Il Budda della parrocchietta

“No, sire, non si guarisce”.
“Ma allora il mondo dovrebbe essere pieno di vecchi come questo qui, dai. Mi state prendendo in giro”.
“No sire, no. Effettivamente la vecchiaia non dura in eterno. Al massimo venti, trent’anni…”
“Eh? Trent’anni così? Siete matti?”
“Ma poi si muore, pur troppo – o per fortuna”.
“Che significa si muore?”
“Si è fatto tardi…”
“No, adesso mi spiegate sul serio cos’è questa cosa, io con tutto che ho studiato non riesco a immaginare niente di peggiore che questa roba che chiamate… vecchiaia, e invece adesso salta fuori che c’è una cosa peggiore e si chiama… come avete detto che si chiama?
“Si chiama morte, è… è la fine”.
“La fine di cosa?”
“Di tutto, la fine della vita”.
“La vita finisce? E perché non mi avete detto niente?”
“Suo padre preferiva non disturbarla…”
“E come si fa a evitare questa cosa?”
“Evitare la morte? Non si può”.
“Come sarebbe a dire non si può, mi state dicendo che moriremo tutti? Tutti? Anche voi?”
“Certo che moriremo, sire”.
“E perché non impazzite al solo pensiero?”
“In effetti, ora che ce lo fa pensare, perché non impazziamo?”
“Io impazzirei”.
“Non avrebbe tutti i torti. Si vive per settant’anni, ottanta con un po’ di fortuna, si scansa per quanto possibile la lebbra e altre malattie, per arrivare più o meno sani al momento in cui s’invecchia e si muore, questa in ultima analisi è la vita”.
“Settant’anni? E me lo dite così?”

Iosafat comunica il suo desiderio di farsi monaco, in un manoscritto greco del Duecento

Iosafat ovviamente non impazzirà, anzi conoscerà un saggio monaco di nome Barlaam, che lo stordirà di apologhi e lo convertirà alla vera fede, dopodiché dovrà sfidare il padre che arriverà al punto di riempirgli il palazzo di giovani fanciulle seminude per metterlo in tentazione – ma niente da fare. Invece di continuare nella storia – che altri hanno raccontato meglio di me – vorrei chiedere se non vi suona in qualche modo familiare. Dovrebbe. È in effetti una leggenda antichissima, che il solito Iacopo da Varazze attribuisce a San Giovanni di Damasco (l’arabo che amava la Madonna), ma in realtà è probabilmente entrata in Europa da ovest. Un autore ebraico di Barcellona, Abraham ibn Chisnai, la porta qui nel dodicesimo secolo. In seguito, opportunamente cristianizzata, la leggenda del principe che non conosceva la morte conosce un successo strepitoso: in meno di cent’anni è tradotta persino in islandese, e di lì a poco Iosafat e il suo amico Barlaam entrano nel calendario. Ma la storia è ben più antica. Se ne rende conto un navigatore portoghese nel Seicento, Diego do Couto. Ascoltando un resoconto cingalese dell’adolescenza di Gautama Buddha, quando era ancora un Bodhisattva, un uomo che non aveva ancora ricevuto l’illuminazione, do Couto esclama: ma questo principe chiuso in un palazzo che non conosce né malattia né morte io lo conosco: è San Iosafat! Dunque… questi pagani hanno fondato la loro religione sulla vita di un santo cristiano!

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