Gesù arriva come un treno

Slow Train Coming (1979)

(Il disco precedente: At Budokan
Il successivo è… un mistero).

Nessun servo può servire due padroni; o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Non potete servire Dio e Mammona (Vangelo di Luca, 16:13).

Un giorno Bob Dylan apparve a Gesù Cristo. Fu in un albergo di Tucson, di tutti i posti al mondo. A Gesù Bob parve stanco, sfibrato, un divo del rock che si stava avvicinando alla curva della quarantina senza né casco né cinture, niente. “Oh Padre“, si sarà detto, “Prenderlo all’amo sarà persino troppo facile“.

È il primo disco di studio a non avere il volto di Dylan sulla copertina.

È il primo disco di studio a non avere il volto di Dylan sulla copertina.

“Bob, vieni a me, accetta il mio giogo: è molto leggero“.
“Eh? Chi ha parlato? Chi sei?”
“Chi vuoi che io sia? Sono Gesù Cristo: la Via, la Verità, la Vita”.
“Ma Gesù, sei sicuro? Io… sono Bob Dylan!”
“Nientemeno”.
“Sono ebreo!”
“Perché, io no?”
“In effetti”.
“Cosa c’è che ti angustia, Bob? A me puoi dirmelo”.
“Non lo so neanch’io… credo di essere stanco, soprattutto”.
“Stanco di cosa”.
“Non lo so. Di essere me, forse”.
“Troppi concerti?”
“I concerti sono ok. Mi piace suonare. Se solo non dovessi suonare tutte le volte quelle cazzo di canzoni di Bob Dylan”.
“Insomma non ne puoi più di Dylan”.
“Puoi capirmi?”
“Altroché. La celebrità è una vera tortura, sai. Ti costruiscono un personaggio e pretendono che tu ci aderisca perfettamente… poi lo innalzano davanti a tutti e…”
“Ti crocifiggono, Gesù”.
“Non dirlo a me”.
“Ma quindi tu saresti il Messia?”
“E certo, non hai visto i segni? I ciechi tornano a vedere, i sordi ci sentono, Van Morrison ha fatto un bel disco con me, Patti Smith ha dedicato una canzone a Papa Luciani… Sto tornando…”
“Stai tornando?”
“…di moda”.
“E io? Cosa vuoi che io faccia? Vendere tutto e seguirti?”
“Non esageriamo. Niente che non ti suggerisca già il buon senso. Datti una ripulita, bevi meno, basta coca. Puoi perfino continuare a uscire con le coriste…”
“Whew”.
“Magari una sola alla volta, ecco”.
“Ci proverò. Tutto qui?”
“Beh, naturalmente dovrai suonare per me”.
“Un disco?”
“Un disco sono buoni tutti, cioè se tu fossi Neil Young mi accontenterei, ma stiamo parlando di Bob Dylan, il rocker più sputtanato del decennio, qui c’è bisogno di un investimento a medio termine”.
“Ma Gesù…”
“Tre dischi in tre anni, prendere o lasciare”.
Tre dischi in tre anni? Gesù, sei peggio di Grossman”.
“Ehi, pensavi che la Via la Verità e la Vita venissero via con lo sconto? Stiamo parlando di convertirsi, Bob. Rinascere. Tu non hai idea di cosa si scatenerà là fuori tra un po’ – il punk è solo un avvertimento, sai”.
“L’Armageddon?”
“L’Armageddon sarà una passeggiata al confronto, stanno per iniziare gli anni Ottanta. Il Rock – questo gigante dai piedi d’argilla – sarà rovesciato dal trono, e in suo luogo regnerà prima l’empio Pop, poi il suo nipote degenere, Hip-Hop! E poi bestie ancora più immonde…”
“Non capisco. Stai annunciandomi che la fine è vicina?”
“Oh, la fine! La implorerete, la fine!, mentre nell’aere risuoneranno campionamenti e scratch. Hai bisogno di un altro rifugio nella tempesta, povero Bob. E io ne ho uno”.
“Non lo so… sono appena uscito da una storia difficile, forse non dovrei subito impegnarmi…”
“E pensa a un’altra cosa. Pensa a Blowin’ in the Wind…”
“Gesù, ormai la odio quella canzone”.
“Appunto. Non dovrai suonarla più”.
“Sul serio? Ma il pubblico”.
“Non dovrai più piacere a loro. Dovrai piacere soltanto a me. Molto più semplice. Basta vecchie canzoni. Mr Tambourine, Knockin’, Rolling Stone: puoi smettere di suonarle. D’ora in poi canterai solo le mie lodi”.
“Ma per rifarmi un repertorio ci metterò degli anni!”
“Dici? Ma non puoi fare come negli anni ’60? Eri molto prolifico al tempo, mi pare di ricordare”.
“Eh ma allora era più facile. Bastava suonare il blues”.
“Blues, perfetto, adoro il blues”.
“Gesù, sei sicuro?”
“Perché? Non crederai mica anche tu a quella storia della musica del diavolo, eh? Basta con le superstizioni”.
“Se lo dici tu”.
“Ah, e poi voglio più professionismo in sala d’incisione. Ultimamente registravi un po’ da schifo, ecco, non deve più succedere. Lavori per Gesù, adesso”.

