versione di mia nonna il dono arriva dal buon Dio, ma la teoria resiste anche senza risvolti religiosi) che come un velo invisibile e sottilissimo si posa sul palmo della nostra mano. Questo velo scompare nel momento in cui viene utilizzato, cioè nel momento in cui la carezza viene data, in qualche modo passata, a qualcuno. Se invece la carezza non viene data, quel velo impercettibile rimane lì sul palmo della mano e il giorno dopo a quel velo se ne aggiunge un altro, diventando un po’ più percettibile. Il giorno dopo se ne aggiunge un altro di velo, e il giorno seguente ancora uno. E così, carezza dopo carezza, quei troppi veli accumulati cominciano ad appesantire le mani, ne irrigidiscono i movimenti, tutte quelle carezze impilate una sull’altra si “solidificano”, e la carezza non è più capace di essere carezza: sa solo essere schiaffo.</p>
<p>Dunque, secondo questa teoria, la carezza deve diventare un’abitudine quotidiana. Perché essere gentili, per quanto appaia semplice, non è una cosa naturale, ma qualcosa da tenere in costante allenamento. Così l’avevo capita quando mi era stata detta quella volta. Solo più tardi, non più da bambino ma da adulto, compresi che c’era qualcosa ancora di più forte in quella teoria. E cioè che la violenza non è altro che gentilezza anchilosata, detriti di bontà non manifestata, buone intenzioni troppo a lungo rimandate.</p>
<p>A guardarla da questa prospettiva, la piuma è più forte del ferro. Perché la leggerezza precede la pesantezza. Che significa che se la piuma decide di restare piuma, il ferro non sarà mai ferro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS: Domani saranno passati cinquant’anni esatti dall’apertura del Concilio Vaticano II. Un evento di una forza sconvolgente, dirompente, coinvolgente come nessun altro evento del secolo passato è riuscito a essere. In quell’occasione Papa Giovanni XXIII si affacciò dalla sua finestra e fece un discorso bellissimo ai fedeli radunatisi in piazza S. Pietro, non più lungo di due o tre minuti, a braccio, che passò alla storia come “Il Discorso della Luna”, quello dalla famosa frase: <em>“…Tornando a casa troverete i vostri bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa”.</em></p>
<p>Beh, quest’articoletto è il mio modo personale di onorare quel Papa. Un uomo che è stato capace di cambiare il mondo a forza di carezze.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>We don’t know what we shouldn’t do</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jul 2012 09:42:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un po’ di tempo fa fui invitato a parlare a un convegno sull’innovazione organizzato da una grande azienda italiana desiderosa di sapere come comportarsi in materia di futuro. Prima di accettare l’invito, ci ho messo un po’. Perché di solito, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/07/13/we-dont-know-what-we-shouldnt-do/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po’ di tempo fa fui invitato a parlare a un convegno sull’innovazione organizzato da una grande azienda italiana desiderosa di sapere come comportarsi in materia di futuro. Prima di accettare l’invito, ci ho messo un po’. Perché di solito, almeno questa è la mia esperienza, questi convegni sono organizzati con lo scopo di acquietarsi la coscienza sul tema. Una specie di elemosina intellettuale, spiccioli di attenzione che non costano un centesimo di coraggio.</p>
<p>Non si vuole veramente scoprire come sarà il futuro, ma piuttosto rassicurarsi sul fatto che sia ancora una cosa distante, basata su supposizioni non verificabili, e dunque non reale e non urgente. Si pone il tema del domani, ma solo per posporlo a dopodomani. Se ne parla, ma solo per ingannare il tempo e in definitiva noi stessi.</p>
<p>Pensando di dedicare il mio intervento proprio a quest’aspetto &#8211; il nostro rapporto spaventato con il futuro, e la necessità, prima ancora di inventare il futuro, di reinventare il rapporto che abbiamo con esso &#8211; alla fine accettai di partecipare al convegno.</p>
<p>Prima di me, parlava il professor Federico Casalegno, un Italiano che si fa (e ci fa) onore all’estero come direttore del Mobile Experience Lab al MIT di Boston.</p>
<p>Parlando in inglese, e questo nonostante la platea fosse al 99% composta da Italiani, Federico cominciò a snocciolare uno dopo l’altro i progetti del suo dipartimento, focalizzati su come i media interattivi possano favorire connessioni tra persone, informazioni e luoghi fisici. Progetti fantastici che invito tutti a vedere sul sito del Mobile Experience Lab.</p>
<p>Alla fine della presentazione, districandosi tra gli applausi e gli sguardi di ammirazione dei presenti in sala per il relatore, una ragazza si alzò e con un po’ di timidezza fece una domanda, resa ancora più urgente dal fatto che il nuovo relatore, il sottoscritto, era già in postazione, pronto a prendere la parola.</p>
