Dal vivo col Morto

Dylan and the Dead (1989, ma registrato nel 1987!)

(Il disco precedente: Down in the Groove
Poi c’è una cosa che non è esattamente un disco di Bob Dylan).


Erano anni che il pubblico veniva regolarmente rifornito di mie registrazioni su disco, ma le mie esibizioni dal vivo non riuscivano mai a catturare lo spirito intimo delle canzoni. Non riuscivo a dar loro il giro giusto. Un certo senso di intimità, insieme a molte altre cose, era sparito. Per gli ascoltatori doveva essere stato come arrancare tra i campi abbandonati ed erba morta. […] Sempre prolifico ma mai preciso, troppe distrazioni avevano trasformato il mio sentiero musicale in una giungla di viticci. Avevo seguito regole ben consolidate, e non avevano funzionato. Le finestre erano rimaste inchiodate per anni, coprendosi di ragnatele, e io ne avevo piena coscienza.  (Chronicles I).

Mentre stavamo lavorando a Dylan and the Dead, avemmo un’esperienza davvero strana. Andammo a casa sua a Malibu… dove lui aveva sette od otto di questi enormi cani, credo fossero mastini o roba del genere. Appena arrivati, i cani circondarono le mostre auto, e lui venne a prenderci e ci portò in questa enorme casa che sembrava un castello – sai, un grande caminetto, pareti in legno, un soffitto altissimo… Su un tavolo c’era uno stereo a cassette portatile, di quelli da trentanove dollari, nel quale ficcò la cassetta del disco, la fece andare e quindi disse: “Non pensate che la voce sia mixata un po’ troppo alta in quel brano? Così ce ne restammo lì ad ascoltare quello che sarebbe diventato uno dei nostri dischi che suonava su quell’aggeggio da due soldi, e lui proseguì dicendo che, a suo parere, ci volevano un po’ più di bassi”. (Jerry Garcia, leader dei Grateful Dead, citato in Jokerman da Clinton Heylin (che non sopporta né lui né i Dead).

Tra tanti forse è il più ricco di citazioni dei musicisti, quelle che alla fine ci interessano davvero.

Tra tanti forse è il più ricco di citazioni dei musicisti, quelle che alla fine ci interessano davvero.

(È da un anno ormai che ascolto Dylan in macchina. Solo i bassi di Dylan and the Dead mi hanno fatto vibrare il cruscotto).

Non si esce vivi dagli anni Ottanta. Dopo aver mangiato la polvere, dopo esser sceso nella buca, c’è un’ultima tappa che Dylan deve percorrere, e noi con lui. Come Ulisse prima di noi, come Dante Alighieri, scenderemo nel mondo sotterraneo, incontreremo… la Morte!

Ah ah ah, capito la battuta? I “Grateful Dead” sono… la Morte!

“Il morto”.

“Eh?”

Dead vuol non vuol dire Morte, al massimo vuol dire il morto“.

“Vabbe’, dai, quasi”.

Cercavo di trovare una soluzione ma sembrava che nessuna formula fosse disponibile. Forse, se avessi capito cosa stava per succedere, avrei aggiustato le cose finché ero in tempo, ma non mi ero accorto di niente. L’epoca in cui ogni mio concerto era occasione di grandi sommovimenti aveva subìto una brusca frenata, e ormai si era quasi fermata. Troppe volte mi ero dato da solo la zappa sui piedi. È bello sapere che sei una leggenda, e la gente è disposta a pagare per vederla, ma per la maggior parte della gente una volta è abbastanza. Bisogna saper onorare gli impegni, non sprecare il proprio tempo e quello degli altri. Non ero sparito dalla scena ma la strada si era ristretta, si era quasi interrotta e invece avrebbe dovuto essere ben larga. Non me ne ero ancora andato, stavo solo gironzolando giù all’ingresso. Dentro di me c’era una persona che io dovevo ritrovare. (Chronicles, I).

