L’Ambrogio venuto dal futuro

(Lorenzo Sabbatini, Ambrogio e Agostino). Ma sul serio devo passare l'eternità a conversare con 'sto tizio che, Sant'Iddio, non sa leggere un versetto senza parlare a voce alta?

È persino possibile che Ambrogio, rampollo di una famiglia facoltosa, prima di cominciare il suo cursus honorum nelle cariche pubbliche avesse goduto nella sua lontana Treviri di una formazione di prima qualità. In fondo l’impero aveva bisogno di funzionari professionisti ancor più che di generali sanguinari. Ma è anche possibile che il trentenne governatore della provincia Emilia-Liguria brillasse semplicemente di doti non comuni: gli basta moderare un dibattito tra i due candidati alla carica di vescovo, perché tutti i milanesi si convincano che la scelta migliore è proprio lui. Non è che dobbiamo credere proprio alla storia del bambino che in uno squarcio di silenzio urla “Ambrogio vescovo” e tutti dietro, visto che assomiglia già a una fiaba e il diretto interessato ha avuto tutto il tempo per riscriverla come gli aggradava. Anche tutti i suoi tentativi di sottrarsi alla nomina possiamo ritenerli sceneggiate di un abile press-agent di sé stesso. Il più intrigante – sempre più attuale – resta l’aneddoto dell’orgia, che Ambrogio avrebbe organizzato in casa sua con amici e prostitute alla vigilia della solenne investitura, per dimostrare definitivamente ai milanesi di non essere degno della loro fiducia. Possiamo anche leggerlo in controluce: magari prima di dare l’addio al secolo il ricco Ambrogio volle concedersi almeno un festino stile pagano, e finì arrestato e schedato con l’intera comitiva per schiamazzi e atti osceni. Ma niente da fare: poche ore dopo l’arresto nella cattedrale viene definitivamente acclamato vescovo di Milano. Benché la sua famiglia fosse già convertita al cristianesimo, Ambrogio non si era ancora battezzato (molti non praticanti lo facevano soltanto in fin di vita) e non nascondeva le sue scarse competenze in fatto di religione: si vede che non era questo che i milanesi cercavano in lui – e nemmeno il rigore morale dell’uomo di governo, al quale del resto non sembrano aver mai tenuto in modo eccessivo. Forse era una questione di carisma. D’altro canto, se in città c’è l’uomo più intelligente del mondo, vuoi che ce lo facciamo scappare? È addirittura in grado di leggere senza muovere le labbra!

Ad Ambrogio riesce tutto bene, se non al primo al secondo tentativo. Ambrogio sa leggere, sa predicare il Verbo di una religione che ha imparato pochi giorni prima, sa persino cantare: è lui a inserire gli inni nelle liturgie cattoliche, copiando forse l’idea dai rivali di culto ariano. Col battesimo di Ambrogio, la Chiesa cosiddetta nicena realizza uno dei colpi migliori di quella campagna acquisti che la condurrà di lì a poco all’egemonia culturale. I niceni non sono il culto maggioritario, non sono nemmeno i preferiti dagli imperatori (alcuni dei quali favoriscono apertamente i rivali ariani), ma da Ambrogio in poi calamitano gli intellettuali più importanti e i funzionari più capaci: il solo fatto che un personaggio come Ambrogio potesse, e a ragione, rinunciare a una carica amministrativa di primo piano per farsi vescovo fotografa con precisione il momento in cui l’edificio imperiale collassa rilevando una struttura nuova cresciuta al suo interno. Nel 380 l’editto di Tessalonica obbligherà tutti i cittadini dell’impero a professare il credo niceno e ad assumere il nome “christianorum catholicorum”: quelli che rifiuteranno saranno da considerarsi eretici e “dementes”. Mollando la carica pubblica di governatore per quella religiosa di vescovo, Ambrogio aveva scommesso sul cavallo giusto: l’impero non sarebbe sopravvissuto un altro secolo, la Chiesa cattolica duemila anni dopo è ancora qui. Ma forse il cavallo diventò quello giusto anche perché gli uomini migliori decisero di cavalcarlo. Non fu una scelta indolore: Ambrogio rinunciò a farsi una famiglia, rinunciò a una discendenza, e sposò Milano, dividendo con lei tutto il suo patrimonio. D’altro canto da vescovo diventò intoccabile; nei vent’anni abbondanti del suo patriarcato vide una mezza dozzina di imperatori morire di morte violenta: per tacere dei loro dignitari, quasi tutti coinvolti in uno spoil system piuttosto rozzo che contemplava l’esilio o l’assassinio. Il vescovo invece morì nel suo letto, circondato dall’affetto sincero di una città a cui aveva insegnato a cantare e aveva regalato il carnevale più lungo d’Europa; motivi forse sufficienti per bersi vent’anni di prediche moraleggianti e sessuofobe: in fondo è stato giovane anche lui, sembra di sentirli pensare, mica ci dimentichiamo l’orgia da cui ti abbiamo tirato fuori a forza per farti vescovo.

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