<p>La ragazza chiese: <em>“Ma come fate a pensare delle idee così? Da dove si parte? Come si procede? Perché, se guardo alla nostra azienda, a me sembra impossibile arrivare a queste idee, una cosa da marziani del pensiero…”.</em></p>
<p>La risposta non si fece attendere, e Federico la diede in inglese:</p>
<p><em>“Oh, it’s very simple: we don’t know what we shouldn’t do”</em></p>
<p>Tutto lì. Solo quella frase. La ragazza si rimise a sedere, ma dall’espressione sul suo volto si capiva che non era convinta. In effetti, la doppia negazione presente nella frase, sommata al fatto che fosse stata detta in inglese, si prestava a confondere le idee, anche le mie e di tutti quelli presenti in sala.</p>
<p>Ma una volta diradata la confusione, quelle sette parole mi apparvero nella loro meraviglia e chiarezza.</p>
<p>“Non sappiamo quello che non dovremmo fare…”</p>
<p>Cominciai subito a mettere in pratica quella frase. Cestinando il mio intervento, e dedicando invece i trenta minuti che avevo a disposizione a spiegare perché quella frase dovrebbe essere considerata come <em>il primo postulato dell’innovazione</em>. Da allora, appena ha senso farlo, e ha senso spesso, faccio in modo di condividere con più persone possibili (che sia in una riunione di lavoro, una chiacchiera con amici, o un articolo sul Post) il mio entusiasmo per questo modo di pensare.</p>
<p>Sono convinto che non sapere quello che non si dovrebbe fare, sia l’atteggiamento giusto per cominciare a costruire una buona relazione tra noi e il futuro. Una relazione che per funzionare deve basarsi sull’incoscienza, sull’ignoranza e sulla disobbedienza.</p>
<p>Ecco perché i convegni sul futuro sono un controsenso. Ecco perché le aziende, schiave di regole e risultati, non tengono nella giusta considerazione la parola innovazione. Ecco perché un governo tecnico può parlare di crescita, ma non sarà mai capace di ottenerla.</p>
<p>Perché sanno esattamente (o fanno finta di saperlo, ma poco cambia) quello che bisogna fare e quello che non bisogna fare. E sapere cosa fare vuol dire fare una cosa che è già stata fatta, quindi non nuova. Sapere quello che non bisogna fare, vuole dire censurarsi e quindi non farla, rimanere fermi.</p>
<p>Non lasciamo il futuro nelle mani di chi pensa che sia un posto pericoloso, un terreno da sminare dalle incognite, una discarica per le paure e le frustrazioni del nostro presente, un posto dove i giovani non sono ammessi se non accompagnati da un adulto.</p>
<p>Proviamo anche noi a non sapere quello che non dovremmo fare e cominciamo a costruire il nostro futuro e i nostri sogni, senza chiedere il permesso.</p>
<p>Però proviamoci ora, che a guardare quello che sta succedendo lì fuori, si sta facendo tardi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Da tre mesi in qua.</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 17:20:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non lo sapevo, anche se in certi giorni d’indecisione acuta e di totale confusione mentale l’avevo sospettato: io non sono un Io. In realtà, sono un Noi. A sentire le teorie di Paul Bloom, uno psicologo e professore di Scienze &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/06/29/da-tre-mesi-in-qua/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non lo sapevo, anche se in certi giorni d’indecisione acuta e di totale confusione mentale l’avevo sospettato: io non sono un <em>Io</em>. In realtà, sono un <em>Noi</em>.</p>
<p>A sentire le teorie di Paul Bloom, uno psicologo e professore di Scienze Cognitive della Yale University, sembrerebbe che all’interno della mente di ciascuno di noi, viva una moltitudine di persone; piccoli <em>Io</em> che da mattino a sera (ma anche di notte) baccagliano uno con l’altro tra le pareti del nostro cranio per conquistarsi il diritto di dirci come la dobbiamo pensare su questo o quello, e a imporci la loro idea su cosa sia meglio fare o non fare.</p>
<p>Sparsi nei vari lobi dell’emisfero destro e quello sinistro del nostro cervello, ognuno di questi <em>Io</em> combatte per conquistarsi la responsabilità (loro preferirebbero dire il comando) del nostro agire e pensare.</p>
<p>C’è l’<em>Io</em> che controlla la nostra sensibilità e quello che si preoccupa di piacere agli altri; quello che scialacqua senza badare a spese e quello che invece ha il braccino corto; quello compassionevole e quello che pensa solo a divertirsi; quello che ha paura di tutto e quello che invece sogna in grande; quello diffidente, quello furbo, quello silenzioso, quello speranzoso. Ce ne sono anche alcuni di cui ci vergogniamo e che non vorremmo fossero lì come parte di noi e altri che invece si nascondono perché sono loro a vergognarsi di noi.</p>
<p>Da quasi tre mesi, temo, il mio <em>Io nichilista </em>ha messo  in riga tutti i miei altri <em>Io. </em>Lo capisco dalla difficoltà che ultimamente provo nel tradurre in azioni ciò che penso. E, col passar del tempo, le cose non accennano a migliorare.</p>
<p>Dopo lunghe e complicate trattative sono riuscito, in esclusiva per Il Post, a convincerlo a rilasciare questa intervista che vi ripropongo qui di seguito.</p>