No, sul serio, pensavate che non saremmo scesi più in basso di Down in the Groove? Anch’io per un attimo – poi ho dato un’occhiata al calendario e ommioddio, c’è il live coi Grateful Dead. Ma è proprio il caso? Non si può far finta di niente? No eh? beh, almeno stavolta il titolo si scrive da solo. Verrà la Morte e… farà un disco di Dylan! Dylan suona a Morto! Ti va di suonare con Dylan? Manco morto! Forse non tutti sanno che i Grateful Dead scelsero quel loro nome così caratteristico, che attira tutti questi simpatici giochi di parole, aprendo due volte a caso un dizionario: il che dimostra che la scaramanzia non è proprio una caratteristica culturale degli americani (del resto è gente che da duecento anni tiene 13 strisce nella bandiera, respect. Gli europei la bandiera a 13 stelle non la vollero).

I Grateful Dead ai tempi del misfatto.

I Grateful Dead ai tempi del misfatto.

Insomma questi aprirono il dizionario a caso, uscì “morto” e dissero “ok, perché no?” E venticinque anni più tardi incontrarono un Dylan nel momento più difficile della sua carriera: lui propose di fare una mezza di concerti assieme e di nuovo dissero “ok, perché no?” Anche se da lì in poi le versioni non combaciano. Per Garcia – che aveva anche lui i suoi problemi di salute – si trattò di una cosa abbastanza estemporanea: Dylan era in giro dall’anno prima con gli Heartbreakers di Tom Petty; avevano anche fatto qualche data insieme ai Dead, che avevano già da anni pezzi di Dylan in scaletta. Era la cosa più naturale del mondo che ogni tanto Dylan uscisse coi Dead per i bis. L’estate successiva, prima di partire con gli Heartbreakers per le città del vasto mondo (Tel Aviv, Gerusalemme, Modena), Dylan fece una mezza dozzina di date in America con i soli Grateful in luglio, una specie di estensione dei bis del True Confession Tour. I biglietti si vendettero facilmente – i Dead erano una certezza, da questo punto di vista; le recensioni non furono cattive; l’unico problema è che come al solito Dylan non riusciva a fissarsi su una scaletta breve, e così a Garcia e alla sua squadra di onesti operai del rock da stadio impose di provare un centinaio di canzoni. Tanta fatica, per ritrovarsi poi a jammare senza fantasia sulle solite All Along the Watchtower e Knockin’ on Heaven’s Door (“like so many times before”, canta nel ritornello un Dylan ormai esasperato). Fu una storia abbastanza breve e non così insoddisfacente, né per Dylan, né per i Grateful Dead, né per il pubblico. Il disco invece uscì solo nel 1989 ed è terribile.

Non riuscivo a superare gli ostacoli, tutto era a pezzi. Le mie stesse canzoni mi erano divenute estranee. Non avevo la capacità di toccare i loro nervi scoperti, non riuscivo a scendere sotto la loro superficie. Il mio momento era passato. Nel mio intimo, il mio canto mi risuonava vuoto e io non vedevo l’ora di ritirarmi e piegare le tende. 

