Il santo che salvò il Colosseo (più o meno)

L’idea (fondata soltanto sulle antiche leggende, non c’era nessuna evidenza storica o archeologica di una simile pratica) era abbastanza semplice, ma ci mise un po’ a passare. Le prime notizie di celebrazioni religiose nel Colosseo risalgono all’ultimo giubileo del Seicento (1675); settant’anni più tardi, Benedetto Quattordicesimo fece il salto di qualità, consacrando il Colosseo a Tutti i Martiri. Esatto, sì, il Colosseo diventò una chiesa. E meno male. Se l’idea fosse venuta un po’ prima, l’anfiteatro ci sarebbe arrivato in uno stato migliore: come il Pantheon, che chiesa lo era diventato quasi mille anni prima, e la differenza si vede: è l’unica cupola antica che ci è arrivata quasi intatta.

Quello del Piranesi è più o meno il Colosseo ai tempi di San Leonardo

Consacrare un edificio è un’operazione delicata – specie se lo stesso edificio è stato in precedenza una cava di marmo, un luogo disabitato per coppiette, un castello, un cimitero, una plaza de bestias, un’arena di gladiatori. Bisogna in qualche modo resettare l’immaginario, sostituire 1700 anni di storia con qualcosa di altrettanto interessante, ma cosa? Papa Benedetto chiamò per l’occasione il miglior predicatore sulla piazza, Leonardo di Porto Maurizio, inventore di una nuova concezione di spettacolo religioso: la Via Crucis. Sacre rappresentazioni ne esistevano da secoli, ma quella standardizzata in quattordici stazioni, quella che vi ricorda immediatamente certe fresche sere primaverili, l’odore delle rose misto alla cera delle candele, quella l’ha inventata lui. Nel 1744 le quattordici stazioni diventarono quattordici edicole all’interno del Colosseo. Quattro anni più tardi a Napoli Carlo III di Borbone inviava l’ingegnere spagnolo Rocque Joaquin de Alcubierre a compiere qualche scavo alle pendici del Vesuvio, un po’ più a sud di Ercolano dove già si era trovato qualcosa d’interessante. Joaquin cercava l’antica Stabia, ma lì sotto avrebbe trovato (senza accorgersene davvero) qualche traccia di Pompei. Che c’entra con Leonardo di Porto Maurizio? Niente.

È solo interessante che sia vissuto proprio negli stessi anni in cui nasce l’archeologia moderna. L’interesse che porterà ben presto studiosi e artisti a Pompei è già tipico di quel Settecento che conosciamo noi, quello illuminista e scientifico; dai dipinti delle ville pompeiane nasce anche, è superfluo dirlo, lo stile neoclassico che i vari Canova e David avrebbero imposto in tutta Europa. La forza del neoclassico sta nel suo essere insieme antico e modernissimo: il segreto è nei fanghi di Pompei, da cui si poteva estrarre un ideale di bellezza vecchio di millesettecento anni come una cosa mai vista, inedita, come la scoperta di una civiltà extraterrestre.

Poche centinaia di chilometri più a nord, i ruderi romani non se l’erano cavata altrettanto bene. Nessun fango provvidenziale li aveva coperti: erano rimasti lì per tutto il medioevo, esposti all’incuria, ai terremoti, al piscio delle pecore e dei loro pastori. Per sfangare il medioevo il caro vecchio Anfiteatro Flavio le ha provate tutte: è stato cimitero ed è stato castello; e per uno scorcio di secolo si è improvvisato anche basilica. Per inciso, la storia dei martiri divorati dalle belve nell’arena era una balla: non abbiamo nessuna prova che i cristiani venissero giustiziati così. È vero che gli schiavi giudicati colpevoli dei crimini peggiori potevano essere travestiti da eroi mitologici e finire sbranati da orsi e leoni nella tarda mattinata (quando gli spettatori più raffinati andavano a mangiare; a guardare l’intermezzo restava solo il popolino sgranocchiante); tra i condannati potrebbe anche esserci stato qualche cristiano, ma non lo sappiamo. Per fortuna che San Leonardo e il suo Papa ci credevano – o trovavano comodo crederci. Di lì a pochi anni l’archeologia si sarebbe reimpossessata anche di Roma, ma forse per il vecchio Flavio sarebbe stato troppo tardi.

Prima o poi sarà troppo tardi: nulla è per sempre, tantomeno una vecchia arena costruita per ospitare migliaia di spettatori e duelli all’ultimo sangue. Non è mica una piramide, è un monumento al chiasso, al divertimento, alla dissipazione, e prima o poi cederà al traffico, al turismo di massa, all’inquinamento. Ci sarà poi il problema di rifarlo, bisognerebbe cominciare a pensarci. Bisognerà inventare nuove leggende, i miti classici non ci bastano più, e anche le vie crucis settecentesche cominciano a segnare il tempo. Per esempio leggevo che ieri il sindaco Alemanno e sua moglie Isabella Rauti lo hanno illuminato contro la violenza sulle donne. Non sono sicurissimo di aver capito cosa significhi, in che modo l’illuminazione di un monumento possa avere una connessione con la violenza sulle donne, o in qualche modo rappresentare un modo di porsi il problema. Immagino che si tratti di una cosa postmoderna che non capisco, e non è detto che abbia un senso, ma almeno è un tentativo di inventare qualcosa di nuovo, perché qualcosa di nuovo prima o poi dovremo trovarlo, così non può mica durare per sempre. A meno che non abbia ragione Beda.

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