<p>*********************************************************</p>
<p><em>Intanto vorrei ringraziarti per aver accettato di farti intervistare, anche perché so quanto ti costa. Come prima cosa vorrei chiederti una cosa un po’ personale: da tre mesi non riesco più a scrivere, come mai? Non che sia un problema enorme, ma alcuni lettori mi hanno chiesto cosa mi fosse successo e come mai non si veda più un mio articolo su questo giornale; e anch’io mi domando del perché ultimamente io mi metta lì, cominci a scrivere qualcosa, e dopo poche righe mi sento come se quello che stessi scrivendo fosse privo di senso e finisco per lasciar tutto a metà. </em></p>
<p>Lo so. E mi dispiace di questa situazione, non tanto per te, quanto per quelle persone che hanno piacere a leggere quello che scrivi. Però, senza che tu faccia il finto tonto, se ti trovi in questa situazione di paralisi, la colpa è più tua che mia, o comunque di quello che succede là fuori piuttosto di quello che succede qua dentro.</p>
<p><em>Che c’entro io? Non sei tu a decidere? E poi io non sono te, e tu sei me?</em></p>
<p>E bravo, buttala in caciara come al solito e non risolverai mai niente. È ora che cominci a prenderti qualche responsabilità, sai. Mai sentito parlare di “default mode network”?</p>
<p><em>Sinceramente, no.  Immagino che il mio Io che si occupa delle nozioni scientifiche non è proprio il più popolare tra di voi…</em></p>
<p>Immagini bene. Le “default mode network” sono delle aree neurali presenti nel cervello che entrano in funzione solo quando la mente si riposa. È lì che si creano i nuovi pensieri, la fiducia verso se stessi e verso gli altri, i sogni ad occhi aperti… Ma se si ha sempre troppo da fare queste aree non si attivano a causa di uno scorretto funzionamento del recettore 1A della serotonina che impedisce al cervello di entrare in modalità stand-by. Un difetto di funzionamento che si riscontra tipicamente nelle persone affette da depressione, che difatti vivono in uno stato di costante ansia e agitazione.</p>
<p><em>Vuoi dire che se non riesco a scrivere è perché sono depresso o perché ho troppo a cui pensare? Mi sembra una banalità enorme. Che ne pensa l’Io che regola la mia ambizione?  Possibile che non dica nulla, non si sarà mica fatto impressionare dal tuo disfattismo?</em></p>
<p>Con quello lì io non parlo, e non dovresti farlo nemmeno tu almeno per un po’, che invece di aiutare complica le cose, credimi. Poi, sinceramente, è la tua reazione a essere banale, e anche scontata e vanitosa. Il problema qui non sei tu che non riesci a scrivere. Il problema è che lo stato d’animo in cui ti trovi sta diventando lo stato d’animo generale. La “default mode network” della nostra società sembra essersi inceppata, serrata a doppia mandata, lasciandoci senza fiducia in noi stessi come collettivo, incapaci di guardare avanti ma anzi con lo sguardo rivolto al passato, a quello che si conosce già, che fa meno paura di quello che non si conosce ancora. Basta darsi un’occhiata in giro: le vetrine dei negozi mettono in mostra oggetti dal design “vintage”, “originals”, “revisited”; le strade sono piene di auto e moto ispirate, se non copiate, agli anni ‘50/’60. E anche in politica la nuova generazione è più occupata a rottamare la vecchia generazione che a proporre politica innovativa.</p>
<p><em>Senti, io volevo solamente sbloccarmi e pubblicare un articolo su questo blog, non un trattato di sociologia. Ci stiamo ficcando in un guaio, me lo sento. Se continuiamo così, tra depressioni collettive, attività neurali e torcicolli sociali, il popolo dei commentatori di post ci tritura fini fini per eccesso di superbia intellettuale. Sperando che ci passino questo delirio di io, me e me stesso&#8230;</em></p>
<p>Io fossi in te quest’ansia me la risparmierei. Ma parliamone, se proprio vuoi. Perché i commenti sono una metafora di quello che sto cercando di spiegare. Viviamo in un brusio continuo. Tutto quello che si dice o scrive viene commentato, e poi si passa a commentare i commenti. E così via, in un chiacchiericcio che assorda, fatto di opinioni che non spiegano, ma che invece impediscono di ragionare e, soprattutto, tirano la discussione troppo in lungo; non perché le cose da dire siano tante, ma solo per la strizza di ammettere di non avere niente da dire.</p>
<p><em>Come ex pubblicitario conosco bene quel meccanismo di brusio costante, quel sapore di brodo allungato. Insomma se ho capito bene, quello che t’infastidisce è il troppo, la mancanza di ritmo, l’assenza della pausa riflessiva. </em></p>
<p>Prova a stare in una stanza dove tutti vogliono dire qualche cosa e tutti allo stesso momento. Dove tutto è importante allo stesso modo. Dove tutti pensano di avere ragione. Dove a tutti, dopo aver detto la loro, non interessa niente di quello che hanno detto, ma solo di rispondere a quello che qualcuno dirà su quello che hanno detto. La nostra società ci passa tutto il giorno in quella stanza. In un ambiente del genere il discorso generale diventa una melassa appiccicosa e senza consistenza. La distrazione sistematica sostituisce la comunicazione. Le idee sono usate come trofei di cui vantarsi e non come propellente per il bene comune. Il tempo si attorciglia in un ammasso di secondi indistinguibili uno con l’altro.</p>