Mark_Knopfler_-1979

Mark Knopfler nel ’79, prima di scoprire i benefici della fascia tergisudore.

Un giorno Bob Dylan apparve a Mark Knopfler: un miracolo che fino a qualche anno prima sarebbe stato meno credibile dell’apparizione di Gesù a Tucson. Le rare volte che mi capita di riascoltare Slow Train Coming finisco sempre per pensare a come dev’essersi sentito Knopfler. Hai trent’anni e ascolti Dylan da quando ne avevi undici. Hai imparato a cantare e comporre ascoltando i suoi dischi. Col tempo, mentre ti allenavi nei seminterrati e sbarcavi il lunario nei pub, hai sviluppato una strana schizofrenia artistica: più la tua voce si avvicinava a Dylan, più le tue mani ti portavano nella direzione opposta, verso uno stile chitarristico pulito, preciso, rigoroso. Alla fine sei riuscito a pubblicare un disco, e sta andando bene, e una sera alla fine del concerto si avvicina il tuo Dio e ti fa i complimenti. Vuole che tu suoni per lui. Non è incredibile? Voglio dire, Gesù è apparso a un sacco di gente con un sacco di problemi, non fa neanche notizia ormai; ma Dylan che appare a Knopfler è la fiaba di Cenerentola – e invece è successo davvero. Lo porti giù in Alabama, nella sala d’incisione dove il grandissimo Jerry Wexler ha curato i lavori dei grandi dell’Atlantic e della Stax. Tu e Jerry avete appena finito di lavorare al secondo non indimenticabile disco dei Dire Straits; ma adesso realizzerete il disco che rilancerà Bob Dylan. Ha avuto un periodo difficile, ma adesso sta tirando fuori un sacco di nuove canzoni. Roba buona. Un sacco di blues, beh, se è blues siamo nel posto giusto. C’è solo un problema.

Sono tutte canzoni su Gesù.
Cristo.

Di tutti i momenti in cui ti poteva capitare di incontrare Dylan, proprio quello in cui si è dato anima e corpo al Vangelo. Il principe azzurro si è battezzato, va a catechismo tutti i giorni, vorrebbe convertire persino te. Tu che non hai mai avuto un vero Dio – fin qui ti bastava Dylan. E adesso?

Che tu sia un divo rock, rampante sul palco;
che tu abbia ogni droga, e ogni donna al tuo comando;
che tu sia un uomo d’affari, o un ladro d’alta società;
che ti chiamino dottore o che ti chiamino Maestà…
tu devi servire qualcuno.
Potrà essere il diavolo, o potrà essere il Signore, ma devi servire qualcuno. 

"Guarda, Bob, hai a che fare con un incallito ateo ebreo di 62 anni. Sono senza speranza. Limitiamoci a fare questo disco, va bene?" (Jerry Wexler a Dylan, quando cominciò a parlargli di Gesù).

“Guarda, Bob, hai a che fare con un incallito ateo ebreo di 62 anni. Sono senza speranza. Limitiamoci a fare questo disco, va bene?” (Jerry Wexler a Dylan, quando cominciò a parlargli di Gesù).

