L’estate che non c’è

Nel resto d’Europa l’estate è stata attribuita a un santo. Martino, l’ex legionario divenuto vescovo di una diocesi della Francia profonda, l’ha spuntata su concorrenti agguerriti: San Luca (UK), Sante Brigida e Britta (Svezia), San Michele (Galles, Spagna, Serbia), Santa Teresa (Paesi Bassi), Tutti i Santi (altrove). Com’è giusto che sia: l’estate in questione non si verifica negli stessi giorni in tutte le latitudini – ammesso che si verifichi. Non siamo nemmeno sicuri che Martino abbia vinto il confronto perché l’11 novembre era il giorno statisticamente più probabile: forse si è fatto strada perché era un santo simpatico, un vescovo sollecito che non lesinava aiuti e miracoli. Fosse nato appena qualche anno prima, probabilmente sarebbe stato martirizzato sotto Diocleziano molto prima di diventare un vecchio saggio, e su di lui sarebbero state raccontate le solite storie favolose e sanguinate, arti che si staccano e riattaccano, gole che si offrono alla lama ma la lama schizza via, eccetera.

Per me i legionari romani sono tutti così (e mi sono sempre chiesto l'utilità di quel mantello in un combattimento)

Martino però viene al mondo (in Pannonia, oggi Ungheria) tre anni dopo che l’editto di Milano ha sospeso le persecuzioni.  È uno dei primi santi-non-martiri, santi che diventano vescovi e invecchiano. L’unica leggenda sulla sua giovinezza è quella famosa del mantello: trovando un mendicante per strada, dalle parti di Amiens, in un freddo giorno (di novembre), taglia col gladio il suo rosso manto da graduato della legione e gliene passa metà. Una versione più recente a questo punto fa uscire il sole, ma è chiaramente un’aggiunta postuma che serve a spiegare la singolarità meteorologica. Invece la leggenda originale fa comparire a Martino, la notte seguente, il mendicante in sogno: era Gesù.

Il manto di Martino nei quadri di solito è rosso, come quello dei centurioni di Asterix. Mi ricordo una favolosa pala d’altare in una minuscola città del Poitou (o forse era già Turegna). Era dello stesso rosso della mia minuscola macchinina, con la quale in quel periodo mi aggiravo tra Tours e Poitiers, cercando case di Balzac, di Descartes, rovine romane, il più delle volte trovando pioggia e girasoli. E autostoppisti, coi quali dividere l’unica cosa che possedevo, la mia vetturetta il mio unico mantello; sperando con ciò di propiziare il sole. Non voglio dire che credo in queste cose, ma nella targa c’erano le lettere S-M-A-R. Lascia che le altre vetture preghino san Cristoforo o Antonio da Padova, la mia era devota a San Martino.

La macchinina esiste ancora, ogni tanto la vado a trovare, la usano per andare nei cantieri. È un po’ acciaccata, lo sterzo è durissimo, ma ogni volta che mi vede è come se mi dicesse: sei tornato, connard. Quand’è che ce ne torniamo su su più a nord del Moncenisio, dove piove sempre e i girasoli s’en fichent? E se troviamo ragazze rosse di capelli o studenti con l’alitosi li carichiamo. Ho ancora un’autoradio, ci ha pure gli mp3, ma lo sai da quand’è che non ascolto un pezzo di Brel a palla? Non è che mi lamento, eh, è tutto piatto anche qui. Ma un bel dosso, ti ricordi quei dossi pazzeschi che arrivavi in cima ai cento all’ora e non vedevi più niente! più niente! dimmi che non ti divertivi con me in Francia, dillo. Senza un quattrino e un progetto a termine, con le valigie già fatte nel dormitorio. Ma vabbe’.

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