<p><em>E allora la soluzione qual è? Uscire da questa stanza, starsene zitti e non fare più niente?</em></p>
<p>Uscire dalla stanza non si può. E se anche si potesse, sarebbe la cosa sbagliata da fare. Perché la soluzione non è all’esterno della società, ma al suo interno; così come non è nell’aspettare che gli altri intorno a noi cambino, ma è nella responsabilità di ciascuno di noi di decidere di fare qualcosa affinché le cose cambino. Dobbiamo cominciare a selezionare dal tutto, solo alcune cose. Resistere alla tentazione del <em>sempre di più</em> e trovare il coraggio di fare a meno, invece. Riconoscere l&#8217;inutile e il non necessario e non appropriarsene. C’è bisogno di mettere le cose in sequenza, andare a caccia dei capi e delle code delle cose. Dobbiamo trovare la successione di Fibonacci delle nostre giornate sproporzionate e per questo brutte e sciatte. E in quella riconquistata proporzione ritrovare il sentimento e l’abitudine alla bellezza. Quando ci riusciremo, verranno i bei tempi. Ed io, finalmente, potrò andare in pensione e ritirarmi da qualche parte nella regione parietale del tuo cervello e lasciare il campo a qualche altro tuo Io più  incline all&#8217;illusione.</p>
<p><em>E proprio da me bisognava cominciare? Non poteva essere qualcun altro a dare il buon esempio?</em></p>
<p>L’idea non è stata mia. Vista la confusione in cui ti eri cacciato, circa tre mesi fa ci siamo visti un po’ di noi nell’area di Broca, per discuterne un po’. C’eravamo io, il tuo <em>Io asociale</em>, il tuo <em>Io ipercritico</em> e poi ci ha raggiunto anche il tuo <em>Io teorico</em>. Adesso non ricordo chi di noi abbia tirato fuori la tua passione per Cristina Campo, però…</p>
<p><em>Che c’entra ora Cristina Campo?</em></p>
<p>Dovresti ricordarti quello che diceva di se stessa: “Ha scritto poco, e vorrebbe aver scritto meno”.</p>
<p><em>Magari avessi la sua “coraggiosa chiarezza”. Senti, so che hai un’agenda piena d’impegni e che devi scappare. Prima di lasciarci permettimi di ringraziarti ancora per averci aiutato a capire che ci passa per la testa e per avere, in un modo o nell’altro, contribuito a sbloccarmi.</em></p>
<p>Sono io che ringrazio te. Rimarrei volentieri a rispondere alle tue domande, ma ho un appuntamento con il tuo <em>Io esibizionista</em>. Insieme, stiamo organizzando una mostra d’arte al contrario: invece che mostrare al pubblico le nostre opere, gliele nascondiamo, facendo di tutto per impedirgli di vederle. Una provocazione per quelli che vanno nei musei, si mettono a guardare tutte le opere una ad una, ma non vedono niente, perché non sanno vedere se non quello che è di fronte ai loro occhi.</p>
<p><em>Sembra coerente con quello di cui abbiamo parlato. Magari, ora che mi sono sbloccato verrò a vedere la vostra mostra e la recensirò nel prossimo post. Salutami tutti gli altri Io lì dentro, specialmente l’Io che non vuole essere me.</em></p>
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		<title>Riceviamo e volentieri pubblichiamo.</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 21:20:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Gentile Sig. De Rita, Le scrivo a nome della categoria che rappresento per chiederle di dare un po’ di spazio e voce alla nostra causa civile che ultimamente sembra essere stata dimenticata, con conseguenze che riteniamo devastanti per la &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/03/20/riceviamo-e-volentieri-pubblichiamo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><em>Gentile Sig. De Rita,</em></p>
<p>Le scrivo a nome della categoria che rappresento per chiederle di dare un po’ di spazio e voce alla nostra causa civile che ultimamente sembra essere stata dimenticata, con conseguenze che riteniamo devastanti per la società.</p>
<p>Prima di entrare nel merito della questione, lasci che mi presenti: sono un Punto Interrogativo (nonché membro della <em>Commissione Internazionale per la Salvaguardia della Curiosità</em>).</p>
<p>La mia famiglia ha radici antiche. Discendiamo dalla stirpe dei punti e virgola all’epoca del greco antico, anche se i primi punti interrogativi sono nati nel Medioevo, quando alcuni monaci copisti iniziarono a utilizzare la sigla <em>qo</em> (dal latino “quaestio”) al termine di una frase per indicare la sua natura interrogativa; sigla che nel corso degli anni è stata piano piano modificata fino a essere stilizzata in quell’elegante ricciolo ad avvolgimento antiorario sovrastante verticalmente un punto, che ancora oggi ci contraddistingue.</p>
<p>Il nostro passato parla da sé: siamo stati presenti in tutti i grandi momenti della storia, adoperati come spinta propulsiva di tutti i passi avanti compiuti dall’umanità. Non vorrei sembrarle un presuntuoso, che proprio non fa parte del nostro carattere, ma è innegabile che lì dove c’è un punto interrogativo, c’è progresso, sete di conoscere e voglia di capire.</p>
