Sii buono come Dylan fu con te

Good As I Been to You (1992)

(Il disco precedente: The Bootleg Series Vol. 1-3 (Rare and Unreleased)
Il disco successivo: World Gone Wrong).

C’è un uomo di cui sentirete parlare ovunque andiate
la terra sua è nel Texas, il suo nome Diamond Joe.
I suoi soldi li tiene in un vaso tempestato di diamanti,
le procedure della legge non gli hanno mai dato problemi.

1. TI PORTERÒ A CHICAGO

Al centro di un layout che grida “cestone di autogrill”, la prima foto di Dylan cinquantenne – ed è una bella foto, a Dylan i 50 anni donano (erano i 40 che proprio non riuscivano a trovare il profilo giusto).

Dov’eravamo rimasti? Senza averlo detto a nessuno, all’inizio degli anni ’90 Dylan ha definitivamente smesso di scrivere canzoni. Non è un problema. Sta facendo in media un centinaio di date in giro per il mondo; ha appena piazzato in classifica un cofanetto di scarti che non ha venduto come Biograph, ma alla fine farà anch’esso il suo mezzo milione di copie. Insomma gli affari vanno abbastanza bene, senza bisogno di comporre strofe e ritornelli di cui nessuno sente veramente il bisogno. Sennonché…

…la Columbia vuole il suo disco di inediti.
Anche nel 1992.
C’è scritto sul contratto.

E va bene, dice Dylan, facciamo ‘sta sceneggiata. Verso l’inizio dell’estate chiama un vecchio amico pluristrumentista, David Bromberg, la cui carriera di cantautore dopo gli anni ’70 si è rapidamente arenata, al punto che ha aperto uno studio da liutaio; prenotami uno studio a Chicago, voglio fare un disco di cover. Povero Bromberg. Devono tremarti le gambe, quando Dylan ti dice che vuole fare un disco di cover. Pensa ai precedenti. Esperimenti abortiti come Self Portrait. Pasticci come Knocked Out Loaded. Oggetti deprimenti come Down in the Groove. La cosa più saggia, quando Dylan ti chiede di fare un disco di cover, è scappare. Invece Bromberg prenota l’Acme Recording Studio. Chiama un violinista, un mandolinista e tutta la compagnia pizzicante. Registreranno il primo vero disco di cover di Bob Dylan – non il solito pasticcio rovinato dai ripensamenti. Un disco serio, rigoroso. Un bel disco, probabilmente.

Non lo sappiamo.
Deve ancora uscire.
Povero David Bromberg.

Ho preso cavalli da Diamond Joe, ho firmato il suo contratto.
Mi diede una mandria di ronzini così vecchi che non stavano in piedi.
E sono quasi morto di fame, mi ha trattato così male. 

Non ho mai tenuto un dollaro dalla paga di Diamond Joe.

(No, in realtà l’ha pagato. Ma la canzone dice così, e in un qualche modo oscuro le canzoni non mentono).

2. IL RITORNO DEL GEMELLO CATTIVO (o era il buono?)

Quando torna a casa sua in California, Dylan ha una sorpresa: qualcuno gli ha forzato la serratura del garage – più che garage è una piccola sala d’incisione, quella dove i Traveling Wilburys appena nati incisero Handle with Care. Non hanno rubato niente, forse un paio di armoniche (o forse le ha perse Dylan: ha sempre fatto casino con le armoniche). In compenso qualcuno ha lasciato qualcosa. Dei nastri. Dylan non ha nemmeno bisogno di ascoltarli per capire chi è stato: il suo gemello è passato di lì. Quello che non è mai diventato famoso, quello che non è mai passato al rock, quello che continua a strimpellare sui marciapiedi del mondo – in teoria ha la sua stessa età, eppure Dylan è felice che non sia morto di qualche forma di vecchiaia anticipata. Si sa che la vita per strada ti consuma. Vabbe’, sentiamo questo nastro – mio dio, è quasi un’ora di roba. Un’ora di voce e chitarra, ma come si fa. Nemmeno nel ’64 riuscivi a mantenere l’attenzione per così tanto tempo. E poi senti che voce, mamma mia – non sputa più le sue cattiverie come ai tempi di Blood on the Tracks. Adesso gracchia. La sua glottide è una spina, una puntina di giradischi – ma questa canzone la conosco…

Frankie pulled out a pistol, pulled out a forty-four.
Gun went off a rootie-toot-toot and Albert fell on the floor.
He was her man but he done her wrong.

