La sindone azteca

La Guadalupe originale, quella in Estremadura, a me fa pure più paura.

Il racconto insomma alluderebbe a un esempio classico di inculturazione: un santuario azteco in onore di una divinità femminile viene nel giro di una generazione “schiacciato” e sostituito da uno nuovo in onore della Madonna. Anche se nel racconto a farsi promotore dell’operazione è un umile nativo, Juan Diego, di cui però non ci sono molte testimonianze. Zumarraga nei suoi scritti non parla mai né di Diego né di Nostra Signora. Un quarto di secolo più tardi, il primo a lasciarci una testimonianza approfondita sulla venerazione dei nativi per il santuario della Guadalupe-Tepeyac è un altro francescano scettico, Francisco de Bustamante. Costui scrive preoccupato al viceré riguardo a questo culto, fomentato dai domenicani, che ritiene dannoso per i nativi, perché “fa credere loro che l’immagine dipinta dal pittore indio Marcos sia in qualche modo miracolosa”. Dunque esiste un pittore: dovrebbe chiamarsi Marcos Cipac de Aquino, essere un indio ma dipingere all’europea, però su un tessuto vegetale sconosciuto in Europa, con tecniche che non siamo ancora riusciti a capire (qualsiasi tentativo di rifare l’immagine coi colori del tempo, su un tessuto simile, ha dato per ora risultati insoddisfacenti). Naturalmente per molti Marcos è semplicemente un restauratore, un tizio che a un certo punto avrebbe cercato di correggere col pennello, in modo anche piuttosto maldestro, alcuni dettagli dell’immagine originale. Ma a ben vedere le due storie sono in conflitto: o è esistito Marcos l’indio, o è esistito Juan Diego. Il primo esclude l’altro. Il primo è attestato sin dal 1556. Il secondo però è stato fatto santo da Giovanni Paolo II. Diciamo che la Chiesa a un certo punto ha preso posizione.

Pensate che la disposizione delle stelle sulla veste sia casuale? Eh no, è proprio la posizione che dovevano avere il 12 dicembre 1531 a Città del Messico (ma non era giorno?)

Nel 1556 la situazione era più fluida. All’indomani della denuncia di Bustamante parte un’inchiesta: da una parte domenicani e vescovo, favorevoli al culto che è già popolarissimo; dall’altra i francescani, che perderanno il controllo del santuario, destinato di lì a poco a essere smantellato e ricostruito più grande, e poi più grande ancora. Qualche anno più tardi Bernardino de Sahagun scrive che gli indios continuano a chiamare Nostra Signora col nome nahuatl di Tonantzin, “prendendo spunto dai Predicatori che chiamano col nome di Tonantzin Nostra Signora, la Madre di Dio”. Ma di Juan Diego e della sua storia ancora nessuna traccia. La Madonna azteca varca l’oceano, diffondendosi prima della patata: nel 1571 l’ammiraglio Gian Andrea Doria che guida la flotta cristiana a Lepanto ha in cabina di comando una riproduzione dell’immagine miracolosa, dono personale di re Filippo II di Spagna. Il che non gli impedisce di tagliar la corda quando se la vede brutta: i cristiani vinceranno lo stesso e lui racconterà a tutti che è stata una geniale mossa tattica, era scappato solo per finta. Il Papa ne approfitterà per attribuire la vittoria alla Madonna del Rosario, del resto anche quella di Coatlaxopeuh-Guadalupe era nata dalle rose. Ma questo nel 1571 ancora non lo sapeva nessuno. I primi racconti della vicenda di Juan Diego risalgono a metà del secolo successivo. Un po’ tardi per un evento che avrebbe dovuto essere successo centoventi anni prima.

Dalla posizione delle stelle poi puoi arrivare alla proiezione del planisfero sulla tilma, il che ti porta a fare tutte delle considerazioni geopolitiche interessanti (ad esempio la luna punta verso gli USA, le mani stanno in Medio Oriente, uhm).

La cosa non impensierisce più di tanto i devoti, che più che che dalle vicende terrene di Juan Diego sono attirati dai miracoli – anche chi andava a Loreto non credeva necessariamente nella fiaba della casa volante: sono le grazie ricevute, non le leggende di fondazione, ad attirare il grosso dei pellegrini. Uno dei primi miracoli rivela che la transizione da tempio azteco a santuario mariano dev’essere stata abbastanza graduale: i fedeli sono ancora indios che partecipano ai riti con archi e frecce; poi si sa cosa succede quando tutti girano armati, prima o poi un colpo parte, è statistica, insomma un fedele rimane ferito, viene esposto davanti all’immagine e guarisce all’istante: potente Tonantzin, pardon, Nostra Signora, ma tanto per i domenicani Tonantzin vuol proprio dire Nostra Signora, quindi viva pure Tonantzin, l’inculturazione non è uno sport per chi ha troppi peli sullo stomaco. Anche il fatto che sia un po’ scura di pelle ha il suo perché: per alcuni è la dimostrazione del suo carattere sovrannaturale, Nostra Signora appare a Juan Diego già con quelle fattezze meticce che diventeranno tipiche dei messicani solo qualche generazione più tardi. Ribattono gli scettici: non è meticcia, ha la pelle scura come tante madonne europee sin dall’epoca bizantina; peraltro la Madonna della Guadalupe originale, quella dell’Estremadura, è proprio nera; ed era davvero veneratissima da tutti i colonizzatori spagnoli, lo prova il fatto che negli stessi anni stava avendo un enorme successo dall’altra parte del Pacifico, nelle Filippine.

Secoli di bandiere messicane.

Nel giro di due secoli Tonantzin-Guadalupe diventa il vero emblema del Messico, pronta a seguire il suo paese in tutte le tappe di una storia che si preannunciava tormentata. “Morte agli spagnoli e viva la Vergine della Guadalupe!”, intona padre Miguel Hidalgo all’inizio del suo “Grido di dolore” (1810): è l’inizio della guerra d’indipendenza. Durerà dieci anni, durante i quali Simon de Bolivar, di passaggio, avrà l’occasione di notare il fanatismo “guadalupiano” dei suoi compagni messicani. Al termine del conflitto il Messico avrà un primo presidente, José Miguel Ramón Adaucto Fernández, però forse i lunghissimi nomi dei dominatori spagnoli hanno un po’ rotto, così José decide di tagliar corto e si ribattezza Guadalupe Victoria. Un secolo dopo, Pancho Villa ed Emiliano Zapata sventolano ancora la Vergine come stendardo. Ancora un altro secolo, e l’EZLN che occupa il Chiapas battezza la sua capitale itinerante Guadalupe-Tepeyac. E tuttavia non è che stia simpatica a tutti: nel 1921 sopravvisse (miracolosamente, va da sé) a un attentato di un bombarolo anticattolico, poi il governo disse che erano stati i cattolici a mettere la bomba per attuare una strategia della tensione ecc. ecc. La storia di Nostra Signora è la storia del Messico, che in questo post, abbiate pazienza, non ci sta.

« Pagina precedente 1 2 3 Pagina successiva »