<p>Senza di noi la storia sarebbe tutta un’altra storia.</p>
<p>Senza l’interrogazione del salmista “Signore, cos’è l’uomo?”, l’uomo sarebbe ancora una bestia e senza i dubbi di Galileo il sole si muoverebbe ancora intorno alla terra.</p>
<p>Non ci sarebbe il senso della meraviglia, tutte le possibilità scomparirebbero, il nuovo sarebbe solo una parola da manuale di marketing. E di misteri poi, non ne esisterebbe neanche l’ombra.</p>
<p>Uso il condizionale, per abitudine dubitativa, ma dovrei utilizzare il tempo presente. Perché questo è il punto della mia lettera a lei, caro Sig. De Rita.</p>
<p>Il punto è che noi punti interrogativi stiamo vivendo tempi difficili. Gradualmente e inesorabilmente, stiamo scomparendo: dai libri, dalle filosofie degli uomini, dai discorsi politici, dalle discussioni tra amici o anche tra quelle tra amanti, dai ragionamenti personali. E, cosa gravissima, anche dal posto dove siamo più utili: dalle scuole.</p>
<p>Il mondo è invaso da una miriade di opinioni, certezze, risposte rapide e concise, affetto da una specie di sindrome ipertimestica.</p>
<p>Sembra che nessuno sia più interessato a conoscere quello che non sa, ma solo a ripetere quello che sa già.</p>
<p>Gli uomini ci tengono in cattività per le loro convenienze utilitaristiche, ci utilizzano per ragioni di estetica (a questo ci siamo ridotti: fare una domanda tanto per fare bella figura…), ci riducono a domande retoriche come preambolo di una risposta.</p>
<p>Si figuri che quei picchiatelli dei pubblicitari (non creda che non sappia che lei per molti anni ha frequentato quell’habitat malsano) sono pure riusciti a inventarsi il “punto esclarrogativo”, un accrocchio orribile di eugenetica grammaticale, ideato come escamotage per attirare l’attenzione della gente.</p>
<p>Se andiamo avanti così siamo destinati all’estinzione. Rischiamo di diventare l’ape sicula dell’interpunzione. Il mondo senza api durerebbe quattro anni si dice; il mondo senza punti interrogativi quanto durerebbe, le chiedo?</p>
<p>E lo vorrei chiedere ai suoi lettori, se lei sarà così gentile di prestarci la sua rubrica e di pubblicare questa lettera e così facendo aiutandoci a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dei punti interrogativi per lo sviluppo della società in cui viviamo e per poter sognare un mondo più bello di questo.</p>
<p>Vostro affezionato,</p>
<h1><em>?</em></h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>PS: Per ringraziarla, e sperando di farle cosa gradita, noi del Comitato Internazionale per la Salvaguardia della Curiosità, avremmo deciso di regalarle una rara serie consecutiva di domande presa dai nostri Archivi delle Domande di Vitale Importanza, conservata a pagina ventuno del libro &#8220;Mente e Natura&#8221; di Gregory Bateson.</p>
<p>Eccola:</p>
<p><em>“Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei noi con l’ameba da una parte e con lo schizofrenico dall’altra?”</em></p>
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		<title>Il manifesto degli ingenui.</title>
		<link>http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/02/29/il-manifesto-degli-ingenui/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 18:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; “Viviamo in tempi difficili”, dice il realista. “Il mondo va a rotoli”, dice il catastrofista. “Non esistono più amicizie disinteressate”, dice lo scoraggiato. “Ognuno pensa al proprio tornaconto”, dice il vittimista. “C’ero prima io!”, dice l’egoista. “E’ la legge del più forte”, dice il cinico. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/02/29/il-manifesto-degli-ingenui/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Viviamo in tempi difficili”</em>, dice il realista.</p>
<p><em>“Il mondo va a rotoli”</em>, dice il catastrofista.</p>
<p><em>“Non esistono più amicizie disinteressate”</em>, dice lo scoraggiato.</p>
<p><em>“Ognuno pensa al proprio tornaconto”</em>, dice il vittimista.</p>
<p><em>“C’ero prima io!”</em>, dice l’egoista.</p>
<p><em>“E’ la legge del <em>più</em> forte”, </em>dice il cinico.</p>
<p><em>“Si respira un’aria pesante”</em>, dice l’eco-scettico</p>
<p><em>“Un futuro migliore è una favola a cui non crede <em>più </em>nessuno</em>”, dice il disilluso.</p>
<p><em>“Buongiorno a tutti”</em>, dice l’ingenuo.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>Buongiorno, siamo gli ingenui.</p>
<p>Quelli che credono a tutto, perché pensiamo che solo a chi crede che tutto può succedere &#8211; tutto succede.</p>
<p>Siamo quelli che si svegliano la mattina convinti che sarà una bella giornata e se qualcuno o qualcosa la rende storta, ci rimbocchiamo le maniche e costruiamo un Coso-Raddrizza-Giornate.</p>
