Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Un ciceroniano a Betlemme

1 ottobre 2012

E questi vanno da sinistra a destra, quelli da destra a sinistra, e poi tre alfabeti diversi, 15 anni così, altro che Calvario.

Ai tempi del suo primo disperato pellegrinaggio nel deserto – durante il quale altri suoi amici erano morti di stenti – Girolamo aveva fatto un incubo, dopo una di quelle sere in cui prima di andare a letto si era messo a leggiucchiare un po’ di Plauto, così, per prender sonno. Il sogno lo aveva catapultato alla corte di Cristo Re, che lo aveva interrogato: “sei forse tu cristiano?” “Mi sembra di sì”, aveva risposto Girolamo, tremebondo. “Mi sembri piuttosto ciceroniano”, aveva risposto il dio-magistrato, e ne aveva disposto l’immediata flagellazione. Girolamo, sanguinante, aveva promesso che non avrebbe toccato un autore pagano mai più, mai più: da lì in poi solo libri sacri. In pochi sogni come in questo vediamo un uomo tradirsi.

Perché il dio flagellatore aveva ragione: Girolamo era più di ogni altra cosa ciceroniano, e nessun digiuno, nessuna penitenza lo riuscirono a cambiare davvero. Sotto quella pelliccia puzzolente, il monaco traduttore era rimasto Eusebius Sophronius Hieronymus, una spia del classicismo greco-romano, infiltrata nel cuore più profondo del cristianesimo trionfante: la piccola cella di Betlemme dove stava prendendo forma la Vulgata. Nel giro di due secoli il testo avrebbe sbaragliato la concorrenza, diventando per un buon millennio l’unica Bibbia leggibile in Europa. Il libro di Dio, ma anche un po’ di Cicerone. No, nettiamola così: il ciceronianesimo di Girolamo è un virus, rimasto in sonno per secoli prima di attivarsi. Finché il supporto rimase la pergamena, e i lettori poche migliaia in tutto il continente, quasi nessuno ci fece troppo caso. Ma quando arrivò Gutenberg, e la stampa a caratteri mobili, il bot dilagò. Era il virus del pensiero critico.

Ci sono stati nella Storia dell’uomo altri traduttori di libri sacri. Siccome i libri di questo tipo durano molto, e nel frattempo non cambia solo la lingua, ma anche la cultura, il modo di pensare… di solito tradurli è l’occasione per riammodernarli un po’, magari per riscrivere intere parti da capo. Girolamo sapeva bene, per esempio, che quando i greci avevano tradotto la Bibbia ebraica, l’avevano un po’ aggiornata, togliendo magari qualche riferimento messianico che loro non capivano e che invece a lui premeva molto. Girolamo crede, indiscutibilmente crede, che l’autore della Bibbia ebraica sia Dio, e che quindi sia necessario ripartire da là: ma l’ebraico è difficile, e Girolamo non si fida veramente di nessuna delle sue fonti: non degli ebrei suoi contemporanei, non dei Greci, non del saggio Origene che aveva fatto uno splendido lavoro accostando tutte le traduzioni conosciute, ma era anche lui in odore di eresia… Diffidando di tutti, Girolamo è costretto a metterli a confronto, e a inventare un metodo filologico che poi ci servirà a restaurare tutti i classici, Cicerone incluso.

« Precedente 1 2 3 Successiva »
TAG: , , , , , , ,
  • idonthavetimeforthiscrap

    Che magari l’illuminismo proprio tutto da solo non ha fatto, magari ci siamo arrivati un po’ per volta. Prima agli dei si sacrificavano bambini e vergini, poi animali e poi verso l’epoca più moderna, niente. E se il cristianesimo ha fatto UNA roba utile, è desacralizzare e smitizzare, per appunto, il sacro. Un po’. (Abbastanza). Ma mi sa che sto prendendo una tangente non proprio pertinente.