Frankie and Albert, storia di una tizia che uccise il suo uomo fedifrago a fine Ottocento, al tempo in cui la cronaca nera si diffondeva con le ballate – che roba. Così sei tornato alla fase folkloristica, eh, vecchio Ismaele? beh, almeno adesso hai la voce giusta. Ma a chi credi che possano interessare questi brandelli di antichi giornali? Anche la mano è un po’ incerta, una volta sapevi suonare meglio. Si vede che hai avuto problemi alle articolazioni, anche tu…

Frankie got down upon her knees, took Albert into her lap.
Started to hug and kiss him, but there was no bringin’ him back.
He was her man but he done her wrong.

Va bene, non è malaccio in fondo, sembra… sembra vera. Suonata da un vecchio cantastorie a un crocicchio. Potrei anche piazzarla da qualche parte nel nuovo disco, per spezzare un po’ il ritmo. E poi che c’è? Jim Jones che va a marcire nella colonia penale australiana? Inizio Ottocento ormai. Ismael, stai diventando un museo ambulante.

 

3. STORIA DELLA CULTURA OCCIDENTALE COME SE FOSSE LA DISCOGRAFIA DI BOB DYLAN

Era un giochino che avevamo iniziato da qualche parte – dunque, i primi dischi acustici sarebbero la fase arcaica. Miti, leggende, echi di guerre civili di duemila anni fa. Con Bringing It All Back Home, e la scoperta del rock, entriamo nell’età classica, che ci regala le maggiori soddisfazioni ma dura pochissimo, chi la vive a momenti manco se ne accorge. Col trauma dell’incidente in moto comincia la fase tardoantica, in cui la barbarie progressivamente penetra entro i confini dell’impero – dapprincipio attraverso le registrazioni nelle catacombe di Big Pink, poi con i riti misterici di JWH – ma è con Nashville Skyline che comincia l’Alto Medioevo: dove c’erano testi filosofici e sapienziali ora si fanno feste danzanti in campagna. I secoli bui si protraggono per tutto il 1970 (Self PortraitDylan, se volete New Morning può essere l’alba del Basso Medioevo). Rifioriscono i commerci, si ritorna in tour. Blood on the Tracks non può che essere il Rinascimento quattrocentesco (e allora vedi che in Tangled Up in Blue Dylan non aveva sbagliato secolo?), mente Desire è quello maturo e inquieto di inizio Cinquecento, con le sue tensioni mistiche e simbologie egizie. Street Legal è già manierismo, ma nel frattempo sotto le ceneri cova ben altro; con Slow Train Coming ha inizio la rivoluzione puritana. Cadono teste, i bigotti prendono il parlamento, ma Cromwell comincia a diffidare di loro e dopo la sua morte la repubblica ha breve durata. Già da Shot of Love comincia una lenta transizione da un pomposo barocco a un lezioso rococò, con occasionali tentativi neoclassici (ricordiamo che la classicità per Dylan è il rock and roll). Oh Mercy arriva come un fulmine a ciel sereno: è lo Sturm und Drang? il primo romanticismo? Quindi Good As I Been cosa dovrebbe essere? Forse i fratelli Grimm, la seconda generazione dei romantici che comincia a fare ricerche sul campo. Dylan già si era messo sulle loro tracce con le fiabe e le filastrocche di Under the Red Sky. Ora però fa sul serio – o forse è il suo gemello cattivo, meno incline ai compromessi: le canzoni non si scrivono più, è il popolo che le scrive. Il cantante è solo un medium, un tramite. Attraverso le canzoni possiamo sentire il popolo pensare. Captare le sue emozioni, capire cosa lo appassiona e cosa lo indigna. A volte in realtà non captiamo un bel niente: non ci resta che riflettere davanti a un mistero. Dylan per trent’anni ha riempito il mondo di parole: è ora di tacere e lasciarsi riempire dalle parole del popolo.

Was in the summer, one early fall, just tryin’ to find my little all and all.
Now she’s gone, an’ I don’t worry: Lord, I’m sittin’ on top of the world.

4. MA SAI CHE NON È LA PALLA CHE PENSAVO

Credo che sia il primo pensiero di chiunque si è accorto che dopo Froggie Went A-Countin’ la puntina tace, silenzio, il disco è finito. Già finito? Vuoi dire che sono già passati 55 minuti? Non l’avrei mai detto. Good As I Been non è il disco-più-noioso-di-Dylan che tutti si aspettano. È vero, è il primo totalmente acustico dal 1964, e Dylan non ha scritto una sola parola (nemmeno i credit). Eppure va giù molto meglio di altri dischi più arrangiàti.

(“Va bene”, pensa Dylan, “ce l’hai fatta anche stavolta, vecchio Ismaele. Sì, suoni meno pulito di una volta, ma non hai mai voluto suonare pulito, dopotutto. E in Sitting on the Top of the World sembri un vero bluesman del Delta che gracchia da un grammofono. Te lo pubblico intero, questo disco. Quello col povero Bromberg aspetterà – povero Bromberg. Ti ho già mezzo rovinato Blood on the Tracks, non ripeterò l’errore”).