<p>Siamo quelli che si divertono ad essere allegri. Quelli che per non perdere l’animo non si allontanano dall’essenza della propria anima. Quelli che sono ancora capaci di ridersi addosso e che vanno orgogliosi della loro collezione di sbagli. Quelli che nelle discussioni ai <em>perché sì, </em>preferiscono i <em>perché no?</em> Quelli che non si fanno pagare quello che non gli costa niente.</p>
<p>Non dobbiamo andare a dormire per sognare e ai porti sicuri preferiamo i sentieri sconosciuti.</p>
<p>Ci siamo nati così. E così vogliamo restare. Almeno un po’. Perché perdere del tutto la nostra ingenuità significherebbe perdere del tutto anche la nostra umanità, la nostra natura e la nostra libertà di essere noi stessi; significherebbe dover rinunciare a provare affetto per gli altri senza aspettarsi un ritorno, a poter commuoverci senza vergognarci, alla capacità di fare un regalo a noi stessi senza rovinarci la sorpresa.</p>
<p>Siamo ingenui, non sprovveduti.</p>
<p>Anche noi, come tutti, abbiamo l’ambizione di arrivare lontano, ma non abbiamo fretta, non sgomitiamo, non facciamo finta di essere chi non siamo. Se lo facessimo, forse, come ci suggeriscono gli arrivisti, potremmo avere tutto, ma non saremmo più noi. E per noi sarebbe come non essere mai partiti.</p>
<p>Ci teniamo a fare le cose per bene. Abbiamo cura dei nostri valori. Investiamo tutto quello che abbiamo messo da parte in coraggio e curiosità.</p>
<p>Consideriamo l’attenzione per gli altri una virtù e la gentilezza, la forma più semplice di espressione di tale virtù. Misuriamo la bellezza delle nostre idee, con la capacità di quelle idee di generare altra bellezza.</p>
<p>Saremo ingenui a pensarlo, ma di questi tempi disillusionati &#8211; dove a vincere è la cultura del sospetto e della paura, dove dominano l’apparenza e l’ipocrisia &#8211; siamo convinti che il mondo abbia bisogno piu’ che mai di noi.</p>
<p>Pazienza se ci faranno sentire anacronistici e naif.</p>
<p>Non importa se i prepotenti ci scavalcheranno e se i cinici ci prenderanno in giro; se i furbi ci useranno e gli egocentrici ci faranno sentire meno importanti di loro.</p>
<p>Ci sarà anche qualche spiritoso che ci dirà: guarda c’è un asino che vola! E noi guarderemo in su. Non per la speranza di vedere qualcosa, ma semplicemente per non perdere l’abitudine a dare una possibilità a tutto e a tutti.</p>
<p>Noi siamo gli ingenui.</p>
<p>Sì, quelli della <em>gens</em> degli Ingegnosi, parenti stretti dei Geniali e degli Innovatori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Una paginetta.</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 12:34:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Premetto che ho quarantaquattro anni e il mio numero di scarpa è il 44. Ricevo una telefonata. È un tipo importante che conosco per motivi di lavoro, ma con cui non mi sentivo da qualche tempo. Mi dice: “Che fai? &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/02/13/una-paginetta/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Premetto che ho quarantaquattro anni e il mio numero di scarpa è il 44.</em></p>
<p>Ricevo una telefonata. È un tipo importante che conosco per motivi di lavoro, ma con cui non mi sentivo da qualche tempo. Mi dice: “Che fai? Come vanno gli affari? Ti va di tornare in Italia?”.</p>
<p>Non so bene cosa rispondere. Quando c’è da scegliere, anche fosse tra un semplice sì e un semplice no, mi blocco. Non lo faccio apposta. Mi succede lo stesso quando mi trovo al ristorante con un menù tra le mani, o di fronte agli scaffali del supermercato o facendo la fila in un cinema multisala. Ogni possibilità diventa una domanda che si scompone nella mia testa in centinaia di altre domande, cui si accompagnano migliaia di possibili risposte, nessuna apparentemente migliore delle altre.</p>
<p>Quindi, di solito scelgo a caso, come se giocassi alla roulette. In questo frangente decido di puntare tutto su uno squallido: “Beh, dipende”.</p>
<p><em>Dipende</em> è probabilmente una delle più brutte parole che ci siano in circolazione. Non mi piace perché ha un suono petulante e poi perché gli fa quasi sempre eco un <em>dipende da cosa?</em> da parte del tuo interlocutore, che ti riporta al punto di partenza, con la domanda ancora intatta che ancora più impazientemente aspetta la tua risposta.</p>
<p>E infatti: “Dipende da cosa?”, mi dice il tipo importante. “Soldi? Ruolo? Tipo di contratto?”. Con uno sforzo notevole, mi costringo a non perdermi ancora nelle sabbie mobili delle mie incertezze, e dico: “No, è che sai, ho deciso che se mi muovo da qui, mi muovo solo per cose interessanti, mi sono fatto fregare nel passato dai sol…”.</p>
<p>Il tipo importante m’interrompe prima che io riesca a dire quello che volevo dire. Loro, in effetti, sono importanti perché hanno questa capacità di lasciarti dire solo quello che vogliono sentirsi dire. “È interessante, molto interessante, fidati, mandami una paginetta di quello che hai fatto, esperienze, onori e balle varie, dai, ciao, a presto.”</p>
