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Quel cadavere esposto nei luoghi pubblici

14 settembre 2012

In ogni caso io ho una risposta per Luttazzi e per Poli: se in luogo di essere crocifisso – la punizione capitale che veniva inflitta più frequentemente agli schiavi ribelli nelle province romane – Gesù fosse stato impalato, ebbene, i cristiani di oggi farebbero lo stesso identico segno della croce: e i santi continuerebbero a mostrare stimmate alle mani, ai piedi, al costato. Come faccio a saperlo? La domanda è malposta. Chiediamoci piuttosto: come facciamo a sapere che Gesù è stato davvero crocefisso? Siamo sicuri che non sia stato piuttosto impalato, o strangolato, o precipitato in un burrone? In realtà no, non siamo sicuri di nulla. Persino se decidiamo di prendere per buoni i vangeli, ci rimangono ancora ampi margini di dubbio. Ma come, direte, nei vangeli la croce c’è (anzi, ce ne sono tre). Sì, ma qui sta appunto il problema: cosa significa “croce” nei vangeli?

Oggi il primo significato a cui associo la parola non è nemmeno religioso, ma geometrico: la croce è l’incrocio di due segmenti, c’è quella latina col braccio basso più lungo, mentre quella greca è un equilatero, eccetera. La Croce Rossa, la Croce del Sud, non ci sono dubbi su cosa sia una croce. Oggi.

Ma per i contemporanei di Gesù la parola latina “crux”, la parola greca σταυρός, indicavano per prima cosa il più orribile e umiliante dei supplizi capitali. La forma dello strumento di tortura era secondaria: una “crux” poteva avere diverse forme. I pali non avevano necessariamente la forma che vediamo nei dipinti, e non erano necessariamente due: un uomo inchiodato o legato a un solo palo era ugualmente “crocefisso”. E i vangeli, anche se parlano di croci, non le descrivono mai. Dunque perché noi ci immaginiamo la croce fatta proprio in un certo modo? Perché ci facciamo il segno della croce proprio in un certo modo?

Ma li inchiodavano davvero? In Giudea sì: il reperto a destra (I sec. dC) è stato ritrovato in Israele (a sinistra una ricostruzione).

Chiunque abbia discusso un po’ con un testimone di Geova conosce l’argomento: Gesù potrebbe benissimo essere stato fissato a un semplice palo di tortura. La croce dei cristiani sarebbe un simbolo pagano preesistente, un idolo riciclato, un mandala. I Testimoni probabilmente sbagliano. Nel primo secolo dopo Cristo la crocifissione era ormai una procedura standard, che i Romani praticavano più o meno nello stesso modo ovunque gli schiavi dessero problemi. In un primo momento (1) si fustigava il condannato (senza esagerare, altrimenti moriva lì: quando ci si mettevano i Romani ti tiravano fuori le ossa a nerbate); si procedeva quindi (2) a fissare le braccia a un travicello (patibulum), con corde e/o inchiodando i polsi; così conciato (3) lo si conduceva nel luogo dell’esecuzione, spesso su un’altura – e il percorso in salita, col patibulum già attaccato alla schiena, era un’ulteriore tortura – ivi giunti (4) si innalzava il condannato su un palo verticale conficcato al suolo, fino a un’altezza di tre metri, dove il patibulum veniva assicurato al palo medesimo. Infine (5) si legavano (o inchiodavano) i piedi, e si aspettava. Ancor più che una forma di tortura, la croce era un’umiliazione: l’esposizione del moribondo, che poteva durare giorni interi, e spesso proseguiva ben oltre il decesso – le spoglie di solito non venivano sepolte, finivano in discarica. Tuttora non siamo sicuri sul modo in cui i condannati spirassero (dissanguamento? asfissia?); sappiamo che potevano rimanere appesi per giorni e notti. Qualcuno riusciva anche a staccarsi e farla franca. In qualsiasi momento comunque l’autorità poteva decidere di tagliar corto e ordinare agli aguzzini di praticare il crucifragium, ovvero la rottura delle ossa delle gambe. A quel punto i condannati, non potendo più reggersi, morivano soffocati. Fu la sorte dei due ladroni crocifissi con Gesù, il quale invece era già morto quando il legionario incaricato  andò a controllare. I racconti evangelici (piuttosto realistici, eclissi a parte) sono sostanzialmente compatibili con questa procedura standard, il che ci porta a concludere che la forma più probabile della croce sia proprio quella che troviamo appesa nelle aule scolastiche.