Esistono dischi inutili (Dylan ne ha fatti) ed esistono dischi dannosi. Dylan and the Dead fu un danno inestimabile per la sua carriera. Pubblicato quando ormai quelle sei date erano un lontano e non irrinunciabile ricordo, non si può certo dire che contribuì a ripristinare la credibilità dell’autore. Ma soprattutto finì per andare comunque in classifica e togliere spazio alla promozione del vero disco che Dylan avrebbe fatto uscire da lì a poco, Oh Mercy: il disco che doveva rappresentare il rilancio e che vendette molto meno di quanto previsto. Il disastro lasciò il segno al punto che dopo Dylan and the Dead la Columbia non avrebbe più commercializzato live di Dylan – fatta eccezione per l’Unplugged della serie MTV e qualche oggetto di repertorio per collezionisti. Quasi si fosse davvero ritirato, come pensava seriamente di fare dopo il tour con gli Heartbreakers. Mentre sappiamo che è successo il contrario: già l’anno successivo, con una band ridotta all’osso, avrebbe fatto ottanta date: e da lì in poi non ha più smesso. Ma se dal 1988 in poi si è trasformato in un vero e proprio artista itinerante, senza più accusare quell’insofferenza cronica che lo aveva accompagnato sin dalle prime fasi della carriera, in un qualche modo lo deve ai Grateful Dead e a quel piccolo tour che fecero nel luglio 1986. Se fu il punto più basso della sua carriera, fu il momento in cui finalmente toccò il fondale e riuscì a trovare la forza per risalire. È più o meno quel che racconta in Chronicles, dopo aver tratteggiato in un paio di pagine di schiettezza disarmante l’autoritratto di un divo alla frutta, in crisi di mezza età. “Molte volte, prima di uno spettacolo, a un passo dal palco, mi sorprendevo a pensare che non stavo tenendo fede alla promessa che avevo fatto a me stesso. Che promessa fosse non lo ricordavo con precisione, ma sapevo che stava da qualche parte nel passato”. Credo che valga anche per la gente comune: quel momento a metà dei quaranta in cui ci guardiamo allo specchio e non ci domandiamo più: “sto tenendo fede alla mia promessa?”, ma piuttosto: “che promessa era?”

Comunque sia, Dylan racconta che erano i Dead, non lui, a voler provare un sacco di vecchie canzoni nel loro studio a San Rafael, California. Roba vecchia, mai suonata dal vivo, materiale magari molto popolare tra i dylaniti ma che lui ormai nemmeno si ricordava di aver scritto (a un certo punto, se fai un disco all’anno e non li riascolti mai, dev’essere come se tu e i tuoi fan fossero su pianeti diversi). “Quelle canzoni non mi davano nessuna emozione e non immaginavo come avrei potuto cantarle, senza voglia com’ero”. A questo punto Dylan racconta di essere uscito dallo studio con una scusa qualsiasi – non “vado a comprare le sigarette” ma “ho dimenticato qualcosa in albergo”. L’idea era mollare tutto, scappare via e lasciare che l’episodio diventasse un aneddoto tra i tanti. Invece si mise a camminare e entrò per caso in un localino dove suonava un gruppo jazz. Qui, davanti a un cantante che gli ricordava Billy Eckstine, Dylan mette in scena una delle sue tante epifanie.

Fu come se mi dicesse: È così che devi fare. Tutto a un tratto capii qualcosa con una rapidità che non avevo mai sperimentato. Capii come faceva a ottenere quell’emissione, e quello che adoperava per farla sua. Sapevo da dove veniva quella forza, e non era la sua voce, anche se fu la voce a riportarmi bruscamente alla mia realtà. Anch’io lo sapevo fare, sto pensando. Era tanto tempo fa ed era una cosa automatica. Nessuno me l’aveva insegnata. 

Nel quarto capitolo di Chronicles, Dylan racconta una serie di rivelazioni che gli hanno consentito di reinventarsi, proprio a partire dal 1987, come compositore e performer. Sono spiegazioni per lo più incomprensibili – del resto se riuscissimo a capirlo forse potremmo risorgere anche noi, il che non ci è concesso. Le rivelazioni non sono per tutti. Ci sono pagine dedicate a un sistema compositivo basato sui numeri dispari – non si riesce a capire cosa intenda, non è chiaro nemmeno se è un metodo per comporre, per suonare la chitarra o per cantare. In ogni caso non sarebbe bastato: Dylan aveva anche bisogno di incontrare quel cantante in un localino jazz – e qualche mese dopo di un’altra crisi rigenerante durante una data svizzera con gli Heartbreakers. Il pubblico non se ne accorse, Dylan diventò un’altra persona. Una persona che magicamente non si stanca più in concerto. Dylan si era sempre stancato, anche all’età in cui qualcun altro avrebbe preso la cosa come un gioco. Aveva già voglia di farla finita coi tour ai tempi di Dont Look Back, nel 1964. Per otto anni se ne era stato a casa. Ogni tour dal ’74 in poi era stato un viaggio nella fatica. Tutto questo sembra improvvisamente interrompersi dall’autunno 1987 in poi. Però non c’è un vero disco ufficiale che documenti i concerti dal 1987 in poi. Invece c’è Dylan and the Dead, che mostra la situazione appena pochi mesi prima, e molti considerano il punto più basso sia di Dylan che dei Dead, e in effetti è terribile – ma forse non così terribile.