<p>Una paginetta? Ma che paginetta? Un curriculum vitae? E che si chiede a un quarantaquattrenne un curriculum vitae? Davvero le aziende giudicano ancora le persone che vogliono assumere in base al loro curriculum? Non l’hanno mai letta la poesia “Scrivere un curriculum” di quella donna meravigliosa che era Wislawa Szymborska, quella in cui sarcasticamente dice:</p>
<p>[…] Meglio il prezzo che il valore. E il titolo che il contenuto.  Meglio il numero di scarpa,  che non dove va  colui per cui ti scambiano. […]</p>
<p>I curriculum vitae sono qualcosa di più che una stanca convenzione sociale; sono una follia se ci si pensa, ma a cui siamo così assuefatti da pensare che sia una cosa assolutamente normale. E sono una cosa inutile in partenza: viviamo in un’epoca così veloce nella quale neanche si ha il tempo di scriverla quella paginetta che è già sorpassata prima ancora di arrivare.</p>
<p>Eppure ogni giorno centinaia di migliaia di persone affidano le proprie speranze di trovare un lavoro a questa paginetta con il titolo scritto in latino e utilizzando un linguaggio retorico e involuto; tutta piena d’informazioni che invece di mettere in luce le proprie singolarità, omogeneizzano tutto e tutti in una disperata gara a chi parla più lingue, chi ha fatto più viaggi, chi dimostra più esperienza, chi ha vinto più premi, chi sa usare più programmi software, chi è nato prima dell’altro…</p>
<p>Una serie semi-organizzata di dati da cui non si riesce a distinguere un laureato da un mascalzone. Perché dire quello che si è fatto, non dice quasi niente di chi siamo veramente. Quello che siamo, infatti, è un impasto di quello che abbiamo fatto, quello che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto e quello che abbiamo ancora intenzione di fare.</p>
<p>Una paginetta non basta. Ma neanche un paginone.</p>
<p>Diamoci da fare per inventare nuovi modi di presentarci, che diano la possibilità ai datori di lavoro di sentirsi obbligati a darcelo quel lavoro e di darci quello giusto per noi. Facciamo in modo che i cacciatori di teste si mettano veramente a caccia di teste, e non di ciclostili umani. Chissà che il mercato del lavoro non diventi un posto più interessante da frequentare.</p>
<p>Già è difficile trovare lavoro; non rendiamocelo impossibile cercandolo nel modo sbagliato.</p>
<p>Guardo la cornetta del telefono, che ho ancora in mano. Il tipo importante ha riattaccato almeno venti domande fa. Ma se fosse ancora al telefono, so già cosa mi direbbe: “Lorenzo, sei il solito rompiscatole. Ti ho chiesto una paginetta, mica la Divina Commedia; ma se proprio vuoi startene dove stai, fai pure.”</p>
<p>Caro tipo importante, ecco la paginetta che mi avevi chiesto. È quest&#8217;articolo. Spero che sia sufficiente a convincerLa di essere la persona giusta per il lavoro che mi sta offrendo. In attesa di un suo gentile riscontro, la saluto calorosamente. Lorenzo.</p>
<p><em><br />
</em></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Stalattiti senza stalagmiti.</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 14:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenzoderita</dc:creator>
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		<category><![CDATA[stalattite]]></category>

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		<description><![CDATA[Se voi foste in vacanza nel carso triestino per due settimane in compagnia di nove bambini in età pre-puberale, asserragliati in casa armati fino ai denti di apparecchi elettronici e videogames e con nessuna intenzione di interagire con il prossimo, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/lorenzoderita/2012/01/11/stalattiti-senza-stalagmiti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se voi foste in vacanza nel carso triestino per due settimane in compagnia di nove bambini in età pre-puberale, asserragliati in casa armati fino ai denti di apparecchi elettronici e videogames e con nessuna intenzione di interagire con il prossimo, o comunque di qualsivoglia essere umano più alto di un metro e cinquanta e sprovvisto di joystick (“sei anziano Papà, si chiama controller”), insomma, se vi trovaste nei miei panni, voi, cosa fareste?</p>
<p>Beh, io, dopo aver provato senza fortuna tutte le carte a mia disposizione per stanarli da casa, che furono nell’ordine:</p>
<p>1)	Andare a mangiare un gelato al mitico Bar Bianco sulla statale<br />
2)	Fare una camminata nei boschi e giocare a chi avvista più felci rare<br />
3)	Andare a cavallo fino in Slovenia passando dall’ex confine dietro casa<br />
4)	Fare un tuffo nell’acqua ghiacciata del mare<br />
5)	Aiutare il vicino a insaccare salami</p>
<p>e giocatomi anche l’asso nella manica – cioè cercare i tesori nascosti della prima guerra mondiale con il metal detector – ho buttato lì una mossa tanto istintiva quanto disperata: la visita alla vicina Grotta Gigante.</p>
<p>Non so per quale congiuntura astrale favorevole o per quale grazia superiore, ma la proposta deve aver toccato qualche loro neurone non ancora danneggiato da quelle macchinette infernali. Si sono fiondati tutti in auto, entusiasti all’idea di andare a vedere un buco gigante sottoterra dove viveva un orso enorme con denti a sciabola che mangiava gli uomini della preistoria perché avevano il cervello più piccolo di quelli di oggi (con queste parole, la mia figlia minore descriveva a uno dei suoi fratelli il posto dove ci stavamo recando.)</p>