Sullo stendardo di Costantino c'era il Chi-Ro (X+P), non la croce. In epoca precristiana rappresentava ChRonos, il Tempo. Quando l'imperatore apostata, Giuliano, lo fa rimuovere da un monumento allo zio Costantino (360 ca.), il Chi-Ro è già un simbolo cristiano.

Però non possiamo esserne sicuri. Gesù potrebbe essere stato inchiodato (o legato) a una croce di Sant’Andrea, o a una forca, e persino a un palo solo: e anche se è abbastanza improbabile che sia stato impalato nella maniera suggerita da Luttazzi e Poli (un supplizio non attestato presso Romani né Ebrei) immaginiamo per assurdo che un orrore del genere fosse successo: i cristiani hanno avuto più di mille anni per cancellare le evidenze e rimodellare la scena nel modo più scenografico possibile. Alla croce – come la intendiamo oggi – dovevano arrivarci per forza. È la forma più fotogenica, la più adatta ad attirare l’attenzione di chi rimira la pala d’altare: è simmetrica, rigogliosa di simbologie (i quattro punti cardinali) e, come già notava Origene, dietro la maschera di dolore ci mostra un abbraccio. Se non esistesse il crocefisso, insomma, lo avrebbero inventato. E non è da escludere che lo abbiano fatto, magari in un secondo momento. Non siamo nemmeno sicuri che i cristiani riconoscessero nella croce un simbolo cristiano, almeno fino al quarto secolo. Fino a quel momento il segno più spesso associato alla religione di Gesù era l’ichthýs (un pesce stilizzato); anche sotto Costantino viene spesso utilizzato il monogramma Chi-Ro, che sovrappone le prime due lettere della parola Christos. A dire il vero un crocefisso databile nel primo o secondo secolo c’è, ma pone un problema: non è un esattamente un simbolo religioso, anzi: è uno sgorbio osceno.

Prega il tuo Dio, Alessameno!

Siamo sempre a scuola (il Paedagogium, un collegio sul colle Palatino). Pensate, il primo crocefisso a scuola non l’ha messo un prof di religione, ma lo ha inciso con un temperino un ragazzo che voleva sfottere un compagno, Alessameno, dal nome greco e dalla religione esotica. L’intento parodico è evidente nella scelta di raffigurare Gesù con una testa d’asino. I cristiani venivano chiamati confidenzialmente “asini che portano misteri”, e venivano spesso accusati di adorare un Dio mezzo uomo mezzo mulo. Il disegnino scolastico più studiato della storia dell’uomo descrive sommariamente una croce proprio come ce la immaginiamo e come la disegnerebbe un ragazzino con un punteruolo, con il dettaglio realistico del predellino per i piedi (che veniva tolto quando si voleva accelerare il decesso). La sgraziata didascalia (“Alessameno venera il suo DIO”) suona ai nostri orecchi postmoderni decisamente bullistica. Però anche questa in fin dei conti è una ricostruzione a posteriori: vediamo un crocefisso e lo riconduciamo immediatamente a Gesù, ma a quei tempi si crocifiggeva un po’ chiunque; il Dio di Alessameno potrebbe anche essere qualche altra entità asinocefala.  Per vedere un Cristo in croce in una raffigurazione ufficiale dobbiamo aspettare il quinto secolo, quando compare tra i ladroni in una formella della porta lignea della basilica di Santa Sabina a Roma. Ma anche in questo caso – esempio interessante di autocensura – le croci non si vedono: sono del tutto coperte dai corpi dei suppliziati. Come se  piuttosto che un simbolo venerabile fossero ancora un tabù, qualcosa che indubbiamente c’è ma che è meglio non mostrare.

Santa Sabina (Roma), formella della crocifissione. La croce c'è ma non si vede.

