Thomas, il martire dei Tecnici

In teoria mentre lo squinternavano stava dicendo cose nobilissime.

Ad alienare definitivamente padre e patrigno fu una questione di diritto canonico. Al tempo i membri del clero, se accusati di un crimine anche grave, potevano essere giudicati soltanto da un tribunale ecclesiastico. Questo tribunale poteva infliggere multe e pene anche peggiori, come la dismissione dallo stato clericale (“laicizzazione”)o addirittura la scomunica… ma non poteva spargere il sangue: nemmeno una stilla. Viceversa, nei tribunali civili di Enrico II pene di morte e mutilazioni erano ancora all’ordine del giorno. Fa un po’ effetto pensare che la laicità a quel tempo fosse una pena sostitutiva del patibolo, ma le cose stavano così: ammazzi qualcuno? ti trovano in flagranza di reato? Se sei un laico, ti mutilano o ti ammazzano. Se sei un prete, non lo sei più. La cosa presentava ovvi vantaggi, tanto più che non riguardava soltanto preti monaci e vescovi, ma anche gli ordini minori, insomma si calcola che un quinto dei sudditi di Enrico potesse teoricamente delinquere senza temere la giustizia del re. Il quale re non discuteva nemmeno il privilegio ecclesiastico, ma ragionava in questi termini: se laicizzate un omicida, quello non è più un prete, e quindi perché a quel punto non posso farlo arrestare e giudicarlo io? Basta mettere un mio uomo in ogni corte ecclesiastica, e ci pensa lui ad arrestare i laicizzati e a portarli in un tribunale ordinario… ma per i vescovi questo non si poteva fare. I vescovi in realtà erano perlopiù disponibili a discuterne, e magari anche un po’ corruttibili, tranne ovviamente Thomas. Enrico gli tolse tutto quello che gli aveva elargito da cancelliere, compresa la custodia del principino, ma niente da fare.

A Clarendon nel 1164 Thomas fu messo davanti a un documento (le Costituzioni di Clarendon) che per la prima volta metteva per iscritto alcuni principi della common law inglese, in particolare la competenza dei tribunali laici nei riguardi dei chierici colpevoli di crimini secolari. Thomas affermò di accettarli, ma poi non li firmò, o forse li firmò ma immediatamente dopo cercò di lasciare l’Inghilterra, il che era esplicitamente proibito dalle Costituzioni. Arrestato, condannato, Thomas arrivò comunque in Francia l’anno dopo, prima ospite dei monaci cistercensi e poi di Luigi VII, un re che se c’era da fare un dispetto al collega inglese, non si tirava mai indietro. Tra i due c’era ben più di un contenzioso diplomatico: la moglie di Enrico, Eleonora di Aquitania, era stata un tempo moglie di Luigi, gli aveva dato qualche figlio e lo aveva persino accompagnato in una crociata, che aveva messo a dura prova la convivenza della coppia. Eleonora non era solo bellissima, era anche il miglior partito d’Europa: possedeva mezza Francia e quando Luigi aveva consentito all’annullamento del matrimonio certo non aveva immaginato che di lì a poco Eleonora si sarebbe messa con la concorrenza. Le seconde nozze di Eleonora avevano reso Enrico il signore del più grande dominio feudale d’Europa, esteso dalla Scozia fino alla Francia occidentale: questo può spiegare la disponibilità di Luigi a ospitare l’arcivescovo ormai nemico dichiarato della corona d’Inghilterra. Molto più tiepido il Papa, che con Enrico non voleva rompere assolutamente, e che cercava di ricomporre il dissidio scrivendo lettere a tutte le parti in causa con versioni che però non combaciavano. Thomas da parte sua aveva una sola arma a disposizione – la minaccia di scomunica nei confronti dei sostenitori del re – e cominciò a usarla: ma come tutte le minacce, è un’arma che a usarla troppo si spunta. Un primo tentativo di scomunicare il collega vescovo di Londra, Foliot, andò a vuoto, perché Foliot riuscì a dimostrare che Thomas lo aveva scomunicato senza prima pre-allertarlo: Thomas, si cominciava a dire in giro, è uno che prima condanna e poi giudica.

Proprio quando le parti stavano faticosamente arrivando a un compromesso, che conveniva a tutti, un evento esacerbò il già agro arcivescovo: Enrico decise di associare al trono il suo primogenito, l’ex pupillo di Thomas, e chiamò a incoronarlo l’arcivescovo di York. Ora, da che mondo è mondo, i re d’Inghilterra li incorona l’arcivescovo di Canterbury. Thomas alla fine accettò di tornare sull’isola, poi quasi appena sbarcato mandò un triplo giro di scomuniche, ai vescovi di York, di Londra e di Salisbury, che erano stati presenti alla cerimonia. Questi fecero immediatamente appello al re, il quale, quando fu informato della tripla scomunica, si incazzò molto. Pronunciò in quell’occasione qualcosa di cui in seguito ebbe a pentirsi, anche se non sappiamo esattamente cosa. Ci sono varie versioni, diversi resoconti, perché il martirio di Thomas non è solo l’ultima leggenda del medioevo: è anche uno dei primi fatti di cronaca nera di risonanza europea, per mesi e anni nelle corti e nei chiostri non si parlò d’altro. Per il biografo ufficiale Enrico avrebbe detto: “Quali miserabili traditori ho allevato e cresciuto nella mia casa, che lasciano che il loro signore sia trattato così vergognosamente da un chierico di umili natali?” Ve lo immaginate un re incazzato del dodicesimo secolo che parla così? Diciamo che una frase tanto elaborata, ancorché verosimile in un contesto cortigiano, si presta male alla tesi della difesa, che sostiene che fu uno sbotto di collera: così nei secoli ha avuto più successo la teoria secondo cui Enrico disse semplicemente: ”Nessuno mi libererà da questo prete turbolento?” Quattro cavalieri lo presero in parola e partirono immediatamente per Canterbury. Si chiamavano De Tracy, FitzUrse, Brito e Hugh de Morville, erano tutti e quattro cavalieri di alto livello.

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