<p>Appena entrati nella grotta, la speleologa che ci faceva da guida ci avvisò che avremo dovuto percorrere 500 gradini a scendere e 500 a risalire e che il tutto avrebbe preso un’oretta di tempo. I lamenti del “popolo del gioioso joystick” per l’imprevisto sforzo fisico che li attendeva finirono al decimo gradino, quando di sguincio era già possibile capire che la Grotta Gigante avrebbero potuto chiamarla anche la Grotta Gigantissima (copyright dell’altra figlia, quella maggiore).</p>
<p>Era uno spettacolo da ammutolire. E, infatti, ci ammutolì a tutti. Avevamo di fronte a noi trecento sessantamila metri cubi di vuoto, tanto era il volume della sala principale della grotta.</p>
<p>Tutt’intorno stalattiti e stalagmiti.</p>
<p>E silenzio. Si riusciva a sentire il gocciolio dell’acqua che precipitava dalle lunghe stalattiti appese alla volta superiore della grotta per andare a infrangersi sulle stalagmiti sottostanti. Un viaggio, per quelle gocce, di quasi 100 metri.</p>
<p>Osservavo i bambini che con il naso per aria e la bocca aperta circumnavigavano con lo sguardo l’intera grotta. Avevano un’espressione sul volto che neanche avessero visto la Playstation 9. C’era meraviglia vera nei loro occhi. E rispetto. Era, quello, il mio personale e piccolo spettacolo nello spettacolo maestoso offerto dalla grotta.</p>
<p>Risalendo i 500 gradini per tornare su, questa volta tra lamenti e sbuffi (le salite non ispirano nessun sentimento di meraviglia), la guida continuò a spiegarci le varie caratteristiche della grotta, di come funzionano le maree terrestri, delle centinaia di migliaia di anni che servono a una stalagmite per crescere di appena qualche metro e dei milioni di anni necessari per congiungersi con la stalattite formando una colonna, e di come le luci che illuminano la grotta provochino la nascita di muschio e felci attraverso il processo di fotosintesi.</p>
<p>Eravamo quasi all’uscita quando il più piccolo dei bambini disse: “Non ho capito niente, cosa sono le stalagmiti?”. Un altro dei bambini della compagnia, spazientito da quella frase che rendeva completamente inutile lo sforzo di quei mille gradini, gli diede una risposta semplice, ma che allo stesso tempo trovai molto profonda: “ le stalagmiti sono quelle cose che servono a ricevere la goccia delle stalattiti, sennò la goccia casca per terra e si spreca.”</p>
<p>Dunque, a suo modo di vedere, le stalagmiti non erano una conseguenza di quel continuo e lentissimo gocciolare delle stalattiti sempre sullo stesso punto. Nella sua visione rovesciata delle cose, le stalagmiti giustificavano le stalattiti e non il contrario. L’effetto diventava la causa e viceversa.</p>
<p>Tornando a casa, ripensavo a quel concetto sottosopra, e mi tornò in mente quella teoria sulla formazione delle idee di Paul Valéry di cui avevo letto una volta. Non ricordo in che libro o articolo la scrisse e nemmeno le parole esatte, ma il concetto era che per inventare qualcosa c’è bisogno di almeno due persone: una che pensa all’idea e un’altra che la riconosce come idea.</p>
<p>Una sola, senza l’altra, non è sufficiente per dare completezza e legittimazione a un’idea.</p>
<p>Un po’ come le stalattiti che creano (inventano) la goccia, ma se poi non hanno una stalagmite a ricevere (riconoscere) quella goccia, quella goccia avrà fatto un viaggio a vuoto.</p>
<p>Beh, rimanendo in metafora, se immaginiamo il mondo di oggi come fosse una grotta gigantissima, al suo interno troveremo solo stalattiti e nessuna stalagmite.</p>
<p>Un posto pieno di scrittori senza editori, fotografi senza agenti, registi senza produttori, stalattiti senza stalagmiti…</p>
<p>La più grande conseguenza della rivoluzione digitale che stiamo vivendo è proprio questa: l’averci falsamente illuso, per biechi motivi commerciali, che siamo tutti artisti autocertificati. E’ come se fossimo convinti per davvero che ci basti una telecamera al collo per essere un regista o un programma word per scrivere un best-seller.</p>
<p>Pensiamo che sia piu’ interessante e socialmente rilevante, essere quello che può dire “guarda che bella idea che ho avuto”, piuttosto che essere quello che dice “proprio bella l’idea che hai avuto”.</p>
<p>E’ questo il significato più vero dei milioni di video che postiamo su youtube, i trilioni di fotografie che mostriamo sulle nostre pagine su facebook e su flickr, le centinaia di migliaia di libri pubblicati ogni giorno…</p>
<p>Uno sgocciolio che non crea niente, ma anzi distrugge. Una massa indistinta di vuoto.</p>
<p>Se non ridaremo importanza al ruolo del riconoscitore d’idee, saremo destinati a vivere in una società che si regge su colonne di miliardi di gocce sparse.</p>
<p>Una società che non sa inventare il proprio futuro.</p>
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