Ancora negli anni di impero di Costantino, il sovrano che promulgò la libertà di culto (313) e forse si convertì e forse no, che forse vide una croce in cielo e forse no, gli schiavi ribelli continuavano a essere appesi a delle croci. La cose andò avanti fino a Teodosio, l’imperatore che nel 380 proclamò il cristianesimo religione di Stato. Fino a quel momento la croce richiamava per prima cosa l’umiliazione, la tortura e la morte. Certo, Costantino aveva raccontato al suo amico e biografo cristiano, Eusebio di Cesarea, di aver visto la croce iscritta nel sole alla vigilia della battaglia decisiva di Ponte Milvio. Il racconto non doveva essere molto convincente, se ne dubitava perfino Eusebio, che avrebbe avuto invece tutto l’interesse a propagarlo con entusiasmo. C’è da dire che di visioni di Costantino ne circolavano tante: in un tempio di Apollo a Treviri avrebbe visto tre X sormontate di alloro, per un totale di 30 (XXX) anni di vittorie; molti suoi legionari adoravano il Dio Mitra e portavano sugli scudi una croce simile al Chi-Ro. Magari Costantino amava modellare la storiella sulla fede del suo interlocutore: ai cristiani raccontava di una croce, ai pagani di Apollo e dell’alloro, se avesse avuto legionari indù gli avrebbe raccontato di quella volta che strinse le mani alla Dea Kalì. Era un dittatore militare che si barcamenava come poteva in un momento di forti tensioni religiose. Non si battezzò che in punto di morte, e chissà quanti altri sacerdoti e santoni ricevette sul medesimo letto. La sua immagine di imperatore cristiano dipende semplicemente dal fatto che mezzo secolo dopo i cristiani avevano vinto, ed erano liberi di raccontare la storia come meglio credevano, coi simboli che credevano.

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  • alessandrosmerilli

    Il supplizio della crocifissione è indirettamente descritto in questo post di Petronio , arbiter elegantiae (non elegantiarum come si dice comunemente ) che fu costretto al suicidio da Nerone nel 66 ad, inserito nel contesto del Satyiricon [CXI]. Parrebbe piuttosto soft, visto che l’integrità del corpo appare rispettata, si fa per dire, dappoiché sembra che esso fosse semplicemente appeso alla croce ( presumibilmente con delle corde) data la facilità con cui è descritta la crocifissione (cruci affigi) e soprattutto la decrocifissione ( detraxere pendentem).