5. VI RICORDAVATE CHE DYLAN ERA ANCHE UN CHITARRISTA?

Secondo me suonava davvero meglio in Bob Dylan – come a dire che come strumentista, Dylan parte bene e negli anni sembra solo peggiorare. Negli anni Ottanta dava la sensazione di tenere la chitarra al collo solo per fare scena. Anche da questo punto di vista, Good As I Been è una gradita sorpresa. Il suo stile è tutt’altro che impeccabile (in mezzo c’è stato, ricordiamo, un grave incidente domestico a una mano), ma è proprio questo che lo rende irresistibile. È come se Dylan ti invitasse a riempire i buchi.

In quest’anno in cui per voto ho dovuto ascoltare Dylan almeno una volta alla settimana mi è capitato uno strano fenomeno. A un certo punto senza neanche pensarci ho comprato corde nuove per chitarra – non lo facevo da dieci anni. In effetti lo strumento è un po’ trascurato, è stato molto tempo sopra l’armadio e andrebbe revisionato, sono persino entrato in un negozio a vedere quanto costano adesso che c’è l’euro. Insomma mi è tornata voglia di suonare, alla mia età, per quanto sia ridicolo (e non ho né il tempo né lo spazio, insomma, non succederà). Ma non l’avevo collegato a Dylan, fino a quando mi sono ritrovato in cuffia Good As I Been to You. È un disco che ti fa venire voglia di suonare. Ogni canzone è un meccanismo congegnato per farti entrare e poi chiudersi su di te. All’inizio neanche ci fai caso, poi ti ronzano nelle orecchie per giorni interi. Succede coi brani acustici. È come se fossero registrati più per essere ricordati che per essere ascoltati. Dylan da giovane aveva cominciato così: ascoltava una canzone, imparava a suonarla, e poi l’abbandonava. Molti degli arrangiamenti di queste canzoni sono identici a quelli di un grande bluesman, Mance Lipscomb, scomparso quindici anni prima. Non è una sorpresa che Dylan non si ricordi di accreditarlo. Nella sua biografia Mance Lipscomb ricordava il modo in cui Dylan aveva cominciato a rubargli le canzoni già da vivo, ascoltandole dietro le quinte dei festival e poi suonandole al pubblico prima di lui. Un patentato ladro di cultura – eppure come fai a non capirlo?, a non perdonarlo? Ok, è triste che tutti credano che Cappuccetto Rosso sia un’invenzione di due fratelli scrittori, ma non sarebbe più triste se senza di loro non avessimo Cappuccetto Rosso? Non puoi ascoltare You’re Gonna Quit Me senza che ti venga voglia di rifarla. C’è quella blue note che ti fa l’occhiolino in fondo alla frase (“You’re Gonna Quit Me BaBY“), ciao, sono quella lieve stonatura tra un tasto e l’altro: riesci a trovarmi con le dita, con la voce? Come fai a non invidiare Dylan, o il suo gemello cattivo, che a cinquant’anni possono rimettersi a strimpellare in garage come quando erano ragazzini e la cosa più importante del mondo era riuscire a rifare una canzone appena ascoltata? Aggiungi che se non sei svelto a rubarla, se non sei bravo a rifarla, potresti averla persa per sempre. Non la manderanno alla radio, il disco nessuno l’ha comprato, spotify non esiste nemmeno nel pensiero di Dio. Non stai rubando una canzone a un bluesman, la stai sottraendo al trionfo dell’Oblio. Non ti stai appropriando di una cultura – ok, un po’ sì, ma è inevitabile – la stai salvando.

6. VEDIAMO IL BLUFF

Tomorrow night, will you remember what you said to night ?
Tomorrow night, will all the thrill be gone ?
Tomorrow night, will it be just another memory
Or just another song, that’s in my heart to linger on ?

(E questa che roba è… Tomorrow Night? Ma questo non è folklore, vecchio Ismaele, questo è un lento di Elvis… lo avrà scritto qualche sgobbone di Tin Pan Alley, cosa ci fa in una collezione di musica folk… beh, sì, probabilmente qualche folksinger l’avrà strimpellata sul marciapiede perché una bambina con un quarto di dollaro gli aveva fatto la richiesta, ma… come faccio a pubblicare questa? Dovrei fare ricerche sull’autore, troppo sbattimento. La infilerò come un asso finto nel mazzo: magari non ci faranno caso).