Non puoi servire Dio e mammona, diceva Gesù. Devi scegliere, ribadisce Bob Dylan in Gotta Serve Somebody, il sermone introduttivo. Eppure Slow Train Coming mi ha sempre dato l’impressione opposta, di un Dylan servitore di due padroni, deciso a tenere il piede in due scarpe tanto diverse: da una parte l’urgenza del convertito, il sacro fuoco dello zelo religioso; dall’altra il professionismo di Wrexler e Knopfler: la precisione quasi asfissiante con cui al Dylan rinato nella fede viene cucito addosso il vestito più elegante che abbia mai indossato. Gotta Serve Somebody è l’incarnazione di questa ambiguità: la canzone che rifiuta ogni compromesso col demonio è anche un singolo pulito e levigato che corre via che è un piacere, e che riporta Dylan nella top40 di Billboard. Ci vinse pure un Grammy per la “miglior performance vocale”. L’ho sempre trovato un buffo paradosso, però forse ero vittima dei miei pregiudizi. Perché il professionismo e la fede religiosa dovrebbero essere due opposti, dopotutto?

Forse ragiono da cattolico. Non trovo credibile un predicatore che non vesta di sacco e non predichi la povertà: ma in America non è così. I pastori evangelicali pubblicano best seller, vanno in tv; non trovano senz’altro sconveniente servire Dio in giacca e cravatta. Il Gesù dei born again non grida ai ricchi di lasciare tutto quello che hanno e seguirlo: è un Gesù più pragmatico, un life-coach, ti chiede di darti una ripulita e sta attento che non ti riattacchi alla bottiglia. Non c’è nessuna contraddizione nell’aver trovato in Gesù un nuovo boss e nel dare al suo messaggio la veste più radiofonica possibile: più gente avrebbe raggiunto, più anime avrebbe salvato. Funzionò talmente bene che alcuni riuscirono ad accusarlo di opportunismo: di aver usato Gesù per attirare l’attenzione, di essersi convertito per aumentare il suo bacino di fan. Solo il flop dei due dischi successivi avrebbe convinto i più cinici che BD aveva veramente preferito Cristo a Mammona. Lo stesso Slow Train Coming è scivolato col tempo nel cono d’ombra della trilogia cristiana, la fase della sua carriera che fan e critici preferiscono aggirare e che lui stesso non frequenta volentieri: eppure quando uscì fu accolto bene. Per quanto in certi punti sembrasse un invasato, il furore religioso che lo animava era tutto sommato preferibile ai lamenti enigmatici di Street-Legal. Anche quando sembra un bigotto che borbotta contro i nemici dell’America, borbotta con una grinta che sembrava aver perduto da anni.

DS_Dire_StraitsSembra che Gesù abbia funzionato, dopotutto. Senz’altro è stato uno dei manager più esigenti che Dylan abbia mai avuto. Ma è riuscito a sbloccarlo. In seguito Dylan racconterà di essersi inizialmente spaventato davanti alle canzoni che gli stavano uscendo: al punto da immaginare anche solo per un attimo di allontanarle da sé, facendo incidere un disco gospel alla sua fidanzata, Carolyn Dennis. Fino alle ultime session di Slow Train Coming era convinto che non avrebbe cantato il gospel finale, When He Returns: di non avere la grazia sufficiente per sciogliere un semplice inno al secondo avvento. Lo avrebbe cantato la Dennis, o Helena Springs. Ci ripensò soltanto alla fine, ispirato dal pianoforte di Barry Beckett.  Erano anni che non tentava di incidere una traccia cantata così impegnativa. Dylan ha talmente fame di nuove canzoni e melodie da riprendere una tecnica compositiva tipica della prima fase della sua carriera: comincia a scrivere canzoni nuove basandosi sulla struttura di brani pre-esistenti, senza preoccuparsi di cancellare le tracce. I debiti sono manifesti e imprevedibili: I Believe in You comincia come Smoke Gets in Your Eyes dei Plattersmentre in Gonna Change My Way of Thinking Knopfler non si dà troppa pena di suggerire il riff di Sunshine of Your Love dei Cream. Invece Precious Angel è un autoplagio di Love Minus Zero, a cui somiglia come un frutto al fiore. Se ai tempi di Bringing it All Back Home stava cercando di definire il suo amore ideale, qui afferma con convinzione di averlo trovato sulla terra, in una donna che invece di parlargli di Buddha o di Maometto finalmente gli ha mostrato che era “un po’ troppo cieco per vedere”. Piuttosto che cercare di capire se si tratti della Springs, della Dennis, di Mary Alice Artes o di qualche altra corista devota, varrebbe la pena di capire se altri pezzi di Slow Train nascono come risposta cristiana a una canzone del Dylan secolare.