    «C’era una volta ad Efeso una matrona di così rinomata pudicizia che accorrevano ad ammirarla anche le donne dei paesi vicini. Ora questa donna, dopo aver perduto il marito, non soddisfatta di accompagnarne il feretro, come si usa comunemente, con i capelli sciolti e di battersi il petto nudo sotto gli occhi della folla, volle seguire il defunto anche nella tomba e, dopo che il suo corpo fu deposto in una camera sotterranea secondo l’usanza greca, incominciò a custodirlo e a piangerlo giorno e notte senza mai smettere. Così si affliggeva e si ostinava a lasciarsi morire d’inedia e né i genitori né i parenti riuscirono ad allontanarla da lì. Da ultimo perfino i magistrati, respinti, se ne andarono e quella donna, esempio di singolare virtù, compianta da tutti, non toccava cibo ormai da cinque giorni.
    Assisteva quella poverina una fedelissima ancella che piangeva insieme a lei e che tutte le volte che la lampada posta dentro la tomba si affievoliva, la ravvivava. In tutta la città pertanto non si parlava d’altro e gli uomini di ogni ceto sociale riconoscevano che non c’era mai stato esempio più fulgido di vera pudicizia e di vero amore. Quand’ecco che nel frattempo il governatore della provincia fece crocifiggere dei ladroni proprio vicino a quell’edicola in cui la matrona piangeva il cadavere ancora fresco del marito (cum interim imperator provinciae latrones iussit crucibus affigi secundum illam casulam, in qua recens cadaver matrona deflebat). La notte seguente, dunque, un soldato che faceva la guardia alle croci per evitare che qualcuno sottraesse i corpi e desse loro sepoltura (cum miles, qui cruces asservabat, ne quis ad sepulturam corpus detraheret), avendo notato una luce che risplendeva sempre più vivida tra i monumenti funebri e avendo udito il gemito di qualcuno che piangeva, per umana curiosità fu preso dal desiderio di sapere chi fosse o che cosa facesse. Scese quindi nel sepolcro e, vista una donna bellissima, in un primo momento si fermò sbigottito come davanti ad un fantasma o ad un’apparizione infernale, ma poi, quando vide il corpo del morto e considerò quelle lacrime e quel volto graffiato dalle unghie, resosi conto della situazione reale, del fatto cioè che la donna non poteva sopportare la perdita del marito, portò nel sepolcro la sua povera cena e incominciò ad esortare la donna in lacrime a non perseverare in un dolore del tutto inutile e a non rompersi il petto con singhiozzi che non avrebbero portato alcun giovamento. Diceva che tutti gli esseri umani devono fare la stessa fine e che li attende la stessa dimora e aggiungeva tutte le altre parole con le quali si consolano gli animi affranti. Ma ella, ferita da quel tentativo di consolazione per lei senza senso, si lacerò con furia maggiore il petto e, strappatisi i capelli, li depose sul cadavere del marito lì disteso. Non si arrese tuttavia il soldato, ma, continuando ad esortarla nello stesso modo, tentò di dare del cibo alla povera donna, finché l’ancella, vinta dal profumo del vino che le pareva un nettare, dapprima proprio lei, senza opporre più resistenza, porse la sua mano verso il gentile invito, poi, rifocillata dalla bevanda e dal cibo, incominciò a prendere d’assalto l’ostinazione della padrona dicendo: “A che ti gioverà tutto questo se ti lascerai morire di fame, se ti seppellirai viva, se esalerai la tua anima innocente prima che il destino lo voglia? Credi che le ceneri o i mani sepolti sentano tutto ciò? Vuoi tu ritornare a vivere? Vuoi sì o no toglierti dalla testa queste stupidaggini da donnetta e godere della gioia della luce del sole quanto più a lungo possibile? Il corpo stesso di questo morto qui disteso ti deve ammonire a vivere”. Nessuno è sordo quando viene invitato a mangiare o a vivere e così la donna, indebolita dall’astinenza di alcuni giorni, lasciò che venisse spezzata la sua ostinazione e si rimpinzò di cibo non meno avidamente dell’ancella che si era arresa per prima.
    Del resto voi sapete quale altra tentazione suole farsi avanti quando la pancia è piena. Ed ecco che il soldato con quelle stesse lusinghe con cui aveva ottenuto che la matrona trovasse la voglia di vivere, diede l’assalto anche alla sua virtù. E a quella casta donna il giovane non sembrava certo brutto o rozzo nel parlare, anche perché l’ancella cercava di metterlo in buona luce e diceva ripetutamente: “Combatterai anche contro un amore che già ti ha preso il cuore?”
    A farla breve, la donna non tenne a digiuno neppure quest’altra parte del corpo e il soldato, vincitore, riuscì a piegarla per un verso e per l’altro. Giacquero dunque insieme non solo quella notte, in cui consumarono le nozze, ma anche il giorno seguente e quello dopo ancora, naturalmente dopo aver ben chiuso le porte del sepolcro, di modo che, chiunque si fosse avvicinato al monumento funebre, conosciuto o sconosciuto che fosse, pensasse che la castissima moglie fosse morta sopra il corpo del marito.
    Intanto il soldato, attratto dalla bellezza della donna e dalla segretezza di quell’amore, comprava tutto ciò che di buono poteva con i suoi scarsi mezzi e subito, al calar della notte, lo portava nella tomba. Perciò i parenti di uno dei crocifissi, come videro che la sorveglianza era diventata meno stretta, una notte tirarono giù il loro congiunto appeso e gli resero gli estremi onori (itaque unius cruciarii parentes ut viderunt laxatam custodiam, detraxere nocte pendentem supremoque mandaverunt officio). Ma il soldato, raggirato mentre si sollazzava, non appena il giorno seguente vide una delle croci senza cadavere, prevedendo il suo supplizio, spiegò alla donna che cosa fosse successo: e aggiunse che non avrebbe aspettato la sentenza del giudice, ma avrebbe fatto giustizia della sua incuria con la spada. Solo, concedesse lei stessa un posto a lui che stava per morire e rendesse comune al marito e all’amante quel sepolcro fatale. La donna, non meno pietosa che casta, rispose: “Gli dei non permettano che io veda in così breve tempo i due funerali dei due uomini a me più cari! Preferisco appendere alla croce il morto che far morire il vivo” (Malo mortuum impendere quam vivum occidere). Conformemente a questo discorso, ordinò di togliere dalla bara il cadavere di suo marito e di attaccarlo alla croce che era rimasta libera (Secundum hanc orationem iubet ex arca corpus mariti sui tolli atque illi, quae vacabat, cruci affigi). Il soldato mise in atto la trovata di quella donna così assennata, e il giorno dopo la gente si chiese con meraviglia come avesse fatto il morto a salire in croce “Usus est miles ingenio prudentissimae feminae, posteroque die populus miratus est qua ratione mortuus isset in crucem.”»