Quando tua madre rispedirà al mittente tutti i tuoi inviti
e tuo padre spiegherà a tua sorella
che sei stanca di te stessa e di tutte le tue invenzioni
verrai a trovarmi, Queen Jane?
verrai a trovarmi, Queen Jane?

d&td

Se fosse uscito come bootleg probabilmente avrebbe i suoi estimatori – qualcuno direbbe che è molto meglio di Talaltro Disco Che Invece Dylan Ha Pubblicato, o che sembra più in forma qui che in Down in the Groove. Ma è un disco ufficiale. Ha una copertina fumettosa che forse precorre i tempi ma non rientra nei gusti del dylanita medio – Bob non è una sagoma, perdio!, e soprattutto suona terribile. I bassi sono veramente un po’ troppo alti e forse contribuiscono a impastare il tutto. Le onnipresenti chitarre di Weir e Garcia chiocciano in modo fastidioso. Le voci degli stessi Garcia e Weir producono un coro indispensabile ma abbastanza approssimativo che ci fa persino rimpiangere le dylanettes, o almeno capire perché fino a quel momento Bob aveva preferito tirarsele dietro (a questo punto nel tour con gli Heartbreakers aveva piazzato sia la moglie segreta che la suocera). Tutti questi difetti in un bootleg non li noteremmo nemmeno – in un bootleg è normale che la copertina sia un pugno nell’occhio, che il mix sia difettoso, che qualcosa non suoni giusto. È il bello dei bootleg. E Dylan in fondo è soltanto uno che sin dai tempi di Self Portrait vorrebbe farsi i bootleg da solo: dischi non troppo prodotti, mixati un po’ come viene viene. Dylan and the Dead corrisponde perfettamente alla sua idea di disco live fatto in casa: ed è terribile. Almeno è l’ultimo (per ora).

(Lo sapete che a novembre usciranno altri otto dischi di Dylan? È l’annunciato tredicesimo volume della bootleg series, quello dedicato al periodo cristiano. C’è roba in studio e dal vivo, c’è anche un dvd. Sì, lo so, non ne usciremo mai).

La scaletta di D&tD ha tutta l’aria di un compromesso. Quattro brani di cui non esisteva ancora una registrazione ufficiale live, e tre brani strafamosi e straregistrati. Dei quattro inediti, due sono i tipici bluesacci del primo periodo gospel (Slow TrainGotta Serve Somebody) che un gruppo come i Dead poteva suonare a occhi chiusi, e la sensazione è proprio che li stiano suonando a occhi chiusi. Gli altri due sono scelte bizzarre che forse fanno parte di un oscuro piano per risorgere come performer – anche se mentre le ascolti riesci solo a pensare: “ma come ha fatto a convincerli a suonare questa?”. Queen Jane Approximately era quella canzone che all’inizio del lato B di Highway 61 era stata registrata con la chitarra scordata – a quei tempi sembrava più un vezzo che il sintomo di una sordità selettiva. Non sembra una canzone così difficile da registrare decentemente, eppure l’approccio di Garcia e Weir al problema ti fa rimpiangere la chitarra scordata. Niente, non erano in giornata. Il testo sembra ancora più autobiografico nel 1987 che nel 1965.

Quando le fioraie vorranno indietro quello che ti hanno prestato
ed il profumo delle loro rose non rimarrà
e tutti i tuoi bambini cominceranno ad arrabbiarsi
verrai a trovarmi, Queen Jane?
verrai a trovarmi, Queen Jane?