Per esempio, in Gotta Serve Somebody e Do Right to Me Baby Dylan ritorna al procedimento dell’anafora, che tante soddisfazioni gli aveva dato sin dai tempi di All I Really Want to Do. Negli anni ’60 Dylan aveva usato l’anafora in un modo giocoso, in brani che chiedevano espressivamente di non essere presi sul serio. Ma se già l’anafora di Forever Young sembrava più vicina alla struttura dei salmi, quella dei brani di Slow Train Coming ha l’andamento martellante tipico dei predicatori. Se Do Right to Me Baby (trasfigurato da Wexler in un curioso soft-jazz) è la nuova All I Really Want to Do, in Gotta Serve Somebody potremmo vedere l’anti – Rainy Day Women: dove c’era un invito ecumenico a sballarsi, ora c’è una rigida separazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E però anche a questa altezza resiste qualche brandello di creatività irredenta, un paio di strofe nonsense, scritte solo per il piacere di scriverle e cantarle.

You may call me Terry, you may call me Timmy
You may call me Bobby, you may call me Zimmy
You may call me R.J., you may call me Ray
You may call me anything but no matter what you say
You’re gonna have to serve somebody (è la mia strofa preferita di tutto il disco).

Ci hanno fatto anche il libro illustrato + cd, cioè è il Johnny Bassotto americano.

Ci hanno fatto anche il libro illustrato + cd, cioè è il Johnny Bassotto americano.

Lo zelo apostolico è talmente forte da permettergli il passo che non aveva mai osato, nemmeno nelle fasi più sperimentali e disinibite della sua carriera: incidere una canzone per bambini! Man Gave Name to All the Animals nacque come una filastrocca alla Vecchia Fattoria, e rischiava di stonare in un album che è una seriosa collezione di sermoni. Dylan si decise a inciderla quando si accorse che il figlio treenne di una delle coriste la ascoltava ridendo e completava i versi da solo. Knopfler e Wrexler confezionarono per l’occasione uno smagliante reggae bianco – un’evoluzione di Once Upon a Time in the West, il brano che apriva Communiqué. Quando lo ascolti, per un attimo hai la sensazione che Gesù possa aver portato davvero a Dylan non soltanto la pace, ma anche un po’ di sana, infantile allegria. È un’illusione che dura tre minuti: il tempo di far apparire nel Paradiso Terrestre il Serpente. Dylan rifiuta persino di nominarlo: la canzone finisce irrisolta, senza l’ultimo verso. Dobbiamo essere noi a completarlo (e a renderci conto che il brano è una subdola operazione di propaganda creazionista).

Dire_Straits_Communique

Immagino sia ora di confessarlo: Slow Train Coming è un disco che mi lascia freddo, più freddo di molte cose di Dylan che riconosco peggiori. Sarebbe facile per me dare la colpa a Gesù, senz’altro una presenza ingombrante. Ma a conti fatti credo che Gesù sia uno dei fattori meno fastidiosi – in un certo senso funzionò da parafulmine: gran parte degli ascoltatori se la prese con lui e quasi non si accorse che oltre a essere il primo disco cristiano, era anche il suo primo disco manifestamente reazionario; che di tutte le profezie apocalittiche che conteneva, l’unica ad avverarsi sarebbe stato quel presentimento dell’era reaganiana che stava per cominciare.