  • rmontaruli

    Molto bello il film di Ridley Scott.
    Esiste in due versioni: quella cinematografica, ma anche una edizione estesa, uscita solo in dvd, in un bel cofanetto da 4 dischi, in cui il film è più lungo, con un personaggio in più e un finale diverso, che è anche più fedele alla storia.
    Approfitto, visto che si parla di cinema, per indicare un altro titolo molto indicato ad essere visto nelle scuole: Agorà. (Che se vogliamo non è neppure troppo fuori tema che prima o poi vedremo anche S.Cirillo vescovo su queste pagine).

  • ellevu

    Che ragionamento sciocco… Se cristo fosse stato impalato il sesso anale sarebbe sacro e la croce un elemento di architettura, e ci sembrerebbe normale! In compenso la battuta sarebbe sarebbe stata “pensate Cristo fosse stato crocifisso, ve lo trovereste appeso per tutta casa”

  • alivio60usa

    Caro Leonardo
    già che ti interessa il crocifisso
    Se stai a Modena o se ci vai
    passa a trovare i Volontari della Sofferenza CVS
    sono molto simpatici e avevano una responsabile che si chiamava
    Anna Fulgida Bartolacelli

  • irevale

    ottimo, ottimo, ottimo articolo. la croce è un simbolo, comunque o dovunque la mettiate. ciò che conta, per chi crede, è il senso della croce, la sofferenza si, ma soprattutto la resurrezione.

  • http://www.ag-notizie.com luporex

    Ci ho provato tre volte a leggere questa articolessa, senza riuscirci arrivando solo a provare una vampata d’odio per questa pedanteria insopportabile dalla cui inutile lunghezza si salva solo chi è noioso come l’estensore di questo inutile esercizio. Il “tizio qui” è Berlusconi che nel bene e nel male ha inciso sulla storia italica ed il giovane ritratto sulla croce è Gesù che ha cambiato la storia del mondo. Non ce l’ho con questo pestatore di tastiera modenese che, a parte la noia che gli esce anche dalle asole dei vestiti è solo uno scaracchio in terra e perchè non ne vale la pena. Un “tizio” qualunque, insomma. Non mi complimento con il Post.

  • ombrone70

    Bellissimo articolo, come al solito,
    Per quanto possa essere, strano o inquietante il crocifisso se visto con un occhio non cristiano, mi vengono in mente una bellissima scena di Almanya – La mia famiglia va in Germania (un film tout court graziosissimo): Per i bambini turchi protagonisti che devono raggiungere il padre in Germania quella è una terra esotica, in cui è vero ci son cose bellissime (la Coca Cola e i regali di natale) ma che è anche abitata da “infedeli” che mangiano maiale e adorano un Dio morto.
    Allego il link a una breve clip di uno dei sogni di Mohammad consumato tra la passione per la Coca Cola e la paura del crocifisso:

    http://www.youtube.com/watch?v=DglYoVqpU28&feature=plcp

    che mi sembra riassuma benissimo quello che dici

  • leonardoT

    A Luporex, meno male che non te la sei presa…