Thomas, il martire dei Tecnici

Anche di quel che accadde il 29 dicembre del 1170, 842 anni fa oggi, esistono vari resoconti. Tutti più o meno concordano sul fatto che i quattro cavalieri non volessero, in un primo momento, fare a pezzi il povero Thomas e proprio all’interno della Cattedrale. Fu un incidente, come si dice. Prima di entrare avevano addirittura deposto le armi sotto un albero. Thomas era a pranzo in canonica quando si vede arrivare questi quattro normanni semianalfabeti che lo intimano di presentarsi a Winchester davanti a una corte del re, o qualcosa del genere. Presentarsi per chi? Per cosa? Ma chi siete? Ma come vi permettete? Io sono l’arcivescovo, fuori dai piedi. A quel punto i quattro vanno a recuperare le armi sotto l’albero. Thomas nel frattempo si era spostato all’interno della cattedrale, voglio ben vedere se quei quattro senzadio mi seguono fin qui. I quattro entrano effettivamente nella casa del Signore, e ci entrano armati, ma non è che volessero proprio proprio uccidere l’arcivescovo, però… anche nel suo seguito c’è qualche testa calda, gira qualche brutta parola, insomma a un certo punto succede quel che ha da succedere. FitzUrse trafigge l’arcivescovo una prima volta, De Tracy vibra il secondo colpo. Brito mira un po’ più in alto e gli scoperchia il cranio. Hugh de Morville non fa nulla, in compenso un suo intendente sparge la materia cerebrale sul pavimento. Poi, visto che ormai la frittata è fatta, i quattro pensano bene di saccheggiare la cattedrale. Ma non era che l’anticipazione di quanto sarebbe successo di lì a poco.

Morendo da martire, e proprio sul pavimento di una cattedrale che era già meta di pellegrinaggi, Thomas ebbe il raro privilegio di diventare una reliquia immediatamente, a piastrelle non ancora lavate. “Mentre giaceva immobile sul pavimento, qualcuno si imbrattava col suo sangue; altri che avevano portato piccoli recipienti si allontanarono immediatamente in tutta fretta con quanto sangue poterono, altri ancora vi intinsero avidamente brandelli di stoffa strappati dai loro vestiti: alla fine nessuno parve appagato se non avesse portato via un po’ di quel prezioso tesoro”. Non appena la folla di cacciatori di sacri resti si fu un po’ diradata, i monaci presero quel che restava del corpo e decisero di seppellirlo immediatamente, prima che qualche altro fanatico lo profanasse o qualche zelante cavaliere del re lo facesse sparire. Spogliandolo, scoprirono che sotto le ricche vesti arcivescovili indossava un cilicio: forse non era semplicemente un tecnico, forse in quel che faceva ci credeva davvero. Questo almeno si è deciso di raccontare, aggiungendo via via elementi alla leggenda (non è vero, come si legge qua e là, che una volta nominato al seggio di Canterbury si sarebbe tagliato i capelli). I miracoli non si fecero attendere, verso sera c’era già una paralitica risanata dal contatto col sacro sangue dell’arcivescovo. Di lì a poco cominciò il commercio di ampolle di sangue arcivescovile, opportunamente diluito, probabilmente fino a diventare trasparente anche se l’omeopatia ufficialmente è nata qualche secolo dopo.

Mentre Canterbury cominciava a diventare la Lourdes inglese – e gli inglesi se si impegnano non sono secondi a nessuno – in Normandia Enrico II si lasciava rodere dai sensi di colpa. Forse. O forse fu tutta una messinscena. Di lì a poco la moglie ricca e il primogenito viziato – un divo dei tornei – si allearono per estrometterlo dal governo del regno. Portarono dalla loro parte anche il fratello Riccardo, mentre l’ultimogenito, Giovannino Senzaterra, rimase dalla parte di papà. Schiacciare i rivoltosi fu così semplice che Enrico non se la prese nemmeno troppo con chi gli aveva finalmente dato una buona scusa per mettere agli arresti la vecchia moglie. Riccardo, non ancora esattamente un Cuor di Leone,  si guadagnò il perdono strisciando in lacrime. Enrico il Giovane sembrò per qualche anno rinunciare a ogni velleità di fare il re per davvero, e si rituffò in un’intensa attività agonistica, torneando in tutta Europa. Durante la rivolta il padre aveva ritenuto giusto riconciliarsi con la Chiesa, recandosi in pellegrinaggio a Canterbury e passando una notte insieme con la salma dell’ex validissimo collaboratore. Il Papa approvò e perdonò ufficialmente, nel mentre che si accingeva a santificare Thomas con una canonizzazione lampo – ma d’altro canto i miracoli registrati a Canterbury erano già centinaia. Dopo essere stato un cancelliere efficiente e un arcivescovo inflessibile, Thomas si era subito rivelato un santo di indiscutibile efficacia.

E i quattro cavalieri? Non furono nemmeno arrestati: se ne stettero per un po’ autoreclusi in Scozia, e poi ottennero un solenne perdono in cambio dell’impegno ad andare in guerra contro i turchi. Non si sa se tornarono (non si sa nemmeno con sicurezza se partirono). Ma insomma, alla fine la sensazione è che il martirio di Thomas convenne a tutti: il re e il Papa giunsero finalmente a un compromesso sulle costituzioni di Clarendon; e gli inglesi ebbero un martire di prima categoria. Thomas ci rimediò, un secolo più tardi, una meravigliosa tomba placcata in oro e tutta incastonata di diamanti e pietre preziose, una gioia per gli occhi. Tre secoli dopo un altro Enrico, l’ottavo, spazzò via tutto in spregio dei papisti. Ma fino al Cinquecento Thomas con le sue ampolline e le sue grazie era stato il San Gennaro degli inglesi, e gli inglesi, se si impegnano, non sono secondi a nessuno. È il patrono di Londra (con San Paolo) e dei tecnici arcigni che tutti invocano nella necessità, e a cui nessuno vuole veramente un po’ di bene.

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