L’altra relativa novità è Joey. Avete capito bene. Nel peggior disco live ufficiale di Bob Dylan, che è Dylan and the Dead, c’è la canzone più odiosa di Dylan, che è Joey. Al punto che vien voglia di ascoltarla anche solo per quello che rappresenta: il momento più basso del momento più basso, quando ormai sei sottoterra e continui a raspare verso il basso – magari per scoprire che alla fine non è così malvagia questa Joey, o perlomeno che svela qualcosa di insopprimibilmente vivace che vince tutte le obiezioni della critica e del buon gusto, e che sopravvive anche all’esecuzione e ai cori poco convinti dei Dead. I Want You non è nemmeno la peggiore I Want You del catalogo (quella frenata di At Budokan continua a sembrarmi meno ascoltabile). All Along the Watchtower è la solita All Along – del resto è sempre stata così, il pezzo facile che si piega alle esigenze di chi sta suonando, che in questo caso sono i Grateful Dead e qui forse vale la pena far presente che io, che dopo tanto ascolto non sono nemmeno sicuro di avere capito Dylan, sicuramente non capirò mai cosa sono i Grateful Dead. È una di quelle manifestazioni della cultura americana che posso soltanto far finta di comprendere, come il baseball o la root beer, e ormai non ci provo neanche più. È un gruppo che in trent’anni ha realizzato una dozzina di dischi (facendo anche fatica a venderli) e il resto del tempo ha suonato dal vivo, portandosi dietro un carrozzone di gente che si passava le vacanze così. Per trent’anni. È un gruppo che all’inizio suonava psichedelico, poi suonava un po’ più blues, poi un po’ più country, e al tempo in cui Dylan chiese di entrarne a far parte ormai suonava soltanto. Suonava Dead. Lunghi assoli, jam session senza pudore, un’idea del rock un po’ diversa da quella che Dylan cercava in Down in the Groove, ma comunque senza concessioni al contemporaneo, senza più età. D&tD è uno di quei dischi che potrebbe essere stato registrato in qualsiasi momento dagli anni ’70 a oggi – suonerebbe ugualmente terribile. (Secondo Howard Sounes Dylan fu respinto dal gruppo perché qualcuno votò contro – serviva l’unanimità).

Infine c’è la Knockin’ On Heaven’s Door autosabotata, nella cui prima strofa la voce di Dylan entra controtempo. Un modo di dirci che non ne può più di cantarla (era il pezzo forte dello show con gli Heartbreakers), e che anche noi dovremmo non poterne più di ascoltarla, e che insomma se siamo tutti d’accordo con le versioni di Knockin’ On Heaven’s Door potremmo anche finirla qui. Già.

Purtroppo Axel Rose non era d’accordo.

(Gli altri pezzi: 1962: Bob Dylan, Live at the Gaslight 19621963: The Freewheelin’ Bob DylanBrandeis University 1963Live at Carnegie Hall 19631964: The Times They Are A-Changin’The Witmark Demos, Another Side of Bob DylanConcert at Philharmonic Hall1965: Bringing It All Back HomeNo Direction HomeHighway 61 Revisited1966: The Cutting Edge 1965-1966Blonde On BlondeLive 1966 “The Royal Albert Hall Concert”, The Real Royal Albert Hall 1966 Concert1967: The Basement TapesJohn Wesley Harding1969: Nashville Skyline1970: Self PortraitDylanNew MorningAnother Self Portrait1971: Greatest Hits II1973: Pat Garrett and Billy the Kid1974: Planet WavesBefore the Flood, 1975: Blood on the TracksDesireThe Rolling Thunder Revue1976Hard Rain1978: Street-LegalAt Budokan1979Slow Train Coming1980Saved1981Shot of Love1983Infidels1984Real Live1985Empire BurlesqueBiograph1986Knocked Out Loaded1987Down in the Groove, Dylan and the Dead, 1988: The Traveling Wilburys Vol. 1…)

 

 

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