  • anita81

    @Faaabio & @LeonardoT, sulla questione dei colori
    _
    io avevo letto questo bell’articolo: http://www.empiricalzeal.com/2012/06/05/the-crayola-fication-of-the-world-how-we-gave-colors-names-and-it-messed-with-our-brains-part-i/
    _
    In estrema sintesi, tutte le lingue mostrerebbero un “percorso” simile nel dare i nomi ai colori: prima bianco e nero (luce e buio), poi si aggiunge il rosso, poi o giallo o verde, e solo in seguito, e neppure sempre, si scinderebbe il blu dal verde e si aggiungerebbero altri colori. Alcune lingue restano con pochi colori, altre contemplano più sfumature. Che poi, tra due diverse tonalità di verde può passare la stessa differenza tra la prima e un blu, o la seconda e un giallo, ma tant’è, alcune le consideriamo sfumature dello stesso colore e altre diversi colori.
    _
    Sulla mancata distinzione tra blu e verde, l’articolo riporta il caso interessante della lingua giapponese, che ha avuto una parola specifica per il verde solo in tempi relativamente recenti – con un singolare ruolo operato dalle matite colorate e dalla scuola nel sancire definitivamente la divisione tra i due colori, solamente nel secolo scorso. Ancora oggi si dice “il semaforo è blu” (anche se il colore è verde come da noi), e anche i vegetali, che in molte lingue prendono nomi associati col verde (come nel nostro VERDura) si chiamano “roba BLU”.
    _
    Quindi, Leonardo, non è implausibile che anche il latino, così come il greco, non prevedesse distinzione tra verde e blu.
    _
    (è molto interessante anche la seconda parte dell’articolo, sul come il fatto di dare nomi ai colori interferisca con il processo cerebrale di distinguerli)
    _
    Curiosamente, giusto di recente mi è stato raccontato che il sardo non ha molti nomi di colori, o meglio, il sardo aulico ce li avrebbe pure, ma nel quotidiano agropastorale si userebbe perlopiù far riferimento a “cose” di tonalità analoga, quindi un oggetto rosso verrebbe definito “colore del fuoco”, ecc. Il che se ci pensiamo permette anche di definire con maggior precisione certe sfumature di colori di difficile collocazione, come certi giallini che però non sono proprio gialli-gialli… ma “colore di latte cagliato”!

  • fenoglio

    Sulla faccenda dei colori, è vero che i Romani (e anche i Greci) li “vedevano” in modo diverso da noi. Non distinguevano il grigio-verde dall’azzurro, ma usavano la stessa parola, “ceruleus” (color della cera), mentre “viridis” era solo il verde intenso delle foglie; se avessimo detto a un romano che una persona ha gli occhi “verdi” si sarebbe messo a ridere. In compenso distinguevano tra il bianco brillante (candidus) e il bianco opaco (albus), e la stessa cosa facevano per il nero (niger e ater). Se interessa l’argomento, consiglio i libro di Michel Pastoureau, ad esempio “Blu : storia di un colore”, “Nero : storia di un colore” e “Il piccolo libro dei colori” (editore Ponte alle grazie).

  • anita81

    QUESTIONE COLORI: mi pare sia stata brillantemente risolta da FENOGLIO, comunque vorrei consigliare un bell’articolo in inglese su empiricalzeal, che purtroppo non posso linkare perché il filtro antispam mi blocca. Per trovarlo potete provare su google con parole chiave: crayola fication how we gave colors names
    (anche la seconda parte dello stesso articolo sulle interferenze tra il fatto di dare dei nomi ai colori e il processo cerebrale di riconoscerli è molto interessante)
    _
    In estrema sintesi, tutte le lingue mostrerebbero un “percorso” simile nel dare i nomi ai colori: prima bianco e nero (luce e buio), poi si aggiungerebbe il rosso, poi o giallo o verde, e solo in seguito (e neppure sempre) si scinderebbe il blu dal verde e si aggiungerebbero altri colori. Alcune lingue restano con pochi colori, altre contemplano più sfumature. Che poi, tra due diverse tonalità di verde può passare la stessa differenza tra la prima e un blu, o la seconda e un giallo, ma tant’è, alcune le consideriamo sfumature dello stesso colore e altre diversi colori.
    _
    Sulla mancata distinzione tra blu e verde, l’articolo riporta il caso interessante della lingua giapponese, che ha avuto una parola specifica per il verde solo in tempi relativamente recenti, e nella quale la distinzione definitiva (anche grazie alle matite colorate e alla scuola) è avvenuta solamente nel secolo scorso. Ancora oggi si dice “il semaforo è blu” (anche se il colore è verde come da noi), e anche i vegetali, che in molte lingue prendono nomi associati col verde (come nel nostro VERDura) si chiamano “roba BLU”.
    _
    Infine, aneddoto dalla Sardegna: il sardo non ha molti nomi di colori, o meglio, quello aulico ce li avrebbe pure, ma nel quotidiano agropastorale è più frequente far riferimento a “cose” di tonalità analoga, quindi per un oggetto rosso di dice “colore del fuoco”, ecc. Il che se ci pensiamo permette anche di definire con maggior precisione certe sfumature di colori di difficile collocazione, come certi giallini che però non sono proprio gialli-gialli… ma “colore di latte cagliato”!

  • fquintay

    @idonthavetimeforthiscrap – basta leggere la bio di Hobsbawn per vedere come anche oggi si possa essere considerati sofisticati intellettuali e al contempo venerare un’ideologia da altri ritenuta inaccettabile: i genocidi “a fin di bene” non sono un’esclusiva del dio biblico

  • http://www.bassoatesino.com/ saltuari

    Ma prima o poi dovrai spiegarci perché ogni volta tiri in ballo Origene, che, diciamocelo, non è proprio il personaggio più conosciuto nella storia della chiesa

  • leonardoT

    Sul serio? non mi ricordavo di averne mai parlato.

  • Pingback: Lo stalker e il profeta | Leonardo Tondelli