Non è che Dylan sostenga Reagan in nessun modo (in Chronicles spiega di non essere “il tipo di persona che va a votare”), ma sul finire degli anni Settanta le sue opinioni politiche – gelosamente nascoste al pubblico per quindici anni – riaffiorano finalmente nelle sue canzoni. E non ci sarebbe davvero niente di male, dopo tanto intimismo e tante visioni non sempre comprensibili; il guaio è che in tutti questi anni dentro Dylan è cresciuto un reazionario, e per quanto si tratti del fenomeno più prevedibile del mondo – un babyboomer che invecchia pompiere – fino a Slow Train non avevamo modo di accorgercene: da troppo tempo non faceva che cantare dei fatti suoi. Eravamo rimasti ai tempi in cui rideva dell’anticomunismo fanatico della John Birch Society; avevamo volentieri interpretato per progressismo il suo interessamento a qualche caso di malagiustizia. Ma a questo punto non aveva soltanto scoperto Gesù: aveva anche deciso di salvare l’America: “quando ti sveglierai?”, canta. “Marx ti tiene per la gola, Kissinger ti frena coi suoi lacci e lacciuoli!” In When You Gonna Wake Up si rivolge alla sua patria come se fosse una tizia incontrata agli Alcolisti Anonimi. È un altro brano smagliante, ma ha un testo che sembra un editoriale estivo di Ernesto Galli Della Loggia: non uscite, sbarratevi in casa, non avete idea di cosa c’è là fuori. Ovunque decadenza e abbandono e maleducazione, signora mia, dove siamo finiti. “Le donne non sanno tenere la lingua al loro posto e gli uomini non sanno controllarsi”. “Adùlteri nelle chiese e pornografia nelle scuole!” Slow Train (la canzone) è più fatalista: Jefferson si rivolta nella bara, c’è gente che fa la fame mentre i silos scoppiano di grano, ed è tutta colpa di qualche cartello di sceicchi.

Tutto quel petrolio straniero che controlla il territorio americano,
– guardatevi attorno – vi metterà in imbarazzo.
Gli sceicchi se ne vanno in giro come re, con tanto di gioielli e anelli al naso,
decidendo il futuro dell’America tra Amsterdam e Parigi. 
(Ma la sede dell’OPEC è a Vienna!)

Alla fine credo che Slow Train Coming mi dia da fare perché mi mette davanti a una domanda secca: ma io cosa voglio davvero dal signor Bob Dylan? Cosa pretendo? Quando aveva rinnegato l’impegno sociale, ci ero rimasto male: ora si rimette a parlare di problemi sociali e lo trovo ributtante – semplicemente perché ha idee diverse dalle mie: ma forse era il motivo per cui aveva saggiamente smesso di condividerle: per proteggersi, per proteggermi. Quando incideva dischi in fretta e alla benemeglio lo trovavo deludente; quando decide di chiudersi in sala di registrazione coi musicisti migliori sul mercato, lo trovo troppo artificiale, freddo, distaccato. Non è che il problema sono io? Non è che semplicemente non mi piace Bob Dylan? Gesù, e mancano ancora più di trent’anni di discografia! Cosa devo fare?

Ehi, Gesù?

(Non c’è mai quando serve, Quello).

(Gli altri pezzi: 1962: Bob Dylan, Live at the Gaslight 19621963: The Freewheelin’ Bob DylanBrandeis University 1963Live at Carnegie Hall 19631964: The Times They Are A-Changin’The Witmark Demos, Another Side of Bob DylanConcert at Philharmonic Hall1965: Bringing It All Back HomeNo Direction HomeHighway 61 Revisited1966: The Cutting Edge 1965-1966Blonde On BlondeLive 1966 “The Royal Albert Hall Concert”, The Real Royal Albert Hall 1966 Concert1967: The Basement TapesJohn Wesley Harding1969: Nashville Skyline1970: Self PortraitDylanNew MorningAnother Self Portrait1971: Greatest Hits II1973: Pat Garrett and Billy the Kid1974: Planet WavesBefore the Flood, 1975: Blood on the TracksDesireThe Rolling Thunder Revue1976Hard Rain1978: Street-LegalAt Budokan, 1979Slow Train Coming, 1980: Saved).

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