Dicono che Good As I Been è un disco allegro, almeno rispetto al fratello minore World Gone Wrong. A me sembra un disco gonfio di tragedie, assassini e tristezze varie. Dicono che dei due è il disco più inglese e meno blues: sarà, ma alcune delle cose più pregevoli sono proprio gioielli blues come Sittin’ on the Top e quella cosa straordinaria che è Step It Up and Go come la suonava già Blind Boy Fuller nel 1940, un rock and roll fatto e finito, quindici anni prima che Chuck Berry attaccasse la spina. Il gemello di Dylan la registra persino un po’ più grezza di Fuller: vuole fare baccano come se fosse a una festa danzante anni Venti e fosse l’unica fonte di musica e di ritmo; senza amplificatori che lo proteggono dal rumore dei tacchi sulle assi di legno.  “Step it up and go… Yeeeah, go!”

Dicono che Good As I Been suona così bene perché riflette il segmento meglio riuscito dei suoi concerti del periodo, l’intermezzo acustico. Insomma si tratterebbe di canzoni lungamente provate in pubblico. Ma i pezzi più smaglianti di Good As I Been, Dylan dal vivo li ha suonati pochissimo. Alcuni (Frankie and AlbertCanadee-I-O, Sittin’On the TopStep It Up) proprio mai, il che è assurdo – bisognava costringerlo a suonare Step It Up dal vivo. Dicono che Dylan finalmente in Good As I Been trova quella voce chioccia e pungente che fingeva di avere da ragazzino. Quando era più vecchio – adesso è molto più giovane di così, vero?

7. COSA DIAVOLO STAI CANTANDO

“Well, I’ll forsake my house and home, and I’ll forsake my baby.
I’ll forsake my husband, too, for the love of Black Jack Davey”.

Uno dei brani più memorabili di Good As I Been è Black Jack Davey, variante di una ballata scozzese talmente famosa che persino io la conosco in un’altra versione, The Raggle Taggle Gipsy dei Waterboys. È la storia di una giovane madre che scappa con un bello zingaro a cavallo, e al marito che viene a cercarla (“come puoi lasciare la tua casa e la famiglia? come puoi lasciare il tuo stesso uomo?”, risponde che è tutto ok, preferisce dormire sotto le stelle con Black Jack Davey. L’ultimo brano è la filastrocca di una rana che vuole sposare una sorcia – peccato che alle nozze si presenti, ultimo ospite, un serpente che divora tutti gli invitati. Anche questa l’avevo già sentita almeno da un’altra parte – il testo era stato pubblicato già nel 1548, e dietro al suo successo gli storici si sono sbizzarriti a cercare riferimenti politici: forse era un allegoria di un fidanzamento di Elisabetta d’Inghilterra? O di Maria la Sanguinaria? O Maria Stuarda? O qualsiasi altro matrimonio che non finisce bene? L’ultima strofa di solito dice che c’è qualcosa di buono da mangiare su una mensola (Dylan dice che c’è del “cornbread”, pane di mais); il cantastorie ha fame, quindi se vuoi sentire altre canzoni… te le devi cantare da solo.  Grazie Bob, per questi cinquanta minuti. Adesso scusate,  ho una cosa da fare. C’è un posto qui vicino dove vendono chitarre.

(Gli altri pezzi: 1962: Bob Dylan, Live at the Gaslight 19621963: The Freewheelin’ Bob DylanBrandeis University 1963Live at Carnegie Hall 19631964: The Times They Are A-Changin’The Witmark Demos, Another Side of Bob DylanConcert at Philharmonic Hall1965: Bringing It All Back HomeNo Direction HomeHighway 61 Revisited1966: The Cutting Edge 1965-1966Blonde On BlondeLive 1966 “The Royal Albert Hall Concert”, The Real Royal Albert Hall 1966 Concert1967: The Basement TapesJohn Wesley Harding1969: Nashville Skyline1970: Self PortraitDylanNew MorningAnother Self Portrait1971: Greatest Hits II1973: Pat Garrett and Billy the Kid1974: Planet WavesBefore the Flood, 1975: Blood on the TracksDesireThe Rolling Thunder Revue1976Hard Rain1978: Street-LegalAt Budokan1979Slow Train Coming1980Saved1981Shot of Love1983Infidels1984Real Live1985Empire BurlesqueBiograph1986Knocked Out Loaded1987Down in the Groove, Dylan and the Dead, 1988: The Traveling Wilburys Vol. 1, 1989: Oh Mercy1990: Under the Red Sky, Traveling Wilburys Vol. 3, 1991: The Bootleg Series Vol 1-3 (Rare and Unreleased), 1992: Good As I Been to You, 1993: World Gone Wrong…)

Mostra commenti ( )